Il podio finale della Vuelta © Twitter
Il podio finale della Vuelta © Twitter

Una Vuelta di prima grandezza

Riviviamo quanto accaduto nelle tre settimane della corsa spagnola, rimasta incerta fino alla fine per merito di campioni dal nobile lignaggio

Nelle ultime stagioni la Vuelta a España ha regalato sfide interessanti su percorsi disegnati in maniera quantomeno rivedibile, fra minitappe e rampe di garage a riprodursi quasi senza soluzione di continuità. Il 2016 non ha visto cambiamenti né nel secondo aspetto (purtroppo) né nel primo: ma in quest’ultimo caso quella appena trascorsa è stata un’edizione ancor più combattuta di quelle precedenti, con il risultato delineatosi solo sul filo di lana.

Merito di chi ha pedalato lungo i 3314.7 km di una gara che, come detto, tutt’altro che trascendentale dal punto di vista del disegno: più di metà corsa si è svolta nel raggio di 500 km, in zone scarsamente interessate al passaggio della carovana e monotematiche dal punto di vista ambientale. Un miglioramento, netto, vi è stato nella seconda parte, con percorsi un po più ricercati; e, come per incanto, ecco apparire anche la sfida, diretta, fra chi ambiva al podio alto.

Le statistiche della corsa
Passando ai freddi numeri: 7 avvicendamenti da leader, in diminuzione rispetto ai 9 del 2015 e del 2013 ma in aumento rispetto ai 6 del 2014 o ai 4 (tutti spagnoli) del 2012. Ha aperto il conto Peter Kennaugh, che dopo un giorno ha passato il comando al compagno di squadra Michal Kwiatkowski; ma pure il polacco è durato il tempo di una tappa, così come il suo successore Rubén Fernández. Più duraturo (quattro giorni) il regno di Darwin Atapuma, che ha ceduto il comando a La Camperona al connazionale Nairo Quintana. Il quale, a parte un passaggio il giorno seguente a David De la Cruz, ha indossato la maglia rossa per un totale di 13, il massimo dall’edizione 2013 quando Vincenzo Nibali la tenne per il medesimo numero di dì, ma non fino alla fine.

Ben 18 i diversi vincitori: capaci di bissare le gioie Gianni Meersman, Magnus Cort Nielsen e Christopher Froome. Cospicuo numero di fughe giunte sin sul traguardo: per fare un paragone con i due grandi giri del 2016, al Giro d’Italia in 6 occasioni i coraggiosi giunsero al traguardo, numero salito a 8 al Tour de France. Alla Vuelta sono state ben 9 le azione andate a segno (Alexandre Geniez a Mirador de Ézaro, Lilian Calmejane a San Andrés, Sergey Lagutin a La Camperona, David de la Cruz sull’Alto de Naranco, Valerio Conti a Urdax, Robert Gesink sull’Aubisque, Gianluca Brambilla a Formigal, Mathias Fränk a Penyagolosa e Pierre Latour sull’Alto de Aitana).

12 su 22 formazioni sono state capaci di salire sul podio più alto di giornata: le migliori a pari merito con 4 sono la Etixx-Quick Step con la doppietta di Gianni Meersman e i successi isolati di David De la Cruz e Gianluca Brambilla, e la Orica-BikeExchange con Simon Yates prima, Jens Keukeleire poi e infine con la doppietta di Magnus Cort Nielsen; si ferma a 3 il Team Sky, con la cronometro a squadre di apertura più i due squilli di Christopher Froome.

Proprio i belgi, gli australiani e i britannici hanno vinto almeno una volta in ciascuna grande corsa a tappe dell’anno solare. Come loro impresa compiuta da Movistar Team, Team Katusha e, nota di merito, da IAM Cycling: la formazione elvetica non aveva prima del 2016 mai trionfato in un grande giro. Proprio nella stagione finale della propria quadriennale esistenza il congiunto rossocrociato ha saputo raccogliere quattro gioie. Due le squadre a secco nelle sessantatré occasioni disponibili: la Cannondale-Drapac e la Trek-Segafredo, entrambe aventi licenza statunitense.

