La felicità di Gianluca Brambilla all'arrivo di Arezzo, ottava tappa del Giro d'Italia 2016 @ Bettiniphoto
La felicità di Gianluca Brambilla all'arrivo di Arezzo, ottava tappa del Giro d'Italia 2016 @ Bettiniphoto

Brambilla e Valverde, match vinto ad Arezzo

Gianluca in fuga e in rosa, Montaguti e Moser sul podio di giornata. Tra i big ora Alejandro fa paura

Il Giro è un po’ così. Non è il Tour perché certi scenari, certe salite, dall’altra parte delle Alpi – semplicemente – non ci sono. Non è la Vuelta perché, beh, una tappa come quella di oggi sarebbe stata regina in Spagna, e invece qui è solo un antipasto. Ma che antipasto lussurioso, ne converrete! Una salitella di 800 metri di altitudine, a 20 km dalla fine, eppure basta per far saltare la maglia rosa, mette le ali ai piedi ai big della classifica, mentre nel frattempo un ragazzo che sembrerà sempre, anche a 80 anni, più giovane dell’età che ha, vive il giorno perfetto della sua carriera da professionista.

Una storia, tante storie. Gianluca Brambilla in volo ininterrotto dalla partenza alla vetta della classifica, il suo negativo Tom Dumoulin che vede le streghe dopo aver ammaliato tutti nei giorni scorsi, Vincenzo Nibali che risponde coi fatti a chi lo vedeva bollito, Alejandro Valverde che illumina la scena ricordando agli astanti che lui è sempre un numero uno, ovunque vada e qualunque cosa faccia. Un Giro pieno di protagonisti, questo 99esimo, e il bello è che non siamo ancora neanche entrati nel vivo. Domani ci sarà una cronometro determinante, ma la sensazione che tutto debba ancora succedere nei giorni successivi è forte; e ancora più forte è la sensazione che quel tutto sia davvero tanto. Le aspettative sono altissime, non c’è un padrone, ci sono tanti pretendenti, e il terreno su cui scornarsi non mancherà. D’altro canto, se è bastato un po’ di sterrato su una salitella insidiosa per vedere uno spettacolare tutti-contro-tutti, ci chiediamo cosa potrà succedere quando le salite si succederanno una dietro l’altra.

 

Grandi firme della fuga in azione
Tanto tuonò che non piovve, il terrore di precipitazioni si è via via diradato insieme alle nuvole che lasciavano spazio al sole nella tappa che portava il gruppo dall’Umbria alla Toscana, da Foligno ad Arezzo attraverso 186 km piuttosto facili, a parte quel dentone dell’Alpe di Poti, ai -25 dalla fine, col suo sterrato che tanti pensieri dava ai pedalatori della carovana rosa.

Il ritmo è stato altissimo, sin dall’inizio, e tra una foratura e l’altra (due per Mikel Landa nei primi 15 km) solo al km 20 è partito un progetto di fuga, composto da 13 uomini, e che ci ha messo almeno altri 20 km per prendere effettiva sostanza; nel mentre, il gruppo si frazionava, poi si ricompattava, o meglio tutti insieme meno tre, Elia Viviani (Sky), Iuri Filosi (Nippo-Fantini) e Boy Van Poppel (Trek-Segafredo), destinati a una giornata dantesca, da soli fino al traguardo, a 50′ dal vincitore, ovvero fuori tempo massimo. Ciao amici, all’anno prossimo.

I 13, allora: Blel Kadri e Matteo Montaguti dell’AG2R, Alessandro De Marchi della BMC, Moreno Moser della Cannondale, Jaco Venter della Dimension Data, Gianluca Brambilla e Matteo Trentin della Etixx, Sean De Bie della Lotto Soudal, José Joaquín Rojas e Jasha Sütterlin della Movistar, Giacomo Berlato della Nippo, Nikias Arndt della Giant e Alexey Tsatevich della Katusha. Già a un primo sguardo della composizione del drappello, si notavano due cose anzi tre: la prima, la presenza di fior di fuggitivi che garantivano buone chance di riuscita all’azione; la seconda, i due uomini più vicini in classifica (Brambilla e Montaguti) erano accompagnati da forti compagni di squadra, come a voler significare che ci tenevano e ci credevano particolarmente; la terza, un paio di Movistar non di prima fascia, della serie: vuoi vedere che Alejandro Valverde ha in mente qualcosa per il finale e gli fa comodo ritrovare due compagni che possano dargli una mano negli ultimi chilometri?

