Vincenzo Nibali tenta l'attacco nella salita finale della sesta tappa del Giro d'italia 2016 @ Bettiniphoto
Vincenzo Nibali tenta l'attacco nella salita finale della sesta tappa del Giro d'italia 2016 @ Bettiniphoto

Astana, lo psicodramma è quello di sempre

Nibali-Fuglsang-Martinelli, il triangolo divide e fa discutere. E non ha ancora parlato Vinokourov…

Al mattino, ai microfoni della televisione danese, Jakob Fuglsang aveva candidamente dichiarato: «Oggi attaccherò io e poi ci proverà Vincenzo». Per una volta che le parole di un ciclista non si sono rivelate promesse da marinaio. Altra intervista, stavolta attorno alle 17.50: è il turno di chi guida dall’ammiraglia la squadra, l’esperto Beppe Martinelli, che si addossa le colpe della mancata riuscita del piano studiato a tavolino. Non sarà di certo una serata tranquilla quella che si vivrà nell’albergo Astana, con un Nibali scuro in volto non appena tagliato il traguardo che ben simboleggiava il risultato della giornata odierna.

 

Fuglsang parte presto: il danese usato come testa di ponte
Tappa sonnacchiosa, merito di un gruppo disinteressatosi completamente di cercare il successo di tappa. Motivo per cui nei primi metri dell’ultima salita l’interesse è balzato oltre ai normali livelli di guardia non appena l’inconfondibile celestino dell’Astana Pro Team ha fatto capolino in testa al gruppo con Davide Malacarne: il bellunese si è sobbarcato buona parte del lavoro nel trenino kazako, alzando l’andatura e provocando una discreta selezione nel plotone (nel quale erano comunque presenti una sessantina di atleti).

Il momento di svolta è ai meno 14.5 km dal traguardo, giusto nei pressi di un tratto con pendenze superiori al 7%: allunga, perché di scatto vero e proprio non si può parlare, il capitano in seconda del team, vale a dire Jakob Fuglsang. Il danese accelera e riesce subito a costruirsi un gruzzoletto di una ventina di secondi, attendendo saggiamente il rientro di Kanstantsin Siutsou (Dimension Data), uno che certo non lesina cambi. L’incedere del duo è subito buono, così come appare corretta la scelta di mandare in avanscoperta l’ex biker costringendo contemporaneamente le formazioni rivali ad attivarsi per limitarne il guadagno.

 

Arriva l’atteso attacco di Nibali; ma il risultato…
Continuano senza indugio i due, incrementando il loro vantaggio sul gruppo dei migliori fino a sfiorare i 50″ perché, per quanto bravo sia, dietro il solo José Herrada (Movistar Team) si sobbarca la gran parte del lavoro e non può fare molto di più. Tuttavia l’iberico porta il plotone ai meno 5 km ad una trentina scarsa di secondi, gap che si riduce ancor più nel km seguente, che presenta una pendenza del 7%.

Ai meno 3.5 km, il colpo di scena: improvvisamente scatta Vincenzo Nibali, giusto qualche decina di metri prima che la strada spiani. Si comprende dunque la scelta di lanciare in avanscoperta Fuglsang, fornendo un punto di appoggio per il successivo tentativo del capitano. Tuttavia quello che subito sorprende è il momento dell’azione del siciliano: come mai in quel punto, proprio quando la salita termina? E perché attaccare in un’ascesa certamente adatta più a passisti-scalatori come Dumoulin rispetto a corridori dalle caratteristiche come le sue?

 

Dumoulin lo riprende e gli scatta in faccia. L’azzurro fatica
Il sesto della generale viene subito inseguito dal Team Sky che non vuole lasciargli spazio, completando il ricongiungimento giusto mezzo km più tardi. Fallisce così, e brutalmente, la prima sparata dello Squalo dello Stretto al Giro; considerata poi la repentina e ben diversa nell’esito sgroppata di Tom Dumoulin, ecco che la coraggiosa (ma con il senno del poi totalmente azzardata) mossa dei kazaki si risolve con un pugno di mosche.

