Fabio Aru, consolato da compagni e avversari, taglia affranto il traguardo di Morzine © Bettiniphoto
Fabio Aru, consolato da compagni e avversari, taglia affranto il traguardo di Morzine © Bettiniphoto

Aru, la favola gialla celava un finale horror

Il sardo, in crisi nera sul Joux Plane, rimbalza lontanissimo dal podio del Tour. Forse c’è qualcosa da rivedere per il futuro

Bel disastro, Fabietto. Come la racconti questa débâcle, senza farti prendere da sconforto e depressione? Non è facile riordinare le idee alla sera di un rovescio come quello consumatosi tra le prime rampe del Joux Plane e il traguardo di Morzine.

Una carriera in ascesa costante nei grandi giri (ovvero l’unico terreno in cui è dato di vederlo battagliare ad alti livelli, visto che nelle classiche o non c’è o non si fa notare), passata dal terzo posto al Giro nel 2014 al quinto alla Vuelta successiva, e poi al secondo nella corsa rosa un anno fa, per culminare col successo in Spagna, il suo primo in un GT.

Da lì, il grande progetto: quello dell’esordio al Tour de France, da consumarsi a 26 anni, con tanto di compleanno festeggiato proprio in apertura di Boucle. Un esordio di un certo rilievo, visto che al sardo – nonostante la pretattica di prammatica – sono stati conferiti i gradi di capitano di una delle squadre più forti in gara, anche a discapito di Vincenzo Nibali, fresco vincitore del Giro ma dirottato a fare il gregario/fugaiolo sulle strade di Francia (con l’obiettivo, però, di preparare al meglio le Olimpiadi). Tutti per Aru, in maglia celeste.

 

Un avvicinamento pieno di buchi
Lui, da parte sua, ha curato nel dettaglio l’avvicinamento alla corsa più importante dell’anno. La percezione del tifoso è che Aru abbia corso pochissimo nei mesi precedenti il Tour. In realtà, compresa la Grande Boucle, Fabio arriva a 53 giorni di gara nel 2016; se farà la Vuelta, e contando pure i Giochi, arriverà a 75, ovvero una stagione decisamente non povera di contenuti.

La percezione del tifoso è dettata dalle lunghe pause nel calendario del sardo: Valenciana e Algarve in febbraio (con un paio di buoni piazzamenti sugli arrivi in salita), poi un mese di stop, e l’abbiamo rivisto al Catalunya (presenza anonima), quindi poco dopo al Paesi Baschi (pure qui anonimo, e in più ritirato). Partito ma non arrivato all’Amstel (l’unica classica per lui), si può dire che siano passati due mesi di vuoto dall’ultima gara portata a termine (7 aprile, quarta tappa del Paesi Baschi) fino al prologo del Delfinato (5 giugno).

Nell’antipasto di Tour rappresentato dal Critérium è arrivata la prima vittoria stagionale, a Tournon, dopodiché, successivamente alla gara francese, altri 20 giorni di buco interrotti solo dall’apparizione al Campionato Nazionale. Quindi la Boucle.

Chiaramente, con un calendario così strutturato, le ampie pause tra un breve periodo di gare e l’altro potevano essere giustificate solo da un’ottima condotta nell’appuntamento clou: sì, va bene, non è stato quasi mai in prima linea nei primi 6 mesi dell’anno, è stato il più delle volte in ritiro ad allenarsi da solo, ma poi al Tour ha fatto sfracelli.

 

Un podio sfiorato solo dopo la cronoscalata
E invece le cose in Francia non sono andate come qualcuno sperava. Da un vincitore di GT (la Vuelta), con altri due podi (al Giro) nel palmarès, ci si poteva aspettare che potesse – se non proprio centrare il podio – andarci vicino. La realtà è che Aru, al podio del Tour, non ci è mai stato vicino, di fatto.

Se non subito dopo la bella cronoscalata di Megève, quando con la sua miglior prestazione nelle tre settimane ha ridotto a un paio di minuti la distanza dal podio stesso. Sui Pirenei Aru non solo non aveva impressionato positivamente, ma aveva anche avuto una piccola defaillance nella tappa di Andorra. Sul Ventoux non aveva spaccato le pietre del Monte Calvo. Idem sul Giura.

Ma sulle Alpi doveva consumarsi il suo riscatto, e il terzo posto di Megève alle spalle di due specialisti come Froome e Dumoulin lasciava presagire grandi cose per le ultime due durissime frazioni. Due tappe – quella di Saint-Gervais e quella di Morzine – con diverse salite in successione, coi fondovalle tanto cari alle tattiche di Beppe Martinelli, ovvero quelli che invitano a mandare in avanscoperta le teste di ponte pronte ad aspettare l’attacco del capitano. Quanto avevamo visto non più tardi di due mesi fa al Giro, con Nibali e Scarponi e Kangert.