Apertura con una crono tiratissima e una volata per pochi intimi
Tralasciando il doveroso appuntamento con la contabilità, è giunta l’ora di analizzare quanto è accaduto. La partenza con la cronometro a squadre è ormai un must, visto che è la settima volta di fila che tale esercizio che apre la contesa: e mai come in passato si è capito che 1) la lotta fra le squadre sarebbe stata ravvicinata e 2) che un manipolo di team svettava su tutti gli altri. Una manciata di centesimi premiava il Team Sky rispetto al Movistar Team, con Orica-BikeExchange e BMC Racing Team lasciate rispettivamente a 6″ e a 7″. Ben più attardata la Tinkoff di Alberto Contador, fattore che ci si attendeva: ma non nelle proporzioni di 52″. E la corsa del madrileno è partita subito col piede sbagliato.

A Baiona volata a ranghi compatti che premia Gianni Meersman, di certo non uno sprinter puro; e proprio l’assenza dei velocisti di livello assoluto come Bouhanni, Cavendish, Greipel, Kittel, Kristoff e Sagan o degli immediati rivali come Coquard, Degenkolb, Démare, Gaviria, Groenewegen, Ewan, Matthews, Modolo, Nizzolo e Viviani ha aperto il campo a tanti nomi meno noti, che si sono dati battaglia nei pochi arrivi loro dedicati.

Si sale subito e arrivano le fughe; prime scaramucce, e c’è già chi saluta
Prima fuga vincente al terzo giorno, con Alexandre Geniez che si prende una meritata rivincita sulla deludente e sfortunata stagione che si lascia alle spalle. I big fanno le prime mosse sulle rampe del Mirador de Ézaro con Froome capace, grazie alla sua solita condotta, di guadagnare 6″ su Quintana e ben 28″ su Contador. Ancor peggio fa Steven Kruijswijk qui presente come quarto incomodo ma già debitore di 1’36” sul keniano bianco, assieme al quale sono rimasti Chaves e Valverde.

Salita più lunga e interessante il giorno seguente, ma spettacolo assente; perché, con la bella fuga del poco conosciuto ai non addetti ai lavori (e anche a qualcuno di loro) Lilian Calmejane, la corsa è anestetizzata dal gruppo con nessun tentativo degno di nota. Perde però ancora spazio Kruijswijk, altri 34″ ceduti sul campo; chi invece sul terreno aveva lasciato qualcos’altro è Miguel Ángel López, caduto il giorno precedente e fuori di classifica, con tre denti rotti a rovinare il suo sorriso giovanile.

Si ritirerà, il colombiano, due giorni più tardi nella strada verso Luintra; 24 ore prima a Lugo la corsa perdeva Kruijswijk, caduto nel concitato finale per colpa di un assassino palo della sosta vergognosamente lasciato non custodito dalla farraginosa organizzazione (e non è la prima volta in Spagna, e certamente non sarà neppure l’ultima). Nella città fortificata galiziana bis servito da Meersman davanti ad un pugnace Felline; il torinese sarà terzo il giorno dopo, dove un bell’attacco nel finale di Simon Yates rovina i piani dell’azzurro e di molti altri.

Naranco e Covadonga, salite storiche; Quintana ruggisce
Altra volata a Puebla de Sanabria con gioia per Jonas Vangenechten in un arrivo infido: a farne le spese è Contador, caduto (per sua colpa) nella curva finale, che dovrà far fronte a botte e dolori per le rimanenti due settimane. E non c’è neppure il tempo di riposare per il madrileno perché il giorno seguente si sale a La Camperona, in quella che è, assai probabilmente, la frazione peggio disegnata della storia del ciclismo. Nelle rampe anche al 25% è ancora la fuga a prevalere, con lo scaltro ed esperto Sergey Lagutin. Qui si è assistito a quanto di più era mancato nel moscio Tour de France: Quintana resiste alle frullate di Froome e anzi, lo salta a piè pari andando a conquistare 33″ sul britannico, superato nel km finale anche da uno spettacolare Contador. Giornata non positiva per Chaves che becca quasi 1′; peggio ancora fa la maglia rossa di Darwin Atapuma, che abdica in favore del connazionale della Movistar.

