Romain Bardet all'arrivo di Saint Gervais © ASO
Romain Bardet all'arrivo di Saint Gervais © ASO

Tour, gli unici brividi? Pioggia e cadute. E Bardet

Sul Monte Bianco vince Romain in solitaria. Froome e Mollema vanno giù: il primo allunga in classifica, il secondo crolla. Aru, scattino dopo il trenone Astana

Abbiamo voglia di scrivere, parlare, discutere di Tour de France? Non più di tanto, per essere sinceri. Oggi che i suiveur francesi sono – giustamente – in brodo di giuggiole per la vittoria di Romain Bardet, che cancella lo zero nella casella delle vittorie casalinghe e che permette al giovanotto di salire fino al secondo posto della generale, noi siamo costretti a prendere atto della bruttezza indescrivibile di una corsa che… no, vabbè, abbiamo detto “indescrivibile” per cui evitiamo.

Magari domani succederà un finimondo, e tutto questo esasperante avvicinamento buzzatiano (da Mont Saint-Michel a Parigi attraversando per intero il Deserto dei Tartari) sarà letto, a posteriori, come la necessaria preparazione al botto leggendario. Una miccia lunghissima, ma magari diremo che sarà valsa la pena di aspettare tanto. Altrimenti, se il botto non ci sarà, diremo che avremmo fatto meglio a dedicarci ad altre faccende, in queste ultime settimane, e a guardare solo i risultati alla sera. Chissà perché, abbiamo la sensazione che sarà questa seconda ipotesi a verificarsi.

Se il penultimo giorno di lotta (non contiamo Parigi) i più fragorosi attacchi alla maglia gialla si sostanziano in: 1) uno scatto in discesa a 15 km dall’arrivo, considerabile – visto il resto – un attacco a lunga gittata (e non per niente premiato dal successo al Monte Bianco); 2) un treno di 145 km per preparare uno scattino a un chilometro dalla fine; 3) un allungo ai -2 buono al massimo per mettere in difficoltà i rivali per il quinto posto; ebbene, se questa è la materia che ci troviamo a commentare, rinviamo a momenti migliori.

 

Nibali e Valverde, due interpretazioni antipodali
Pensiamo da due settimane che Vincenzo Nibali abbia sprecato un’occasione unica per tentare la doppietta Giro-Tour, quest’anno. Presentandosi alla Grande Boucle in condizioni indecenti, il siciliano ha rinunciato in partenza anche a provarci. Dice: ha l’obiettivo delle Olimpiadi, e poi vincere Giro e Tour nello stesso anno non l’ha fatto Contador, figurarsi se può riuscirci lo Squalo.

Chi lo sa, se non ci provi non ci riesci di sicuro, avevamo ribattuto. Poi vedi come si comporta in gara Alejandro Valverde, di cui Nibali è senza dubbio più forte nei GT, lo vedi (il murciano, intendiamo) far corsa di vertice e lambire il podio in Francia dopo averlo centrato in Italia, e ti chiedi se sia lo stesso sport praticato da Vincenzo. Ah no, prepara Rio, il nostro.

In verità c’è da considerare tutto il discorso degli equilibri interni in casa Astana. Due gruppi di lavoro, uno che fa capo a Nibali, l’altro ad Aru; Vincenzo che abbandonerà il team a fine stagione, Fabio che ci rimarrà, e che quindi viene trattato dal management con un occhio di riguardo. Capitano al Tour, e ci stava e ci sta (domani potrebbe anche prendersi il podio, se sta bene e non fa errori); ma a patto che Nibali potesse fare la sua corsa, non che si aggirasse senza costrutto nelle retrovie per nove decimi delle tappe (in due o tre occasioni è stato in effetti prezioso per Aru).

Possiamo comunque dire che all’Astana va dato atto di aver tentato di cambiare spartito, di porre le precondizioni per scalare la classifica col suo capitano. Che l’abbia fatto bene o male, è un altro discorso. Ma in questa palta magmatica che è il Tour 2016, nel quale il meglio – in termini di emozioni – viene dalle cadute (non è cinismo il nostro, ma mera presa d’atto), è difficile, arrivati (sfibrati) a questo punto avere la lucidità di discernere il bene dal male.

 

L’Astana controlla la corsa
“Facciamo qualcosa di diverso, oggi?”. Così parlò qualcuno in casa Astana, stamattina ad Albertville, e così fu che la consueta fuga da lontano (composta oggi da 20 attaccanti) vide il suo destino segnato, perché la squadra di Fabio Aru aveva tutte le intenzioni di far corsa dura.

