L'Italia femminile vincitrice dell'Inseguimento a Squadre @ UCI/Andrea Artoni
L'Italia femminile vincitrice dell'Inseguimento a Squadre @ UCI/Andrea Artoni

Ad Aigle l’azzurro si tinge d’arcobaleno

Ai Mondiali su Pista Juniores l’Italia chiude con tre ori, due argenti e un bronzo: brillano come sempre le ragazze

Poco più di una settimana fa ci trovavamo a commentare le splendide prestazioni azzurre ai Campionati Europei Under 23 e juniores su pista andati in scena a Montichiari, in cui l’Italia era riuscita a chiudere al primo posto nel medagliere con ben 6 medaglie d’oro. Un bottino ampiamente soddisfacente, in grado di far guardare con molta fiducia ai Campionati del Mondo Juniores su Pista che pochi giorni dopo avrebbero preso il via su Aigle (basti pensare che le gare europee nel Velodromo Fassa Bortolo si erano concluse domenica 17 luglio e mercoledì 20 si era già nella località svizzera sede dell’UCI).

Le ali dell’entusiasmo date dal disputare un’importante competizione in casa erano state sicuramente un grandissimo stimolo, ragion per cui le sfide iridate costituivano subito un banco di prova ancor più importante in cui provare a confermarsi. Il fatto poi che nella rassegna continentale era giunta proprio dalla categoria juniores la quasi totalità delle medaglie vinte rendeva particolarmente spasmodica l’attesa per la competizione mondiale in terra elvetica. Puntualmente le conferme sono giunte, con un settore femminile a fare ancora una volta la parte del leone grazie ad atlete che, per quel che riguarda le pari età, sono già divenute splendide realtà. Un’Italia al femminile che cresce più che bene quindi, mostrando miglioramenti notevoli e trascinando l’intero entourage al secondo posto assoluto di un medagliere, illuminato da tre acuti dorati e sei medaglie complessive.

Il quartetto delle meraviglie finalmente in cima al mondo
La straordinaria prestazione realizzata a Montichiari, con il titolo europeo vinto in maniera più che perentoria con un eccezionale 4’29″234 che è valso il nuovo record del mondo della specialità, ha reso particolarmente attesa, in terra svizzera, la gara del quartetto dell’Inseguimento a squadre femminile. Elisa Balsamo, Letizia Paternoster, Chiara Consonni e Martina Stefani erano ormai consapevoli di poter puntare ben più in alto di un semplice piazzamento sul podio, pronte a sfruttare al meglio l’occasione della vita. Già la prima giornata è servita a mettere in chiaro le cose: il quartetto azzurro si è issato in cima alla classifica con un 4’33″129 che ha permesso di regalarsi un confronto valido ma di certo non proibitivo con il quartetto canadese, autore del quarto tempo assoluto.

Il confronto ha visto, puntualmente, prevalere le nostre ma la brutta caduta occorsa a Martina Stefani ha contribuito a turbare la tranquillità in vista di una finale in cui dover dare tutto per ottenere la vittoria, tanto più che ad attendere le nostre c’era la Nuova Zelanda campionessa mondiale in carica. Pur con la comprensibile preoccupazione sulla tenuta, non è stato necessario operare cambi e così la sfida al titolo è partita subito con molto equilibrio. La contesa con il quartetto composto da Michaela Drummond, Emily Shearman, Kate Smith e Nicole Shields ha visto subito le azzurre in vantaggio ma poco dopo che entrambi i quartetti avevano percorso il primo chilometro si è verificato il colpo di scena decisivo: una caduta della Shields ha costretto le neozelandesi a proseguire in tre e per un paio di chilometri ancora la sfida si è mantenuta equilibrata con un’Italia in cui la Stefani ha dato fondo a tutte le proprie energie prima di sfilarsi ma nell’ultimo chilometro da percorrere lo sforzo si è fatto sentire tutto per le atlete oceaniche, dando così modo all’Italia d’imporsi con un buon 4’31″157 che è valso il primo storico titolo mondiale di specialità.