Il vantaggio dei 13, posta l’estrema pericolosità dell’azione, non ha mai preso grosse proporzioni, tenuto entro il limite dei 5′ (margine su cui ha ballato per lunghi tratti della tappa) dalla Giant della maglia rosa Tom Dumoulin. Forse un azzardo, forse no. Da un lato, i pubblici ministeri diranno: se hai la squadra sostanzialmente più debole tra quelle dei big (parliamo a te, Tom), non la spremi per non far guadagnare un paio di minuti in più a Brambilla e Montaguti; dall’altro lato, gli avvocati difensori ribatteranno: grazie al lavoro della Giant, domani Dumoulin potrebbe riprendersi la maglia rosa (anche solo per un giorno), se disputerà una crono all’altezza delle sue possibilità.

 

Brambilla costruisce le sue fortune sullo sterrato
Con l’amletico dubbio se la Giant facesse bene o male a lavorare tanto (o se non sarebbe stato preferibile risparmiare qualche uomo da tenere nel finale vicino al leader), siamo arrivati di colpo all’Alpe di Poti. Diciamo di colpo, perché il ritmo è stato altissimo, molto più che nelle precedenti frazioni. I fuggitivi, fin lì in perfetto accordo (con in particolare un Trentin di mostruosa generosità e dedizione), ci sono approdati con 3’30” sul gruppo. E il primo a rompere l’armonia è stato proprio Montaguti, dopo che Kadri aveva alzato per un attimo il ritmo.

Con Montaguti, ai -26, si è mosso l’indomito Berlato, poi De Marchi ha allungato sugli altri per provare a chiudere, ma meglio di tutti ha agito Brambilla, che appena ha sentito lo sterrato sotto le ruote non si è più tenuto: ha raggiunto De Marchi, poi insieme i due si son portati su Montaguti e Berlato, quindi il lecchese-vicentino è partito in contropiede e non l’hanno più visto.

Quelli che avevano visto l’ultima Strade Bianche in marzo, avevano pochi dubbi sul fatto che il ragazzo (29 anni ad agosto) avesse una marcia in più sullo sterrato; e il corridore della Etixx ha immediatamente confermato l’assunto, guadagnando sugli ex compagni di fuga e soprattutto tenendo alla grande anche in rapporto a quanto si stava muovendo nel gruppo dei migliori. Al Gpm posto a 18.4 km dalla fine, Brambilla è scollinato con 24″ su Montaguti, 2’12” sul gruppo di Nibali e Valverde e 3’31” sul drappello Dumoulin.

 

Valverde scatenato, Nibali reagisce, Dumoulin salta
Un momento, riavvolgiamo il nastro: Dumoulin e Nibali/Valverde non erano insieme, in cima all’Alpe di Poti? Ebbene no. Perché, appena giunto sullo sterrato, anche Valverde ha dimostrato un’irrefrenabile voglia di far casino, e ha fatto una breve sparata che è bastata a frantumare il gruppo dei migliori. Nibali ha messo il fido Michele Scarponi a tirare per riportarsi sul murciano, ma non tutti hanno apprezzato il ritmo imposto dal marchigiano, primo fra tutti proprio Tom Dumoulin. Un po’ a sorpresa la maglia rosa si è via via sfilata, perdendo metri e posizioni, e poi perdendo proprio contatto dagli altri. In questa fase anche Mikel Landa (Sky), nella versione un po’ ombrosa che sta esibendo di sé in questi ultimi giorni, ha mandato giù a fatica il rospo, non riuscendo a tenere sui rivali di classifica.

