Andrey Amador non vede l'ora di poter indossare la maglia rosa © Bettiniphoto
Andrey Amador non vede l'ora di poter indossare la maglia rosa © Bettiniphoto

Amador, l’anticamera è finalmente finita

Il primo costaricano della storia a vestirsi di rosa fa sognare una nazione

Primo a vincere una corsa professionistica. Primo a disputare un grande giro, e a finirlo. Primo a conquistare una tappa in un grande giro. E, da oggi, primo ad indossare la maglia di leader in un grande giro. Andrey Amador è abituato a fare la storia ciclistica, e non solo, del proprio paese, il Costa Rica. Nazione nella quale non esiste dal 1949 un esercito (primo paese al mondo) e nella quale, a differenza delle tumultuose repubbliche vicine, regna da illo tempore una situazione tranquilla e di prosperità. E che, nelle ultime stagioni, ha visto un importante aumento di appassionati delle due ruote. Tutti a tifare “el orejudo”.

 

I primi passi tra strada e MTB
Terzo ed ultimo figlio di Rodolfo e di Raisa Bikkazakova, che come tradisce il nome è di nazionalità russa, Andrey nasce il 29 agosto 1986 a San Ramón de Alajuela, paesino di 8000 anime nella Meseta Central. Da piccolo era un bambino molto vivace, anche troppo, soprattutto tra i banchi di scuola; è sempre in sella, Andrey, ma le sue prime gare risalgono al 1999 quando partecipa ai giochi nazionali giovanili con il comitato di San José. Nelle sei edizioni a cui prenderà parte si porterà a casa nove medaglie d’oro fra strada e MTB.

Nel 2004 inizia a correre per la Pizza-Hut, formazione leader ancora oggi del ciclismo costarricense; con loro continua la doppia attività fra asfalto e fuoristrada, vincendo titoli giovanili e juniores su tutti i terreni. Alla Ruta de los Conquistadores 2006, difficile prova di MTB, fa sua l’ultima frazione e conclude secondo in classifica generale, alle spalle del solo Leonardo Paez, uno che in quell’anno aveva fatto suo l’argento nel mondiale marathon a Le Bourg-d’Oisans. Su strada arrivano buoni risultati alla Vuelta a Costa Rica

 

Con la Lizarte si mette subito in mostra
La prima svolta della carriera arriva nel 2007: abbandona la terra natía per raggiungere la Spagna, ripercorrendo all’inverso il cammino della nonna materna fuggita dalla Galizia negli anni della Guerra Civile. Lo ingaggia nientemeno che la Lizarte, importante squadra dilettantistica navarra con la quale si mette in luce nella corsa più sentita, ossia la Vuelta a Navarra, affermandosi nella quinta frazione. Delle quindici vittorie stagionali del team, l’unico straniero dei diciotto in rosa se ne porta a casa ben nove.

Nel 2008 si migliora, dando dieci dei quattordici trionfi del team nelle gare disputate tra i dilettanti, con la Vuelta a Bidasoa come competizione più prestigiosa. Prende parte anche al Tour de l’Avenir ed è buon quinto a meno di 2′ dal vincitore Jan Bakelants. Gareggia anche al mondiale under 23 di Varese concludendo 49° a 33″ dal vincitore Fabio Duarte. Proprio nel 2008 la Lizarte stringe un’importante partnership che dura tuttora: diventa infatti il vivaio della Caisse d’Epargne di Eusebio Unzué.

 

Pro’ dal 2009, alla fine 2010 l’aggressione
E il congiunto del Pro Tour si accaparra per il 2009 questo promettente costarricense, facendolo passare professionista al fianco di Oscar Pereiro, Joaquim Rodríguez e Alejandro Valverde. Debutta al Tour du Haut Var e già al primo anno fa vedere di non essere un fuoco di paglia: è tredicesimo in classifica generale all’Eneco Tour vinto da Edvald Boasson Hagen grazie ad una solida prova a cronometro, nella quale si posiziona al settimo posto. Il 2010 lo vede partecipare al primo grande giro: a maggio la squadra lo porta in Italia dove sarà utile a David Arroyo per issarsi sul secondo gradino del podio di Verona.