I 20 (tra i quali immancabili Rafal Majka, Jarlinson Pantano, Thomas De Gendt, Daniel Navarro, Alexis Vuillermoz) hanno toccato in un paio di occasioni successive un margine di 4’30”, ma oggi non vale neanche la pena di riportare allunghi e controallunghi tra i Gpm (Forclaz de Montmin al km 42.5, Forclaz de Queige al km 73.5) e le discese, visto che ogni scaramuccia lì davanti è risultata vana, se non per i pois di Majka, che diventano ancora più nitidi a due giorni da Parigi.

 

La fuga non decolla, lo spettacolo neanche
Il gruppo e l’Astana, quindi: gli uomini in celeste – dopo un’ipotesi di allungo a 4 (con Vincenzo Nibali, Paolo Tiralongo e Diego Rosa insieme a Joaquim Rodríguez) sulla prima salita, il Collet de Tamié (non considerato Gpm) – hanno tirato il collo a tutti nella prima metà della tappa, aiutati occasionalmente proprio dalla Katusha di Purito. Da segnalare – tanto per dire quanto erano carichi gli uomini di Kazakistan – pure un bisticcio tra Diego Rosa e Andriy Grivko, col primo che invitava il compagno a rallentare un attimo, e il secondo che rispondeva mandando l’altro a svernare in un paese qualsiasi…

Solo all’inizio della Montée de Bisanne, al km 80 (e quindi a 66 dalla fine) anche l’AG2R si è fatta vedere un attimo in testa, dopo una caduta a centro gruppo che aveva causato un frazionamento cogliendo nelle retrovie Adam Yates, secondo della generale che si era fermato poco prima per cambiare bici. Yates comunque è rapidamente rientrato tra i migliori.

Non la stessa cosa l’ha potuta fare Tom Dumoulin, ovvero l’uomo caduto nell’occasione (buttando giù pure Daniel Teklehaymanot). L’olandese si è ritirato tra le lacrime e con la sospetta frattura del polso sinistro: l’obiettivo olimpico per lui sembra oggi molto lontano.

In ogni caso l’Astana ha ripreso presto le redini della corsa, selezionando ulteriormente il plotone lungo la Bisanne ma non scalfendo più di tanto la Sky della maglia gialla Froome.

 

Cadute in discesa e classifica ridisegnata
In vista della vetta della Bisanne (a poco più di 50 km dalla fine) Pierre Rolland (Cannondale) e Rui Costa (Lampre) si sono avvantaggiati rispetto al drappello dei fuggitivi; in discesa però Rolland è caduto, scivolando sull’asfalto che da poco si era bagnato per via della pioggia che aveva iniziato a scendere sulla corsa, e lasciando il portoghese solo al comando.

Anche in gruppo qualcuno è scivolato: ad esempio, Richie Porte (BMC), sesto della classifica, il quale si è però presto rimesso in sella, chiudendo (con l’aiuto della squadra ma non di Tejay Van Garderen, già staccato da tempo) un gap di 40″ in tempi abbastanza rapidi; altri hanno sbagliato qualche curva, altri ancora sono scesi con cautela, e il gruppo dei big si è così ridotto a una ventina di unità; a tirare, anche sulla picchiata, sempre l’Astana, ora con Alexey Lutsenko che era nella fuga ed era stato appositamente fermato dall’ammiraglia.

Non solo Porte era caduto, però: senza citare il fuggitivo Dani Navarro (che ci ha rimesso una clavicola, ahilui), anche Bauke Mollema, il secondo della generale, ha avuto modo – dopo aver avuto pure un guaio meccanico – di assaggiare l’asfalto bagnato. Ma se per l’australiano la disavventura è stata presto superata, per l’olandese le cose sono andate malissimo: non in grado di rientrare, il capitano della Trek-Segafredo si è trovato a dover inseguire praticamente da solo fino alla fine, salita conclusiva compresa. Il risultato, una Caporetto.

 

L’attacco di Bardet, la caduta di Froome
Nell’ultimo tratto di picchiata, quello che andava giù dopo la leggera risalita alla Côte de Domancy, sono accaduti i due fatti principali della giornata: ai 15 km, dopo che il compagno Ben Gastauer si era mosso in anticipo, pronto a dare una trenata per dare sostanza al tentativo del capitano, è partito Romain Bardet, notoriamente un discesista di vaglia.

