La rincorsa a piedi di Chris Froome sul Mont Ventoux @ Team Sky
La rincorsa a piedi di Chris Froome sul Mont Ventoux @ Team Sky

Tour, paura e delirio sul Mont Ventoux

Cronaca di un finale di tappa surreale: pubblico e moto abbattono Froome che si tramuta in Forrest Gump. Poi la giuria applica l’indulto

La 12esima tappa del Tour de France non era nata sotto una buona stella, con il Mont Ventoux tagliato di 6 km a causa della sua esagerata coerenza (in cima era previsto troppo… vento); ma la fine della fiera è definibile solo col termine “disastro”, o sinonimi.

La sommatoria di troppe moto (e troppo vicine ai corridori) e troppi tifosi (e troppo vicini ai corridori) ha prodotto un rocambolesco effetto domino di cui possiamo anche sorridere – per alcuni risvolti realmente comici della vicenda – solo perché non ci sono state conseguenze gravi, ma che lascia aperte sul tavolo una marea di questioni sin qui irrisolte, ma a cui andrà trovata quanto prima una soluzione.

 

Froome all’attacco con Porte e Mollema, poi il fattaccio
I fatti: a un tratto, nella folla che attendeva il passaggio dei ciclisti a 1.2 km dal traguardo del Mont Ventoux, una delle quattro moto che precedevano in fila indiana – e a poca distanza –  il terzetto Richie Porte-Chris Froome-Bauke Mollema, ha inchiodato. Abbiamo saputo in seguito che il motivo è in un contatto con uno spettatore, investito dalla moto medesima (non si sa se perché stesse correndo e fosse inciampato, o per aver attraversato di colpo la strada, o per essere svenuto improvvisamente addosso alla moto…).

Si è allora innescato il tamponamento a catena: Porte è finito addosso alla moto-tv, dando quasi una facciata alla telecamera, ed è andato giù, insieme a Froome; Mollema è caduto su entrambi. Il budello infernale in cui tale scena è avvenuta ha fatto sì che la configurazione laocoontica lì creatasi fungesse da tappo nei confronti di chi sopraggiungeva.

Mollema ha fatto presto a rialzarsi e a rimettersi in sella, gli altri due malcapitati sono stati invece raggiunti dal drappello di Aru, Quintana e gli altri uomini di classifica sin lì attardati… ma anche questi ultimi hanno dovuto mettere piede a terra, perché – letteralmente – di là non si passava.

 

La corsa impazzita del podista Chris
Quando il secondo gruppetto di big è transitato, Porte e Froome erano ancora per terra a fare il conto delle ammaccature (più morali che fisiche, si direbbe), senonché l’uomo in giallo si è reso conto che la sua bici era inservibile (perché nel frattempo maciullata da un’altra moto sopraggiungente da dietro), e a quel punto ha letteralmente perso la testa, in totale trance agonistica, e ha dato luogo a un’azione destinata a restare negli annali del ciclismo: ha mollato tutto lì e si è messo a correre a piedi verso il traguardo come un Forrest Gump qualsiasi morso da tarantola.

Il britannico ha percorso circa 200 metri (forse di più), battendo il record sulla distanza coperta con scarpe tacchettate da ciclista, venendo poi anche superato da Porte (che era ancora in bici avendo fatto le cose con più calma) prima che un’auto del servizio tecnico gli fornisse una bici più o meno adatta alle sue misure: saltato in sella al nuovo mezzo, Chris si è accorto che i pedali non andavano d’accordo coi suoi agganci, sicché, dopo aver pedalato per un po’ con estrema fatica con stile da 3enne con le rotelle (ed essere stato superato da altri drappelli di ritardatari), ha buttato via anche la seconda bici, proseguendo per un altro po’ a piedi e rassegnandosi infine ad aspettare che arrivasse l’ammiraglia Sky.

L’azione (geniale dal punto di vista mediatico: non a caso sui social network oggi esiste solo lui con la sua folle corsa a piedi, e la cosa è rimbalzata sui siti e sulle tv di tutto il mondo) è stata insensata perché, a termini di stretto regolamento, Froome ha rischiato di essere addirittura squalificato, dato che l’articolo 14 del Codice UCI penalizza con l’espulsione dalla corsa chi non copre l’intero percorso con la bici. Ma oggi non era giorno di regolamenti applicati alla lettera; e in generale, figurarsi cosa sarebbe successo se la maglia gialla, oltre ad essere stata incredibilmente e pesantemente danneggiata in corsa (al momento dell’incidente, Chris aveva 15″ su tutti i principali avversari di classifica), fosse poi stata pure buttata fuori.

 

La salomonica (o mastelliana?) decisione della giuria
Raccattato strada facendo dal compagno Sergio Henao, e arrivato poi al traguardo a 1’40” da Mollema (primo tra gli uomini di classifica), a 1’21” da Adam Yates, Fabio Aru, Louis Meintjes, Romain Bardet e Joaquim Rodríguez, 1’14” da Alejandro Valverde e Nairo Quintana, 1’09” da Tejay Van Garderen, 44″ da Porte, 15″ da Daniel Martin, Sébastien Reichenbach, Warren Barguil e Daniel Moreno, Chris Froome sapeva che la cosa non finiva certo lì.