La fine di quell’anno Amador deve far fronte ad uno dei momenti più duri della sua vita: tornato in patria per le vacanze natalizie, mentre si sta allenando viene assalito da un gruppo di delinquenti che riescono a rubargli la bicicletta. Al suo tentativo di reazione, i malviventi lo colpiscono provocandogli forti contusioni a polmone e rene. Per sei ore rimane incosciente a bordostrada, senza che nessuno fosse riuscito a trovarlo; una volta risvegliatosi riesce a chiamare la sua famiglia, che lo porta a casa, prima di un ricovero d’urgenza in ospedale.

 

Sfortuna al Tour 2011, ma è un lottatore
Riesce a tornare in gruppo già ad inizio febbraio 2011 e alla Tirreno-Adriatico è quinto sul muro di Castelraimondo, ripreso negli ultimi metri dopo essere stato in fuga tutto il giorno; fa il suo esordio alle classiche del nord e viene selezionato di nuovo per il Giro, ma una caduta alla Vuelta Asturias gli provoca la frattura della clavicola e l’addio al bis italiano. Poco male, perché a luglio partecipa per la prima volta al Tour de France. Il suo è però un calvario: attorno al km 30 della prima frazione viene tirato giù.

Risultato, distorsione della caviglia di secondo grado. Ritiro? Nemmeno per idea: pena nelle prime due settimane in fondo al gruppo, ma non finisce mai fuori tempo massimo. Nella giornata di Pinerolo va addirittura in fuga ed è undicesimo, riuscendo a terminare le tre settimane al 164° e penultimo posto. La sua stagione finisce così anzitempo, senza vittorie ma con la consapevolezza di aver fatto un ulteriore passo in avanti nel proprio processo di crescita, che dall’inizio dell’anno si chiama Movistar Team.

 

Al Giro 2012 si fa la storia, 2013 tra luci e ombre
Il 2012 parte bene, con due piazzamenti nei 10 fra Tour de San Luis e Mediterraneo; prosegue ancor meglio al Giro d’Italia. È buon terzo, al termine di una fuga, a Sestri Levante. Si migliora soltanto due giorni più tardi: il 19 maggio è in programma la Cherasco-Cervinia di 206 km ed entra nella fuga della mattinata con altri sette elementi. Solo Jan Barta e Alessandro De Marchi riescono a rimanere con lui nella salita finale e, nella minivolata, è proprio Amador che riesce a tagliare per primo il traguardo. È un giorno storico per il ciclismo latinoamericano, che porta un nuovo paese alla definitiva ribalta mondiale. Tale successo gli permise di venire eletto come sportivo costarricense dell’anno. E non sarà l’ultima volta.

Il feeling con l’Italia continua anche nel 2013, quando è ottavo alla Tirreno-Adriatico grazie al terzo posto nella cronometro di San Benedetto del Tronto. Sorprende alla Gand-Wevelgem, quando è decimo a 24″ da Peter Sagan. Salta la Corsa Rosa per dedicarsi al Tour: ma ancora una volta l’appuntamento francese non è dei migliori, non riuscendo a ben figurare e terminando sempre al di fuori dei migliori 35 del giorno. Il motivo viene però scoperto a corsa terminata: è infatti alle prese con una mononucleosi, dalla quale non riesce a riprendersi del tutto anche nel prosieguo della stagione.

 

2014 per Quintana, 2015 per sé: e al Giro è quarto
Torna nel 2014 al Giro d’Italia, ma stavolta non può rincorrere gioie personali: il Movistar Team si presenta infatti con Nairo Quintana come unico capitano. E il colombiano rispetta i piani, riuscendo a vincere la classifica generale. È sesto in agosto al Giro di Polonia, che corre in preparazione per la Vuelta a España, dove ancora una volta ha compiti di gregariato: le cose non vanno nel verso giusto per la squadra, perché Quintana cade ed è costretto al ritiro mentre è leader e Valverde giunge ad un comunque buon terzo posto alle spalle di Contador e Valverde.

