Van Der Breggen esulta a Rio @ Getty Images Sport
Van Der Breggen esulta a Rio @ Getty Images Sport

Van Vleuten come Nibali, ma la festa resta in Olanda

Gara analoga al femminile nel suo finale assurdo, con un’unica differenza: cade un’olandese, vince una connazionale, la Van Der Breggen

La strada dà, la strada toglie. Solo ieri piangevamo lacrime amare per l’epilogo della corsa di Vincenzo Nibali, caduto in discesa quando si involava verso un possibile successo olimpico; oggi la stessa discesa, implicitamente, toglie a qualcuno (la povera Annemiek Van Vleuten, che per fortuna sta bene, vista la bruttissima caduta fatta) per dare, implicitamente, ad Elisa Longo Borghini di giocarsi le possibilità di conquistare una medaglia, ed eseguire il compito lottando fino in fondo. Un’impresa non facile, per chi come la varesina non è il più forte in salita, e non è il più forte nemmeno allo sprint, ma riscatta anni d’impegno, sacrifici, e quello sfortunato quarto posto mondiale ottenuto l’anno scorso, a Richmond.

Intorno, l’Olanda può comunque festeggiare con Anna Van Der Breggen, che ritaglia definitivamente il suo spazio nella storia del ciclismo femminile, davanti all’eterna piazzata della sua storia recente, quell’Emma Johansson che già era stata seconda a un mondiale, nel 2013, e adesso può dire lo stesso anche di un’olimpiade. Con la differenza che ai Giochi la medaglia è comunque un successo che va festeggiato.

E infine, c’è la sconfitta cocente, quella di Mara Abbott, che paga per l’ennesima volta, in maniera definitiva, ciò che Mara Abbott è: una fortissima scalatrice, una pavida discesista e una passista dalle energie molto limitate. Sembrava fatta, per l’americana, ma negli ultimi 3 km si è spenta la luce, evidentemente e letteralmente. Una sconfitta come quella di oggi, a 31 anni, può fare molto male.

Solo 68 in gara, meteo più instabile
Sono pochine le atlete in partenza da Copacabana, 68 con l’inclusione last minute di Olga Zabelinskaya. Per le ragazze c’è un pecorso ovviamente più corto, ma non troppo facile, 137 km con due trasferimenti, doppio circuito di Grumari e uno scollinamento a Vista Chinesa, che per le donne è una salita interminabile e durissima (non si vedranno scatti). In più, la situazione meteorologica è meno semplice delle giornate precedenti: a momenti si afa si alternano tratti di vento e instabilità, che nel finale porterà anche qualche goccia di pioggia. Tali condizioni portano a una partenza prudente, con Lotte Kopecky (Belgio) che si fa carico dopo 20 km di portare la prima azione interessante, seppur da sola. Le tedesche tentano di far la gara da lontano: prima provano i ventagli, senza successo, poi mandano in avanscoperta Remy Kasper dopo 32 km, quando il vantaggio della Kopecky ormai sfiora i 3′. La belga arriverà a un vantaggio massimo di 4’45”.

Van Dijk mattatrice del primo giro, Bronzini risponde
La gara vera si accende con la prima scalata a Grumari, con le squadre più importanti a muoversi: riassorbita la Kasper, parte Ellen Van Dijk (Olanda), con Giorgia Bronzini attenta alla sua ruota e la polacca Anna Plichta. A loro si accodano anche due storiche passiste, Trixi Worrack (Germania) e Kirstin Armstrong (USA), alla soglia dei 43 anni ancora attesa per la prova a cronometro. Il pericoloso quintetto comincia a prendere margine e ad avvicinarsi alla Kopecky, ma è osteggiato da Emma Pooley (Gran Bretagna) che tenta di entrare nel tentativo sulla salita di Grota Funda ma è a sua volta controllata da Marianne Vos in persona. Una Marianne che, come vedremo, correrà a favore delle compagne, abbandonando le ambizioni personali e facendo anche da portaborracce.

