Il gioco per lo Stato: demone o acqua santa?

Non si riesce a comprendere fino in fondo la posizione dello Stato nei confronti del mondo del gioco e dei casino legali italiani e come lo considera ora, ai giorni nostri. Quando il gioco è diventato “lecito”, e così tolto dalle mani dell’illegalità e dal malaffare (e si parla di una quindicina di anni orsono), lo Stato si è profuso nello sponsorizzarlo in ogni modo possibile facendolo entrare “quasi per forza” nel quotidiano ed usufruendo delle risorse che potevano provenire da quel mondo. Poi, pian piano “il gioco” è sfuggito di mano, e sono sorte domande sempre più approfondite sulla sua “esistenza”. I politici prima hanno attinto alle risorse per comodità e, poi, hanno cavalcato l’onda della “temperanza”, soprattutto, nelle campagne elettorali ed hanno iniziato a “remare contro per salvare il territorio”. Oggi, da un lato si attinge dal gioco e dall’altro si razionalizza: anzi si diminuisce in gran misura l’offerta! Speriamo di non trovarci nelle condizioni di una metà di Europa, dove si è voluto “proibirlo” e dove gli effetti sono stati devastanti. Perché le risorse del gioco, oggi, non potrebbero invece contribuire a generare lavoro sul patrimonio architettonico e sociale, che ne avrebbe tanto bisogno, creando occupazione e reddito per circa un milione e mezzo di persone? Forse perché si vuole continuare a dire che il gioco è “male”? Chissà se i dodici milioni di disoccupati la pensano esattamente così, oppure se gradirebbero ricevere una busta paga decorosa proveniente da un impiego nato per tutelare le bellezze del Paese, seppur predisposta con risorse provenienti dal gioco.

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La vignetta di Pellegrini