Un risultato straordinario che non fa che confermare come il lavoro avviato già da qualche stagione dal CT Dino Salvoldi stia procedendo nel migliore dei modi, garantendo anche validissimi ricambi per il quartetto Élite che potrà pensare a programmare al meglio la qualificazione per Tokyo 2020 una volta esaurita l’imminente esperienza di Rio de Janeiro. L’aver seguito passo dopo passo l’evoluzione della specialità (vale la pena ribadirlo) è stato però fondamentale per poter programmare al meglio il lavoro, iniziando a testare annualmente le nuove ragazze da inserire nel progetto. Ora, dopo aver toccato l’apice a livello giovanile, non resta quindi che proseguire il cammino anche nella massima categoria.

Letizia Paternoster: un talento luminoso che brilla nella Corsa a Punti
L’Europeo di Montichiari l’aveva idealmente incoronata come reginetta grazie ai tre titoli conquistati ma anche per la trentina Letizia Paternoster lo stato di grazia mostrato nei giorni precedenti chiedeva di alzare ulteriormente l’asticella per confermarsi come uno dei più interessanti talenti giovanili al femminile a livello mondiale. Detto della prima maglia conquistata grazie al quartetto, a livello individuale per l’atleta della Vecchia Fontana l’occasione per il raddoppio è stata fornita dalla Corsa a Punti (mentre nello Scratch la scena è stata lasciata alla Balsamo, campionessa uscente), scelta non casuale ed ulteriormente probante dopo il titolo europeo conquistato con un dominio che poche volte si mostra a determinati livelli, con le tutte le altre avversarie praticamente doppiate nel punteggio.

Anche la prova iridata, vissuta con maggiore pathos, ci ha però fornito le risposte attese, dal momento che la Paternoster (17 anni compiuti proprio venerdì scorso) ha saputo gestire la prova con la maturità e la freddezza degne di atlete ben più esperte. Un esempio pratico? Il non essersi per nulla scomposta nel momento in cui la temibile polacca Wiktoria Pikulik è riuscita ad issarsi in vetta alla classifica dopo una trentina di giri percorsi riuscendo a coronare in maniera vincente il proprio tentativo di caccia, che le ha permesso di guadagnare il giro di vantaggio su tutte le altre. Da quel momento per Letizia è iniziata una rincorsa entusiasmante che l’ha portata a vincere ben quattro sprint consecutivi tra i -50 e i -20 giri dalla conclusione, che le hanno permesso di portarsi al comando, preoccupandosi poi di gestire al meglio il finale, in cui anche la britannica Roberts, riuscita anche lei a conquistare il giro di vantaggio, era tornata pericolosamente in gioco.

Alla fine i numeri hanno parlato in maniera eloquente: dieci sprint su dieci in cui la Paternoster è riuscita a piazzarsi in una delle prime quattro posizioni che davano punti, cinque sprint su dieci vinti ed un totale di 35 punti che le ha permesso di conquistare il titolo mondiale con tre lunghezze di vantaggio sulla britannica Jessica Roberts (fermatasi a 32) e cinque sulla polacca Pikulik che ne ha invece racimolati 30. Un titolo fortemente voluto quindi per la trentina, per la quale il soprannome di “Mini Vos” comincia a suonare sempre meglio e che inviterà a seguire ancor con più attenzione questa ragazza che si trova appena al primo anno nella categoria ma ha già colto anche importantissimi risultati anche su strada.

