Le bandiere sventolano al Maracanà © Rio 2016
Le bandiere sventolano al Maracanà © Rio 2016

Maracanà, Maracanà, siamo venuti fino a qua…

Il Brasile si è presentato al mondo nella cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici, senza lasciare fuori scena le sue contraddizioni

Il conto alla rovescia è finito. Ci siamo. I Giochi della XXXI Olimpiade a Rio de Janeiro sono iniziati. Sportivi e non, di tutto il mondo, sono ormai pronti a non sentir parlare d’altro almeno fino al 22 agosto, quando le Olimpiadi verranno archiviate.

Tra polemiche di carattere politico, con un governo provvisorio poco gradito alla popolazione, tra proteste e manifestazioni a causa delle cattive condizioni economiche in cui versa il paese e i suoi abitanti, tra strutture tirate su un po’ alla meglio, un campo per la vela distrutto da una mareggiata, gli atleti australiani che postano sui social le immagini delle loro camere alquanto approssimative, con muri pieni di umidità e fili elettrici scoperti, la vigilia di queste Olimpiadi di Rio è stata piuttosto travagliata. E come se non bastasse, il budget per la cerimonia dimezzato ha costretto gli organizzatori ad eliminare alcune parti, a ridurre lo spettacolo perché i soldi non bastavano.E poi Pelé, l’idolo di casa, che proprio all’ultimo ha rinunciato a vestire i panni dell’ultimo tedoforo, per problemi di salute.

Ma nonostante tutto, la festa ha avuto inizio. Lo stadio Maracanà, riempito per l’occasione da circa 87000 persone, è stato lo scenario in cui ha preso vita una cerimonia d’apertura piuttosto semplice, poco tecnologica rispetto alle ultime due di Pechino e Londra, ma tutto sommato molto particolare, soprattutto perché ha affrontato temi scomodi, come quello ambientale, con le emissioni di CO2 e il riscaldamento globale, che sta portando allo scioglimento dei ghiacci. Si è partiti da lontano, però, dalla storia del Brasile, dagli indigeni che abitavano le terre carioca all’arrivo delle caravelle di Cristoforo Colombo e alla successiva invasione da parte degli europei, passando per la deportazione degli schiavi dall’Africa e l’arrivo dei popoli orientali, fino all’urbanizzazione, sottolineata dalla corsa, dai salti spettacolari e dalle arrampicate degli atleti del Parkour.

Infine le favelas, ricordate dai ballerini di hip-hop, per non dimenticare che Rio è anche questo. Caetano Veloso e Gilberto Gil hanno acceso lo stadio al ritmo di samba, prima di lasciare spazio alla sfilata delle nazioni, uno dei momenti più divertenti e colorati. Abiti tipici coloratissimi, atleti emozionati (qualcuno anche in lacrime), biciclette con carretti pieni di piante e fiori. Qualche polemica per l’ordine di uscita delle nazioni che gli organizzatori hanno voluto rigorosamente in ordine alfabetico portoghese. Gli Stati Uniti, per questioni televisive, volevano uscire alla fine, alla lettera U come USA, per non rischiare un calo degli ascolti nella parte successiva della cerimonia, ma gli organizzatori brasiliani si sono opposti e gli hanno imposto il loro ordine, con uscita alla lettera E di Estados Unidos d’America.

Dopo il boato dello stadio all’entrata degli atleti brasiliani, la scoperta dell’ultimo tedoforo, passato sotto silenzio fino all’ultimo minuto. La scelta è andata su Vanderlei De Lima, lo sfortunato maratoneta che alle Olimpiadi di Atene 2004 si vide aggredire da un folle mentre era in testa ma che riuscì a concludere la sua corsa con una medaglia di bronzo. Ora la fiamma olimpica brucia all’interno del Maracanà e lì resterà fino al 21 agosto, fino alla cerimonia di chiusura quando ripartirà per una nuova destinazione.

E se fuori dallo stadio, polizia e manifestanti si scontrano, se la popolazione protesta per i soldi spesi e per quelli che mancano, poco importa. Ora l’attenzione è tutta per gli atleti, per le gare, per le medaglie. I problemi possono aspettare, almeno fino a quando tutti i riflettori saranno spenti e nessuno ci penserà più.

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