La Vos si sacrifica, Pauline Ferrand-Prévot e Cecchini nel suo tentativo
All’inizio del secondo giro si spegne il tentativo, soprattutto a causa della mancata collaborazione verso la Dijk; e sostanzialmente succede poco nel corso del resto, se non un frazionamento nella discesa di Grumari  ed un velleitario tentativo di Audrey Cordon (Francia) che si spegne dopo 7 km, a 47,5 dall’arrivo. Sono sempre le stesse le nazioni interessate alla corsa dura: Elena Cecchini e Marianne Vos si lanciano subito in un ulteriore tentativo di Trixi Worrack, e ad esse si accodano Gracie Elvin (Australia), Malgorzata Jasinska (Polonia), Pauline Ferrand-Prevot (Francia) e Anisha Veekmans (Belgio). Un’azione di prestigio, con tanto iride, fatta per mettere in difficoltà britanniche e americane, ed isolare rispettivamente Abbott e Armitstead, che sembra puntare anche a qualcosa di più, quando raggiunge il 1’10” di vantaggio. Potenti le trenate della Vos, che vende cara la pelle in vista di Vista Chinesa.

Il passo terrificante della Abbott, lo scatto della Van Vleuten
Le prime rampe del tratto più duro di Canoas sono dominio di Mara Abbott, che impone un passo irresistibile già dalle prime rampe chiudendo sul gruppetto della Vos. In poche resistono, e tra queste non c’è Megan Guarnier, la vincitrice del Giro: sono l’altra americana, Evelyn Stevens, le olandese Anna Van Der Breggen e Annemiek Van Vleuten, Emma Johansson (Svezia), Ashleigh Moolman (Sudafrica) e una pimpante Elisa Longo Borghini. Non ce la fa a tenere il passo neanche Lizzie Armitstead e Katarzynka Niewiadoma (Polonia), che restano a poca distanza con in mezzo Jolanda Neff (Svizzera) e una Flavia Olivieira (Brasile) gasata dalla corsa di casa.

Un attacco della Van Der Breggen fa sì che a Canoas scollinino solo Abbott, Van Vleuten e la Longo Borghini, ma è lo scatto della Van Vleuten all’inizio del secondo tratto a definire l’esito della gara (o almeno, così sembra): resta solo la Abbott, mentre Van Der Breggen e Longo Borghini pagano, sfinite, e vengono riprese da Emma Johansson.

Caduta drammatica per Van Vleuten, per la Abbott sembra fatta
Come prevedibile, sin dai primi tratti della discesa la Van Vleuten si sbarazza della compagnia della Abbott e sembra involarsi verso un oro storico. Ma non ha fatto i conti con l‘asfalto bagnato dalle prime gocce di pioggia: su una curva a destra arriva al bloccaggio e si cappotta, cadendo spaventosamente di testa. Attimi di preoccupazione, ma poi a fine gara verremo rassicurati sulle condizioni della sfortunata olandese. La Abbott arriva così in fondo alla discesa con 40″ di vantaggio sul terzetto inseguitore, che a sua volta deve guardarsi le spalle da Niewiadoma, Neff, Oliveira e Armtstead. La medaglia sembra ormai scivolare dalle mani di Elisa, ma la fortuna cambierà benevolmente in pochi chilometri.

Abbott ripresa negli ultimi 3 km, soprattutto grazie a Elisa
Johansson, Van Der Breggen e Longo Borghini, dopo una discesa fatta così così, si mettono a tutta a collaborare e distanziano le inseguitrici. La Abbott, dopo essere apparsa in grado di arrivare al traguardo, comincia a calare a 3000 metri dalla fine, fino a spegnersi come una candelina. E all’ultimo chilometro Elisa, vedendosi battuta allo sprint, decide di correre per la medaglia e fa la gara sulla Abbott, arrivando a riprenderla a 300 metri dall’arrivo: la sua olimpiade è già vinta, ciò che accade quando scatta Anna Van Der Breggen non conta più. Anche perché è un no-contest, con Emma Johansson che cerca di superarla nei metri finali ma è troppo tardi.

A 20″ la Armitstead regola Neff, Olivieira (autrice della gara della vita) e una Newiadoma un po’ deludente. Altro quartetto a 1’14”, con Marianne Vos che esulta per la compagna superando Moolman e le sconfitte Guarnier e Stevens. Tatiana Guderzo, unica azzurra mai nel vivo di un’azione ma comunque in buona forma, è 14esima a 2’19”, Elena Cecchini giunge 20esima a 5’07” ed anche  riesce a chiudere, 42esima a 10’06”.

Archivio

La vignetta di Pellegrini