Elisa Balsamo: un iride nell’Omnium che splende più che mai
Se la Paternoster rappresenta la nota più lieta tra le novizie della categoria, Elisa Balsamo è la grande conferma del 2016, dove la piemontese di Peveragno ha già vissuto una prima parte di stagione abbastanza proficua, in cui è arrivato anche il titolo italiano su strada. Anche per lei i campionati europei si erano chiusi più che positivamente con i titoli nell’Inseguimento a Squadre e nell’Omnium. Proprio la più completa e difficile tra le gare in programma, vista l’oculata e dispendiosa gestione nell’arco delle sei prove, è stata il principale banco di prova per lei, grazie alla completezza e regolarità di rendimento mostrata anche di recente, con una certa disinvoltura nel passare dalle prove veloci a quelle Endurance. Anche in questa occasione la risposta è stata perentoria e così Elisa è meritatamente salita in cima al mondo nella specialità, dove nelle ultime stagioni era stata Martina Alzini ad andare vicinissima al successo iridato.

Partita subito benissimo con il successo nella specialità preferita (lo Scratch), la Balsamo ha ottimamente fatto segnare il terzo tempo assoluto nell’Inseguimento individuale ed ha disputato una prova impeccabile nell’Eliminazione, preceduta solo dalla canadese Coles-Lyster. La seconda e decisiva giornata si è però risolta in maniera trionfale per la cuneese: dopo aver prevalso nei 500 metri infatti è riuscita a replicare anche nel Giro Lanciato, che le ha permesso di presentarsi così alla vigilia dell’ultima prova con 14 punti di vantaggio sulla neozelandese Drummond e ben 28 sulla Coles-Lyster. A quel punto non restava che gestire attentamente la gara nella Corsa a Punti e i 15 punti racimolati le hanno permesso di conquistare il successo finale, portando lo score a 209 contro i 196 della Drummond e i 192 della Coles-Lyster.

Per la Balsamo un titolo che sa di consacrazione e sulle sue qualità pare già avere le idee molto chiare il CT Salvoldi che, nonostante sia ancora un’atleta juniores, l’ha designata come riserva in patria tra le atlete selezionate per costituire il quartetto dell’Inseguimento a Squadre alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Un attestato di stima importantissimo quindi e pazienza se pochi giorni prima lo Scratch, in cui puntava a difendere il titolo conquistato lo scorso anno, si era chiuso con un amaro settimo posto, scaturito dall’imprevedibilità della gara e da una presunta manovra scorretta di un’avversaria (il titolo è poi andato alla britannica Rebecca Raybould). Il futuro, per ora, è tutto dalla sua parte.

Gloria Manzoni e Martina Fidanza: i volti felici e argentati delle discipline veloci
Ci sono stati però anche altri validissimi motivi di soddisfazione nella rassegna iridata appena conclusa e vengono da quel settore velocità che, almeno a livello giovanile tra le ragazze, sta cominciando a ridare risultanze davvero importanti. Se infatti le prestazioni di Elena Bissolati e Miriam Vece delle ultime annate invitavano a non disperdere il lavoro svolto, le belle prove già offerte agli Europei da Gloria Manzoni e Martina Fidanza erano state una prima dimostrazione di continuità in atto. I mondiali però hanno offerto risposte ulteriormente autorevoli da parte della piemontese di Santhià e della bergamasca figlia d’arte, arrivate a sfiorare la grande impresa nella Velocità a Squadre.

Nella giornata inaugurale, in cui veniva assegnato il titolo iridato di specialità, infatti la coppia azzurra è riuscita a realizzare un risultato tanto lusinghiero quanto sorprendente, fermando il cronometro sul tempo di 28″282 che ha permesso loro di accedere alla finale per l’oro con la miglior prestazione assoluta. Ad attenderle nella finale per il titolo le neozelandesi Emma Cumming ed Ellesse Andrews, favorite nel pronostico: la lotta è stata equilibrata ed entusiasmante ed alla fine le All Blacks sono riuscite a spuntarla solamente nel giro conclusivo, con il tempo di 28″006 contro il 28″357 delle nostre. Se da un lato la sconfitta poteva lasciare un po’ d’amaro in bocca, dall’altro si poteva essere assolutamente soddisfatti per un risultato difficile da pronosticare alla vigilia, nonostante le ottime recenti risultanze.

