Adrian Carambula impegnato in battuta © Ap
Adrian Carambula impegnato in battuta © Ap

Colpo di Carambula, ma non è biliardo

Alla scoperta dell’azzurro del Beach Volley, personaggio del primo giorno di Rio 2016: e poteva essere calciatore…

In un giorno dove due ruote, spade, frecce e carabine lasciano un sapore molto agro e poco dolce, l’Italia conosce un protagonista sino ad ora riservato agli appassionati della disciplina e a pochi altri fan “hardcore”. È Adrian Carambula che, assieme al compagno Alex Ranghieri e ai rivali Clemens Doppler e Alexander Horst, ad inaugurare il (magnifico) campo del Beach Volley sulla spiaggia di Copacabana.

E lo fa, il nostro, con una prova da assoluto one man show. Merito, soprattutto, dello skyball: l’azzurro, al posto delle classiche battute tese o in jump float (tradotto in italiano con un letterale “salto flottante”) usate sia sulla sabbia che nell’indoor, ha fatto sua la tecnica detta “coreana”, utilizzata anche da altri rivali del Beach. Ossia quella portata avanti nella pallavolo dagli atleti del paese asiatico che consiste di lanciare il pallone con forza verso l’alto che cade nel campo avversario come un proiettile.

All’aperto tale mossa può sfruttare un elemento assente all’interno dei palazzetti: il vento, che sovente spira con forza nei campi in riva al mare e che fa assumere una traiettoria non ordinaria al pallone, con sommo dispiacere per gli avversari che, prima di posizionarsi di ricevere, devono alzare gli occhi al cielo per valutare (magari anche controsole) la direzionalità, la velocità e la posizione del pallone. Non semplice, come hanno potuto ahiloro verificare i due austriaci, battuti sonoramente da Carambula-Ranghieri per due set a zero, con i parziali di 21-14 e 21-13.

Se il ventinovenne pordenonese Ranghieri è un ex pallavolista (anche Treviso e Perugia in carriera) riconvertitosi da beacher da qualche anno, ben diversa è la storia del suo collega. All’anagrafe è registrato come Adrian Ignacio Carambula Raurich: questo perché lui è nato a Montevideo nel marzo 1988. E proprio nel paese natale pratica quello che quasi tutti i bambini uruguaiani da decenni fanno: danno calci ad un pallone, nel sogno di diventare emuli dei tanti campioni della gloriosissima Celeste.

C’è chi sogna di parare come Ladislao Mazurkiewicz, il mitico arquero negro protagonista a Messico ’70, chi di segnare come El Principe Enzo Francescoli, chi di scattare sulla fascia come Rubén Sosa. E anche il giovane Adrian non fa eccezione, correndo sui polverosi (di sabbia, ma dalla consistenza diversa di quella attuale) campi del Urreta Futbol Club.

In squadra assieme a lui, seppur di un anno più vecchio, un ragazzino con i denti davanti già molto pronunciati, dal talento già cristallino. Tal Luis Alberto Suárez Díaz, che ora si diverte con gli “amichetti” Lionel Andrés Messi Cuccittini e Neymar da Silva Santos Júnior, a gonfiare le reti del Camp Nou e degli stadi di mezzi Europa.

All’età di 13 anni Adrian deve lasciare l’amicizia e la compagnia di Luis perché con la famiglia si trasferisce: ma non a Salto, Paysandú o in qualche altra città del paese. Si vola fino a Miami dove papà avvia una impresa di pulizie. Nella rinomata località della Florida il calcio non è popolare come a Montevideo o come è ora nel paese a stelle e strisce; era, al tempo, sport considerato adatto alle ragazze che lo praticavano e praticano in massa.

Che fare, dunque? Con il tempo si appassiona al Beach Volley, praticato tanto nella costa atlantica che in quella pacifica. E il rendimento non è niente male, se è vero che nel 2007 debutta nel circuito professionistico statunitense grazie al quale conosce Phil Dalhausser, leggendario giocatore che nel 2008 ha vinto l’oro (con Todd Rodgers) ai Giochi Olimpici di Pechino. Costui, omone da quasi 210 cm di altezza, si prende a cuore la storia di Carambula e, venuto a conoscenza della presenza di un’antenata italiana, parla con i rappresentanti italiani del Beach di fatto raccomandandolo.

E così le parti arrivano in contatto accordandosi, nel 2014, per un provino che ha dato esito favorevole. Dall’inizio dello scorso anno è stata formata la coppia fra Carambula e Ranghieri che trova subito una profonda intesa, diventando fra le più accreditate al mondo: per loro parlano l’argento europeo 2015 e le due vittorie nel circuito mondiale. Per le loro attese olimpiche, sky’s the limit, come cantava un defunto rapper yankee. Perché porsi limiti, dunque?

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