La progressiva crescita verso il top ha nel 2015 una tappa fondamentale: e una volta di più l’appuntamento segnato con il circoletto rosso si chiama Giro d’Italia. Può far corsa libera al fianco di Beñat Intxausti, Ion Izagirre e Giovanni Visconti: a differenza dei compagni è però un mostro di regolarità restando il più a lungo possibile a contatto con Contador, Aru e Landa. Il bottino finale è un sorprendente quanto meritatissimo quarto posto, che lo fa entrare in una nuova dimensione. Alla Vuelta torna a vestire i panni del gregario, riuscendo comunque a conquistare un quarto posto ad Ávila. Altra gioia arriva al mondiale di Richmond: nella cronometro a squadre fa parte del sestetto Movistar che conquista la medaglia di bronzo.

 

Gran crono ad Apeldoorn, non bene a Praia a Mare
Nonostante le sirene di altre squadre rimane fedele a Don Eusebio e firma con lui un accordo fino al termine del 2018. In questo 2016 fatica nelle prime corse, cogliendo il primo piazzamento tra i primi 10 al Giro di Romandia quando è secondo nell’ultima frazione. Al Giro arriva come fidato scudiero di Alejandro Valverde, col quale ha percorso in ricognizione le tappe dolomitiche: ad Apeldoorn parte fortissimo nella crono, giungendo terzo e rimanendo attento nelle altre due giornate olandesi. Si fa sorprendere invece al rientro in Italia sul Praienberg pagando 37″ dal gruppo dei migliori.

Ad Aremogna non impressiona, mentre ad Arezzo mostra qualche segnale di miglioramento. La crono del Chianti è invece molto buona: nonostante il maltempo, è decimo e primo dei big grazie anche ai rischi (calcolati) presi nelle insidiose curve toscane. A Sestola attacca in discesa dal gpm di Pian del Falco e prova a cullare il sogno rosa, ma Brambilla e Jungels sono di diverso parere. Ad Asolo attacca ancora, questa volta nel falsopiano seguente alla Forcella Mostaccin; lo insegue la maglia rosa Jungels e poi, una volta rientrato anche Ulissi, viene regolato dal toscano allo sprint, riducendo comunque di 2″ il gap dalla testa.

 

Oggi lotta e resiste per la gioia più bella
E siamo arrivati ad oggi, il primo dei tre appuntamenti con le salite nordestine. Il giorno in cui, pur non essendo al livello dei rivali, scrive un altro macigno nella storia ciclistica del paese. Non è brillante a Porzus, anzi, tanto che perde temporaneamente anche le ruote dei migliori; ancor peggio sulla salita di Valle, dove si stacca e scollina con una ventina di secondi di ritardo. Ma dalla sua c’è una discesa ostica, perfetta per poter dar libero sfogo alle proprie abilità. E così fa, riuscendo a ricongiungersi alla coda del drappello dei migliori proprio in prossimità dell’inizio degli ultimi 7 km pianeggianti.

Viene informato che Jungels viaggia a poco meno di un minuto, motivo per cui senza indugio si mette in testa a tirare. Gli dà una mano anche Valverde, che del costarricense è prima amico che capitano. Non lesina nulla Amador, spremendosi fin sul traguardo: Nibali passa a 1’17” da Nieve, e il gruppetto con lui: serve che Jungels paghi 24″, non uno di più ma non uno di meno. E invece il lussemburghese, stoico ma stremato, giunge a 2’07”. Cinquanta i benedetti secondi per la gloria di un uomo, prima ancora che atleta, che ha dato lustro al proprio paese, che con la gloria sportiva non ha mai flirtato in abbondanza.

Sale sul podio Amador, e la gioia gliela si legge negli occhi. Dopo le interviste di rito può finalmente abbracciare tre tifosi speciali: sono papà Rodolfo, da cui riceve una pacca sulla spalla, mamma Raisa, alla quale regala il bouquet, e infine la fidanzata Laura. A lei offre una rosa, rigorosamente rosa, che ha prontamente strappato dal mazzo materno. Forse sarà l’ultimo, perché domani il tappone dolomitico è forse troppo duro per lui; ma chissà che, riuscendo a resistere e contando sull’attendismo altrui, el tico possa presentarsi anche alla cronoscalata domenicale di rosa vestito.

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