A confermare il gran momento e la bontà del lavoro svolto, passato anche attraverso esperienze di livello internazionale all’estero durante la stagione, è giunta poi un’altra medaglia d’argento conquistata da Gloria Manzoni nel Keirin, specialità in cui la piemontese si trova particolarmente a proprio agio: dopo aver vinto la propria batteria nel primo turno, l’atleta della Cicli Fiorin (società che è sempre garanzia nel lanciare nuovi talenti a livello giovanile) ha saputo dosare bene le forze, concludendo al terzo posto la semifinale e guadagnandosi l’accesso alla finale principale, in cui solamente la ceca Sara Kankovska è riuscita a precederla (mentre alle sue spalle ha concluso la cinese Yufang Guo, reduce dall’argento conquistato nella Velocità). Una bella soddisfazione per questa ragazza del secondo anno, chiamata al debutto nella massima categoria il prossimo anno.

Sia la Manzoni che la Fidanza rendono ancora qualcosa nella Velocità pura, dove atlete dotate di maggior potenza riescono a marcare la differenza già nei tempi di qualifica (con la Fidanza che comunque ha saputo conquistare un buon quarto posto europeo) e sull’onda di ciò viene da fare un’osservazione non secondaria: posto che il lavoro di Salvoldi è stato eccellente, occorrerebbe pensare all’eventualità di affiancare al CT un commissario tecnico che curi esclusivamente le discipline veloci, in un momento in cui anche nel settore maschile si stanno timidamente ripresentando al via atleti nostrani. La supervisione di uno specialista, oltre a permettere di curare maggiormente alcuni dettagli, permetterebbe di prolungare meglio il lavoro anche nelle annate successive, dove si potrebbe in qualche modo provare ad arginare l’accantonamento delle discipline per dedicarsi esclusivamente alla strada o alle discipline Endurance. Giunti a questo punto il gioco può valere davvero la candela, su quel percorso che potrebbe portarci finalmente a riavere atlete competitive anche tra le Élite nel settore della Velocità.

Moreno Marchetti unico acuto di un settore maschile che deve ancora crescere
Esaurito l’ampio spazio dedicato ai successi del settore femminile, occorre spendere qualche parola sul settore maschile che continua a vivere momenti di chiaroscuro, per certi versi comprensibili se si pensa che nel femminile le atlete sono chiamate subito al grande salto nella massima categoria mentre per i ragazzi la categoria juniores segna soltanto un passaggio di crescita fondamentale verso la categoria Under 23 in cui cercare di capire davvero se può avvenire il salto di qualità.

A mettere a referto l’unica medaglia del settore è stato il veneto Moreno Marchetti, capace di ottenere il bronzo in una gara di Scratch particolarmente frizzante e risoltasi con la clamorosa sorpresa data dal successo del mongolo Batsaikhan Tegshbayar, in grado di dare il primo storico titolo mondiale al proprio paese con un’azione partita a meno di dieci giri dal termine e conclusa positivamente nonostante la mancata conquista del giro. Marchetti, autore di una gara diligente, ha cercato di poter evadere dal gruppo negli ultimi 20 giri per cercare la caccia decisiva che gli permettesse di conquistare il giro ma non ha avuto successo nell’intento, dovendo accontentarsi di sprintare comunque per una medaglia, anticipato dal ceco Babor a cui è andato l’argento.

Marchetti ha poi disputato anche l’Omnium, accusando la parte finale della prova come in occasione dell’Europeo, chiudendo comunque con un discreto settimo posto. Per tutti gli altri azzurri in gara piazzamenti di rincalzo nelle varie prove (anche se sono stati diversi anche i primo anno impiegati), con il figlio e fratello d’arte Michael Minali unico esponente presente nella Velocità e nel Keirin, in cui il suo cammino si è purtroppo interrotto presto (ma già l’esserci ha la sua importanza). Il maggior rammarico per il settore però è senza dubbio venuto dalla mancata qualificazione alla finale della Corsa a Punti da parte di Matteo Donegà, reduce da una bella medaglia d’argento agli europei e condannato in batteria solamente dal peggior piazzamento nello sprint conclusivo, dopo esser giunto a pari punti con altri quattro atleti: un’assenza dalla finale, la sua, che ha sicuramente tolto le speranze di un’altra medaglia.