E quando Scarponi ha compiuto il suo lavoro, riportando il suo capitano su Valverde, nel drappello non erano rimasti che 7 uomini: con il capitano della Movistar e quello dell’Astana c’erano Rafal Majka (Tinkoff), Ilnur Zakarin (Katusha), Esteban Chaves (Orica), Rigoberto Urán (Cannondale) e Steven Kruijswijk (LottoNL); poco dopo son rientrati anche Domenico Pozzovivo (AG2R), Andrey Amador (Movistar) e Jakob Fuglsang (Astana), che però si è subito dovuto fermare per un problema al cambio.

Landa, digerito il momento più cupo, ha trovato la forza per staccare Dumoulin e riportarsi sotto con Sergey Firsanov (Gazprom), un attimo prima che Valverde tentasse un nuovo allungo, imitato poi da Nibali su una leggera spianata. Ma il drappello di 11, ormai formatosi nella seconda parte di Alpe di Poti, non si sarebbe più selezionato.

 

La discesa volante di Brambilla e la difficile difesa di Dumoulin
Dopo lo scollinamento, l’impegno principale dei big era quello di distanziare Dumoulin, che intanto era solo, e solo per un breve tratto avrebbe trovato l’aiuto del compagno Arndt, staccatosi da tempo dalla fuga. Inutile dire però che il contributo che il velocista tedesco ha potuto dare al suo capitano è stata ben poca cosa, sicché Dumoulin ha dovuto fare di necessità virtù e provare a limitare i danni, soffrendo molto e chiudendo alla fine a 1’10” dai migliori della classifica. Nulla di irreparabile, per l’olandese, nell’ottica di recuperare la maglia rosa nella crono; ma molto di compromesso se pensiamo alle chance di Tom di ben figurare nella generale: magari oggi era semplicemente una giornata no per lui, ma è inevitabile pensare a quanto potrà perdere sulle Alpi vere, se già oggi è andato in seria difficoltà su un’Alpe solo di nome.

Intanto Brambilla stava conducendo brillantemente la sua rincorsa alla vittoria: con una discesa fantastica (curve pennellate, guardrail sfiorati, un’andatura folle) aveva guadagnato terreno su Montaguti, e gli ultimi 5 km in piano li ha letteralmente volati sulle ali dell’entusiasmo, per poi gestire al meglio anche l’ultima rampetta, quella che all’interno di Arezzo portava dritta all’arrivo.

 

L’ordine d’arrivo e la classifica alla vigilia della crono
Al traguardo Brambilla, gioioso e giocoso, ha preceduto di 1’06” il bravo Montaguti; intorno al minuto e mezzo sono arrivati Moser, Venter e De Marchi, gli unici altri fuggitivi in grado di resistere al ritorno dei big; a 1’41” Valverde, Kruijswijk, Landa, Chaves e Zakarin hanno guadagnato – con volata lunga – 3″ su Majka, Nibali, Urán, Amador, Firsanov e Pozzovivo. A oltre 2’30” è arrivato un gruppetto con Diego Ulissi (Lampre), Fuglsang, Bob Jungels (Etixx), Rider Hesjedal (Trek) e Davide Formolo (Cannondale); a 2’51” Dumoulin.

Tutto ciò si riverbera in una classifica in cui Brambilla è maglia rosa con 23″ su Zakarin, 33″ su Kruijswijk, 36″ su Valverde, 45″ su Nibali, 48″ su Chaves, 49″ su Urán, 54″ su Majka e Pozzovivo, 1’03” su Landa, 1’05” su Dumoulin, 1’12” su Fuglsang, 1’18” su Amador, 1’21” su Jungels e Firsanov. Distanze molto limitate che però tenderanno a dilatarsi domani, nell’attesa cronometro del Chianti, da Radda a Greve attraverso 40.5 km pieni di insidie, salitelle, discesine, per una prova che richiederà tutta la sapienza autogestionale oltre che l’attitudine all’esercizio e alla necessaria freschezza per affrontarlo. Una crono difficilissima, che peraltro potrebbe anche essere resa più dura dalla pioggia, qualora cadesse sul percorso (come è probabile che avvenga). Chi ne uscirà in rosa? Dumoulin di ritorno? Valverde, più temibile ogni giorno che passa? Nibali? Il racconto si intriga, i protagonisti son tutti lì che smaniano; e il pubblico con loro.

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