Poco dopo, ai -12, è caduto Chris Froome, scivolando sulla vernice viscida di una linea spartitraffico e facendo cadere pure Nibali che gli era a ruota. Lo Squalo non si è fatto troppo male; Froomy ha preso la bici di Geraint Thomas (inadatta, per misure, alle sue leve) e si è rimesso in sella con un po’ di fatica e un bello sbrego sulla schiena, altezza costato, lato destro.

Se la botta subita oggi avrà effetti domani a freddo, lo scopriremo tra poche ore; di certo, oggi nessuno (a parte Bardet che era già fuori) si è azzardato a osare l’inosabile, ovvero attaccare a fondo Froome nel momento della difficoltà. Ma del resto: Adam Yates, terzo della generale, corre di conserva sperando di salvare il podio. Nairo Quintana, quarto, è alle prese con un’allergia che – dice – gli ha completamente svuotato le gambe, al punto da portarlo oggi sull’orlo del ritiro.

Bardet, quinto, era in fuga; Porte, sesto, non è corridore da assalti all’arma bianca (e pure lui morirebbe attendendo una possibilità di podio piuttosto che rischiare di saltare per un attacco dalla distanza); Valverde, ottavo, è qui per supportare Nairo; per Louis Meintjes, nono, vale più o meno il discorso di Yates, ovvero di un giovane per il quale è già tanto il risultato fin qui ottenuto; Daniel Martin, decimo, non è tipo da spaccare le montagne (anche se sta tenendo in salita come mai prima).

Chi rimane? Joaquim Rodríguez, ma era undicesimo e lontanissimo da Froome; e Aru, appunto, per il quale l’Astana aveva lavorato tutto il giorno.

 

Bardet vince, Froome perde ma allunga in classifica
Ma nel momento in cui il ritmo dell’ultimo uomo celeste, ovvero Diego Rosa, ha messo un po’ in ambasce lo stesso Fabio, abbiamo capito che il greggismo (Bardet escluso) avrebbe trionfato ancora una volta.

In effetti, mentre Romain raggiungeva lungo la salita finale Rui Costa, ultimo superstite della fuga, per superarlo poi ai 3 km, dietro non c’era alcuno stravolgimento. Scattini appena accennati da Porte, poi da Aru, poi da Rodríguez, poi eravamo già all’arrivo.

Il francese più smart tra quelli destinati ai grandi giri centra così la seconda vittoria in carriera alla Boucle, con 23″ su Purito, Valverde e Meintjes (ma aveva avuto fino a 1’20” di margine sul gruppo maglia gialla, a inizio salita e prima della tremenda trenata di Rosa); a 26″ Quintana (“mi sono salvato solo con la classe”), a 28″ Aru e Martin, a 36″ un come al solito immenso Wout Poels ha preceduto il suo capitano Froome, staccato dagli altri sui cambi di ritmo del finale (sintomo di problemi post caduta? O c’è dell’altro?), a 53″ Porte ha chiuso la top ten. Mollema è arrivato 4’26” dopo Bardet.

In classifica un Froome in difficoltà allunga nettamente sul secondo: posizione ora occupata appunto da Bardet, a 4’11” dalla gialla; il cadaverico Quintana di questi giorni sale al terzo posto a 4’27”, Yates scivola al quarto a 4’46” (anzi a 4’56”: 10″ di penalità per leggero traino da borraccia), Porte avanza di una posizione ed è quinto a 5’17”.

Aru è sesto (era settimo) a 6′ tondi da Froome e a 1’33” dal podio; per agguantarne almeno il gradino minore dovrà superare tre avversari domani. Un Quintana che salti? Uno Yates che non tenga? Un Porte che infine affondi? Si verificheranno contemporaneamente queste tre condizioni, più la quarta – ovvero un Aru brillantissimo? O il sardo tenterà il ribaltone partendo da lontano?

La top ten è chiusa, nella generale, da Valverde (6’20” il suo ritardo), Meintjes (7’02”), Martin (7’10”) e il derelitto Mollema (7’42”). Rodríguez è 11esimo a 7’52”, Kreuziger 12esimo a 9’45”.

 

Non ci resta che la tappa di domani
L’ultima chance di vedere una lotta ad alti livelli è riposta nella 20esima tappa, domani, da Megève a Morzine, 146.5 km con 4 Gpm: Aravis e Colombière in apertura, poi – dopo una trentina di chilometri di fondovalle – Ramaz (vetta ai -53) e Joux Plane (dai -23 ai -12); quindi picchiata su Morzine.

Pioverà, come oggi, e questa è realmente l’unica variabile a cui si potrà appellare chi spera di vedere una corsa di ciclismo. Per il resto, un gregge lanciato a velocità più alta o a velocità più bassa sempre gregge rimane.

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