Occorre comunque dire che l’intensa attività su strada operata nel corso della stagione, con alcuni ragazzi chiamati a gareggiare in azzurro anche all’estero in gare di Coppa delle Nazioni, non rende facile la programmazione del lavoro, senza contare che anche gli impegni scolastici hanno il loro peso. Ne consegue quindi che non tutti i ragazzi risultino ancora pronti o sufficientemente competitivi e se a questo si aggiunge l’elevata competitività anche di atleti di nazioni non esattamente predominanti la scena ciclistica, si comprende come il giungere a risultanze soddisfacenti sia molto più arduo. Del resto non è neppure possibile pensare di poter annoverare ogni anno il Filippo Ganna di turno (giusto per fare il nome di un atleta decisamente superiore alla media nazionale sui velodromi nelle ultime stagioni) a far da traino al movimento. Buone indicazioni sono sicuramente arrivate ma il lavoro da fare è ancora molto.

Italia seconda in un medagliere che premia la Nuova Zelanda
In conclusione sono state pertanto sei le medaglie conquistate dall’Italia, che nel medagliere si è attestata in seconda posizione alle spalle della Nuova Zelanda, che con nove medaglie complessive di cui quattro d’oro. Oltre al già citato titolo nella Velocità a Squadre femminile, gli oceanici (ormai una delle formazioni di riferimento a livello mondiale) hanno esultato anche nell’Inseguimento a Squadre maschile con Campbell Stewart, Jared Gray, Thomas Sexton e Connor Brown capaci d’imporsi sulla Danimarca col tempo di 4’01″409, nuovo record del mondo nella categoria. Stewart si è poi aggiudicato anche l’Omnium davanti all’argentino Contte e al danese Johansen mentre Bradley Knipe si è aggiudicato il derby d’Oceania con l’australiano Rowley, divenendo il nuovo campione del mondo della Velocità.

Due titoli per la Germania, entrambi conquistati dalla promettente velocista Pauline Grabosch, prima sia nella Velocità che nei 500 metri (in cui ha fatto segnare con 34″023 il nuovo record mondiale) battendo la cinese Guo. Doppia maglia iridata anche per la Russia, che si è aggiudicata la Velocità a squadre maschile (i campioni europei Dmitriev, Rostov e Nesterov hanno avuto la meglio sull’Australia) e l’Inseguimento individuale femminile, in cui Maria Novolodskaya ha avuto la meglio sull’australiana Haines dopo aver stabilito nelle qualifiche il nuovo record mondiale col tempo di 2’22″410. Doppietta anche per la Svizzera con Stefan Bissegger vincitore con tanto di record del mondo (tempo di 3’12″416) dell’Inseguimento individuale maschile davanti al danese Rasmus Pedersen e con Marc Hirsci e Reto Muller vincitrici dell’Americana davanti a Nuova Zelanda e Australia.

Per sei nazioni infine la rassegna iridata si è conclusa con un titolo a testa: detto già delle vittorie della britannica Rebecca Raybould nello Scratch femminile, del sorprendente Tegshbayar per la Mongolia nello Scratch maschile e della ceca Sara Kankovska nel Keirin femminili, restano da citare le vittorie iridate dell’australiano Conor Rowley nel Keirin maschile (vinto davanti al ceco Cechmann e allo spagnolo Orgambide), del canadese Stefan Ritter nel Chilometro tra gli uomini (argento al neozelandese Knipe, bronzo al sudcoreano Na) e del polacco Szymon Krawczyk, che si è aggiudicato la Corsa a Punti maschile davanti al britannico Walls e al portacolori di Taipei Wen Chao Li. Tra le maggiori deluse della rassegna troviamo senz’altro la Francia e la Spagna, capaci di conquistare solamente una medaglia di bronzo a testa.

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