A livello morale, invece, va ancora peggio perché Dumoulin se ne va con Domenico Pozzovivo e Ilnur Zakarin, raggiungendo ai meno 1500 metri Fuglsang e Zakarin per poi arrivare sul traguardo in quarta posizione, 1’22” dal vincitore Tim Wellens. Il ruolo del danese diventa utile in quanto toglie l’abbuono al capoclassifica grazie ad una volata lunga. Chi invece fatica è proprio Nibali, che non ha le gambe per rispondere alle accelerate di Chaves, Majka e Urán e terminando, accompagnato dal fido Michele Scarponi, nella pancia del gruppetto.

 

Nulla è perso. Ma bisogna correre con raziocinio
Sono ventuno i secondi persi dall’olandese volante che si aggiungono ai ventisei già patiti fra Apeldoorn e Praia a Mare. Quasi certamente aumenterà ancora dopo la crono di domenica, portando così il capitano del Team Giant-Alpecin con oltre un minuto di margine all’inizio della seconda settimana di gara: questo è però un problema non insormontabile, considerate la diversa abilità ed esperienza nelle insidiose cime dolomitiche e alpine.

Quello che maggiormente preoccupa della frazione odierna è la sottovalutazione della forza altrui e, probabilmente, la sopravalutazione del momento di forma di Nibali stesso, che ancora deve entrare a pieno regime (come giusto che sia, i giochi inizieranno a farsi seri tra una settimana). La gestione generale, come detto senza reticenze nelle interviste di rito, è lungi dall’essere stata ottimale: per i tifosi del campione italiano si spera che questa sia stata la prima ed unica imprecisione dell’intera avventura italiana.

 

Fuglsang è una spalla, non un nemico
Nel frattempo è già partito il gioco già collaudato del “dagli al Fuglsang”, imputando allo scalatore nato a Ginevra di pensare prima a sé stesso e poi al capitano, che negli ultimi anni è sempre coinciso proprio con Vincenzo Nibali. Ma, oltre che essere palesemente inverosimile, questa lettura è indubbiamente superficiale: al momento il danese è secondo il classifica generale, immediatamente dietro al leader Dumoulin, segno che un corridore malvagio proprio non sia. Inoltre la sua presenza in una così elevata posizione di classifica non potrà che giocare a favore del messinese nella lotta futura, permettendo una doppia opzione qualora ve ne fosse bisogno.

Infine un aspetto viene quasi sempre sottaciuto: se veramente il trentunenne ex CSC fosse di impiccio a Vincenzo, per quale motivo è al quarto grande giro affrontato al supporto di Nibali nei tre anni e mezzo in cui il campione d’Italia milita per l’Astana (ha fatto meglio il solo Kangert ma il danese è alla pari con Scarponi e Zeits e davanti a Agnoli e Vanotti)? Forse a fine anno la coppia scoppierà (con Nibali destinato a nuove avventure, mentre Fuglsang ha ancora un anno di contratto) ma intanto questa convivenza va bene a tutti.

 

Ancora ignota la risposta di Vino, anche se il precedente…
Anche al grande capo Alexander Vinokourov, il quale è colui che a fine stagione deve mostrare i risultati al gotha della nazione kazaka. Sino ad ora l’olimpionico di Londra non ha ancora pubblicamente proferito verbo su quanto visto in giornata; conoscendo lo spirito e l’atteggiamento di Vino è indubbio che si sia fatto sentire, regalando a più d’uno una strigliata. Perché, anche se «Qvesto è Giro di Italia, no Giro di Kazakistan», ad Astana e dintoni non piace mai perdere; soprattutto se ti presenti con il grande favorito e con la squadra più forte.

L’anno scorso, dopo la tappa del Tour de France di Cauterets, l’idolo di tutto il paese dell’Asia Centrale aveva criticato ben oltre dovuto la Boucle sino ad allora deficitaria del detentore della corona il quale, dopo qualche altro giorno di assestamento, rispose con la grinta e il carattere che tutti gli riconoscono sin da quando, sbarbatello, debuttava in Fassa Bortolo. Oggi la situazione non è minimamente paragonabile a quella del luglio 2015, motivo per cui non c’è da piangere sul latte (non) versato nel primo assaggio montagnoso di questo Giro d’Italia.

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