 

Tanto lavoro per nulla nelle ultime tappe alpine
Ieri, nella 19esima tappa, l’Astana ha impresso alla gara un ritmo molto alto sin dall’inizio, tirando il gruppo al posto della Sky di Froome. Ma alla fine quel gran lavoro non ha prodotto frutti rilevanti: i migliori sono arrivati più o meno tutti insieme, ad eccezione di Bauke Mollema, saltato più per limiti personali (e già noti negli anni) che per altro.

Peggio ancora, tre ore di treno celeste-kazako avrebbero dovuto culminare con un affondo di Aru sulla salita finale (se proprio non si voleva osare un assalto sulla penultima ascesa: elemento, questo, che è parso tabù in tutto il Tour 2016). E invece Fabio, sul più bello, si è eclissato.

Allora, all’ennesimo rinvio, abbiamo tutti pensato che il balletto dei secondi di distacco potesse finire oggi, nell’ultima vera tappa, da Megève a Morzine. Nibali è partito in fuga con Fuglsang nei primi chilometri, ma che qualcosa non tornasse nel gioco Astana l’abbiamo capito quando, a un certo punto, proprio i compagni dello Squalo si son messi a inseguire la fuga, intimoriti dalla presenza in essa di Roman Kreuziger, che dalla 12esima posizione in classifica stava risalendo (con gli oltre 6′ di margine guadagnati a un certo punto) fino al secondo posto virtuale. Toccava proprio alla squadra di Martinelli inseguire in quel frangente?

 

Il disastro del Joux Plane
Sia come sia, il lavoro degli astanotti ha riportato il gap dai primi entro margini più consoni, e nel frattempo noi continuavamo ad aspettare una mossa di Aru. “Si muoverà sulla Ramaz?”, no, troppo presto per un semplice podio, si muoverà sul Joux Plane, del resto se non lo fa lui nessun altro avrà il coraggio di muoversi, al cospetto della Skyacciasassi di Froome.

Invece, appena presa l’ultima scalata del Tour 2016, l’amara sorpresa per i tifosi di Fabio: il ragazzo non solo non ha attaccato, ma ha perso immediatamente le ruote dei migliori. Come se fosse lì lì per vomitare, Aru, circondato dalla sua squadra, ha vissuto il suo personalissimo calvario, destinato a durare poco più di 20 km.

Crisi di fame? Chi lo sa, Fabio ha rifiutato le barrette e i gel che gli venivano offerti dai compagni; di sicuro un malessere diffuso che gli impediva di andare come avrebbe voluto e potuto. (E dovuto, dicono quelli più severi).

 

Aru, guardiamo al futuro cercando i necessari aggiustamenti
Le ipotesi sul perché della clamorosa controprestazione di Aru (9′ di ritardo in cima al Joux Plane, 17′ al traguardo) si fanno largo, e la più quotata pare quella proposta dal ct Davide Cassani, che unisce i puntini dei giorni difficili di Fabio negli ultimi anni e trova una linea comune nella pioggia, nel maltempo. Pare che il sardo soffra le condizioni climatiche difficili. Non parliamo di condizioni estreme, perché oggi non lo erano, ma in effetti la pioggia battente ha a volte lasciato strascichi nel rendimento del ragazzo, in passato: come non ricordare il suo calo dopo le frazioni bagnate di Imola e Vicenza al Giro 2015?

È chiaro che non stiamo proponendo un assioma, ma semmai un caso di studio. Verificheremo in futuro se c’è un’effettiva corrispondenza tra pioggia e passaggi a vuoto di Aru.

Per il momento, se ci mettiamo nei panni di Fabio, capiamo quanto difficile possa essere superare questa cocente sconfitta. Di sicuro al ragazzo non manca la grinta per reagire (l’ha spesso dimostrato proprio in corsa); ma altrettanto sicuramente sarà il caso che Aru comprenda se il futuro dovrà riservargli stagioni così incentrate su un appuntamento cardine. Correre di più, e non di meno, è la maniera migliore per limitare la pressione (che pure può aver giocato un ruolo in questo bruttarello Tour di Aru). È anche la maniera per ottenere risultati migliori? Valverde direbbe di sì, ma Valverde è Valverde. Aru, invece, chi è? Oggi ce lo chiediamo noi, e forse se lo chiede anche lui.

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