Cancellara gioisce con la medaglia al collo © Bettiniphoto
Cancellara gioisce con la medaglia al collo © Bettiniphoto

Locomotiva di Berna, ultima stazione: Rio de Janeiro

L’oro olimpico bissato potrebbe essere l’ultimo episodio di una gloriosa carriera. Dumoulin e Froome accompagnano sul podio una leggenda

Chiediti, tu tifoso di ciclismo, quale altro traguardo avrebbe potuto raggiungere Fabian Cancellara al tramonto della sua carriera. Diresti Giro delle Fiandre, mancato, diresti Parigi Roubaix, mancata, non diresti mai una cronometro, non perché l’elvetico non sia comunque tra i migliori della specialità, ma perché il sontuoso dominatore delle prove contro il tempo l’hai già ammirato, esaltato, incensato, a ragione, e ti sei fatto una ragione del fatto che no, non è più la sfida contro il tempo la ragion di pedalare dell’elvetico.

Sbagli, appassionato mio, sbagli tantissimo, perché il ciclismo è gambe e testa, perché, diciamolo, un atleta che sembrava avviarsi al termine del suo percorso agonistico senza particolari spunti, fatta eccezione la competizione fatta di terra, sterrato e polvere che risponde al nome di Strade Bianche, trova proprio nella cronometro da sempre ragione di vita l’ideale chiusura di una carriera che, almeno nelle sue fasi iniziali, era proprio vissuta sull’esercizio contro il tempo. Fabian Cancellara oro all’olimpiade di Rio, ed alzi la mano chi vi avrebbe scommesso alcunché. Perché le qualità dello svizzero saranno pure indiscutibili, ma con la concorrenza di gente come Tom Dumoulin, Chris Froome sarebbe stato più logico pensare ad un bronzo che ad un oro. E invece il Dumo acciaccato, con un polso dolorante, il frullino un po’ incantato, dopo la prova in linea, ed il Cance in uno stato di grazia, lo ripetiamo, di gambe come di testa. Uno stato che significa oro, ed è il secondo, dopo quello di Pechino, sempre nella cronometro.

Crono umida: Caruso solo per onor di firma
Una crono olimpica per niente facile, quella di oggi. L’avevamo già visto nella prova su strada: il circuito di Grumari, per quanto ampio e ben tenuto, presentava due salite dalle pendenze aggressive, di quelle che spezzano le gambe. Due salite da ripetere due volte, per un totale di quattro, e nel mezzo un tratto di pavé tagliato da una lingua d’asfalto dalla quale bisogna non cercare di uscire assolutamente, nonostante un asfalto bagnato dalla pioggia mattutina. Bisogna essere al 100% per non scoppiare su un percorso così, e difatti saranno molti i favoriti della vigilia che pagheranno la stanchezza accumulata. Nella prima tranche di atleti nessuno riesce a staccare un tempo considerevole, complici le condizioni climatiche ancora poco favorevoli. Il migliore in questa fase risulterà il ceco Leopold König, 11esimo finale a 3’08” da Cancellara, meglio di un ancora insufficiente Michal Kwiatkowski (14esimo). In questa fase ci sarà anche Damiano Caruso, fiaccato anche da febbre e gastroenterite: il suo onor di firma vale un 27esimo a 7’31”, buono solo per gli annali.

Martin disastroso, Dennis rallentato da un incidente tecnico
La gara vera comincia alle 16:15 italiane, con la partenza di Edvald Boasson Hagen. E il primo intertempo consegna già i primi verdetti negativi: male Vasil Kiryenka (17esimo a 3’50”), malissimo Taylor Phinney (22esimo), mentre Tony Martin comincierà ad affondare nel successivo passaggio verso una prova incolore, che lo vedrà 12esimo a 3’18”: per lui, di sicuro la peggior prestazione di sempre ad alto livello. Un fuoco di paglia invece, dopo i primi 10 km quel Geraint Thomas che ieri non doveva nemmeno partire e oggi sembrava da podio: ma quando l’appuntamento non è preparato l’acido lattico presenta il conto. È Fabian Cancellara a mettere subito le cose in chiaro, invece, mettendosi davanti a tutti dopo una prima parte con molta salita: appena 67 centesimi lo separano dopo il primo intermedio da Rohan Dennis, che presto emerge come più quotato rivale odierno.
Il 26enne australiano ha difatti in canna il miglior tempo a Grota Funda, mentre Cancellara sembra già calare (un problema meccanico? oppure tattica difensiva?) e accusa 24″, praticamente lo stesso tempo di un Chris Froome che non sarà mai in gara per l’oro, mentre Tom Dumoulin tiene un ottimo passo, quello che gli si confà, seppur regolare. E tra questi 4 rivali, emerge uno sempre troppo sottovalutato: è Johnathan Castroviejo, la cui unica colpa è quella di non aver ancor vinto metalli a livello internazionale; ma l’anno scorso ai mondiali giunse ai piedi del podio.

Il cambio di passo e il dominio di Cancellara
Dopo Grota Funda Cancellara sfodera una discesa da paura e ribalta la situazione, portandosi 18″ avanti a Dennis;  chiudere i conti a sfavore dell’australiano ci pensa un problema tecnico, la rottura della pendice, che lo costringerà al cambio di bici e lo condizionerà, costringendolo a perdere il passo da medaglia. Da questo punto in poi le posizioni si consolidano nel corso del secondo giro, e Spartacus completerà il suo dominio col 1h12’15”, ad una folle media (per la durezza del circuito) di 45,2 km/h. Lontani, lontanissimi gli altri: Dumoulin a 47″, Froome a 1’02”,  Castroviejo a 1’06” e a un passo da una magata impressionante, Dennis mestamente quinto a 1’10” (ma tra quattro anni potrà riscattarsi, Dumoulin permettendo).
Completando la classifica, troviamo al sesto posto un buon Maciej Bodnar a 1’50”, al settimo Nelson Oliveira a 1’59”, in forte rimonta (autore del miglior parziale nel finale), all’ottavo Ion Izagirre Insausti, che sembrava in grado di prendere il passo del connazionale ma poi si è dovuto accontentare di arrivare a 2’06”, al nono Thomas a 2’37” e al decimo Primoz Roglic a 2’39”: seppur acerbo su così lunga distanza lo sloveno sembra possa ancora migliorare.

È la fine? Sembra proprio di sì
E torniamo alla locomotiva di Berna, che con oggi potrebbe decidere di concludere anticipatamente la carriera, come ha già fatto un’altra colonna sabato, Purito Rodriguez. Le premesse ci sarebbero tutte: una grande vittoria per concludere e al contempo nessuna maglia da indossare, a differenza del mondiale; un’annata che è stata tanto lunga e che non prevede altri eventi particolarmente significativi per lui (se non, appunto, il Mondiale). Un cerchio che si chiude, e la soddisfazione di non dover dimostrare più nulla a nessuno.

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