Stando al risultato “sul campo”, Yates gli avrebbe dovuto soffiare la maglia gialla; ma siccome il citato risultato sul campo era stato pesantemente viziato da fattori esterni, tutto veniva demandato alle decisioni della giura, mai come oggi soggetta a fachirismo (la condizione di chi sta sulle spine), visto che qualunque direzione avesse dato alle proprie scelte, avrebbe scontentato qualcuno.

Dopo un’interminabile seduta (il nostro pensiero andava all’Henry Fonda de “La parola ai giurati”), è giunto il verdetto: Froome e Porte venivano accreditati dello stesso tempo di Mollema, che era con loro al momento del crash.

Poco dopo, inebriata dal periodo dei saldi, la giuria ha beneficato di sconti anche Quintana e Van Garderen, a cui è stato riconosciuto il medesimo ritardo del gruppetto Aru-Yates: il motivo è che pure loro sono stati rallentati nel momento in cui tutti hanno messo piede a terra. Insomma, un indulto in piena regola, per la gioia dei Mastella di tutto il mondo.

 

Le immancabili polemiche del dopotappa
Ma – come anticipavamo – qualcuno doveva per forza rimanere scontento. Il regolamento applicato in maniera buonista (come era stato fatto qualche giorno fa quando l’arco dell’ultimo chilometro aveva abbattuto Yates) ha scatenato le reazioni di chi aveva finito la tappa in maniera più regolare rispetto a Frumy, come ad esempio Bauke Mollema, il quale si è sentito come il tapino che ha dovuto fare lui la fatica per tutti.

D’altro canto, sono rimbalzati da più parti riferimenti a un medesimo caso, quello di Greg Van Avermaet buttato fuori strada da una moto mentre stava per vincere la Clásica di San Sebastián l’anno scorso: in quel caso, il belga non ricevette alcun bonus (quale avrebbe potuto essere una vittoria riconosciutagli ex aequo con Adam Yates, che conquistò la gara).

Tra le dichiarazioni raccolte a caldo, la più divertente è stata quella di Aru (“Sono cose che succedono”… sì, quando mai succedono queste cose, Fabio???), che in quel momento – prima che venisse ufficializzato l’indulto – gongolava al pensiero di aver guadagnato tanto su Froome.

Inutile dire che poi c’è stata la sequela di lamentazioni via Twitter di praticamente tutti i ciclisti del Tour, ma anche di quelli a casa, compresi quelli ritirati da anni. Diciamo che questo dà la misura della sensazionale figura barbina fatta dall’organizzazione francese.

 

Ma la questione è seria: urge una soluzione
Ora, la colpa non sarà tutta del Tour de France e di chi lo organizza. Il numero di mezzi presenti in corsa è una questione che ci portiamo appresso da anni, e che diventa via via più insostenibile. Per tornare a San Sebastián dell’anno scorso, non c’era certo una gran folla intorno a Van Avermaet quando questi venne sbattuto per terra.

D’altro canto, però, la gestione del pubblico sulle strade si dimostra oggi inadeguata ai tempi che corrono; e ai tifosi, che corrono. Armati di smartphone per selfie volanti, a volte; travestiti spesso nelle maniere più improbabili (oggi per esempio abbiamo avuto modo di vedere che Borat col suo sexy costume verde non è ancora passato di moda), se non proprio nudi (è successo anche questo negli ultimi anni).

Insomma, l’esuberanza del pubblico 2.0 necessita di qualche argine che in passato non era previsto. Servono probabilmente più transenne, forse negli ultimi 5 chilometri delle tappe con arrivo in salita (c’è chi vorrebbe le intere salite transennate), in tal modo anche la pericolosità di moto e auto al seguito – venendo a mancare il corpo a corpo coi tifosi – diminuirebbe, in contesti come quello di oggi.

La controindicazione è che verrebbe a perdersi un bel po’ della poesia del ciclismo di montagna, le classiche due ali di folla (che sono quanto di più bello il nostro sport possa offrire a livello di immagine) non si aprirebbero più al passaggio dei corridori. Ma come cercare alternative praticabili? Pretendere che tutti gli spettatori imparino a stare al proprio posto, manifestando tutto l’entusiasmo che vogliono ma senza stare tra i piedi dei corridori, è sinceramente troppo. Sperare che il pubblico se ne stia a casa sarebbe autolesionistico (lo stesso dicasi del prevedere un biglietto d’ingresso alle grandi salite del ciclismo). Quanto al ridurre il gigantismo del Tour, come qualcuno ha pure proposto, ci pare un’operazione non fattibile. Ma una soluzione urge trovarla, prima che Fabian Cancellara trovi un erede che neutralizzi le corse al posto suo, quando lui si ritirerà…

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