Il quale, come detto in precedenza, la tiene per un solo giorno: colpa, o merito, di David De la Cruz fuggitivo nelle Asturie sul classico Alto de Naranco e andato a prendersi una sorprendente ma meritata maglia rossa. Ma pure lui dura lo spazio di 24 ore perché lunedì 29 è la data riservata ai Laghi di Covadonga, ascesa tra le più consuete (e arcigne) della Vuelta.

Qui Quintana mette il primo tassello per la vittoria: attacco ai meno 7 km con Contador e poi da solo per gli ultimi 4 km in quella che è la sua prima vittoria di tappa nella manifestazione spagnola. A prendersi molte (se non tutte) le luci della ribalta è però Froome per una condotta di gara ai limiti della follia: staccato per effetto del forcing Movistar ai meno 10 km, il britannico sale poi con il suo passo accelerando nel finale e perdendo solo 25″ dal rivale diretto. Al primo giorno di riposo la situazione vede Quintana comandare con 57″ sul sempre presente Valverde e con 58″ su Froome. Quarto Chaves a 2’09” mentre Contador, quinto a 2’54”, pare già fuori dal discorso vittoria finale.

Il tappone premia gli attaccanti, Valverde salta
Peña Cabarga è una salita che non smuove la classifica, con Froome vincente davanti a Quintana e gli altri big nel raggio di 20″. A Bilbao una frazione movimentata si conclude però con un arrivo a ranghi compatti e la vittoria di Jens Keukeleire. Arriva invece la fuga a Urdax: nella tappa più lunga (213.4 km) il gruppo si prende una giornata di totale relax giungendo a quasi 34′ dal vincitore, un giovane di belle speranze dal quale ci si attendeva un colpo. Valerio Conti ha saputo attaccare nel momento giusto distanziando la folta compagnia, andando a conquistare il primo successo di una carriera breve ma già promettente.

Il plotone, come detto, aveva pascolato sulle strade basche anche in ragione dell’appuntamento successivo: arriva l’ora del tappone della Vuelta, ironicamente disegnato tutto sul territorio francese. La sequenza Inharpu, Soudet, Marie Blanque e Aubisque premia Robert Gesink, corridore bersagliato dalla sfortuna come pochissimi altri (forse il solo Daniele Colli può tenergli testa nel ciclismo contemporaneo), che sa cogliere il primo successo in un grande giro; meritato traguardo per tre settimane disputate sempre nel modo e con la mentalità giusta. Un corridore ritrovato, finalmente.

Gli uomini di classifica vedono l’esecuzione di un eccellente piano tattico da parte dell’Orica che lancia il vicecapitano Simon Yates nell’ultima salita facendolo poi scortare da tre compagni di squadra in fuga dalla prima ora e permettendogli di recuperare in ottica generale. Dove gli uomini si danno battaglia: tra di loro anche Froome e Quintana, interessati però a marcarsi a vicenda e impegnati anche in momenti di surplace sulle rampe del monte pirenaico. Con il risultato di lasciar campo libero a Chaves, che recupera su di loro 33″. Perde ancora una ventina di secondi Contador; esce invece fuori di classifica Valverde. Il murciano, da sempre in difficoltà nei tapponi ad alta quota, perde oltre 9′ dai rivali per la vittoria finale, scartando definitivamente il sogno di finire tra i primi 6 nei tre grandi giri dell’anno.

Lo spettacolo di Formigal: Contador fa il diavolo a quattro, Quintana ne approfitta, Froome isolato
E arrivò il giorno della minitappa, 118.5 km da Sabiñánigo a Formigal: il giorno decisivo per le sorti della corsa. E il merito va a uno che sul podio neppure ci sale, ma la cui classe e voglia di lottare sarà sempre superiore a quanto il fisico gli permette negli anni finali di carriera. Contador decide, subito, di provare a far saltare il banco con un attacco al km 4 di giornata: una dozzina abbondante di elementi lo segue, e fra loro Quintana. Non Chaves, non Froome; il quale, suo malgrado, si trova praticamente isolato. Sei compagni su sette già staccati dopo 20 km, ivi compreso quel Leopold König quinto in classifica. Davanti c’è accordo, dietro no, per lunghi tratti: così i gregari Cannondale (Moreno Moser), Movistar (Jonathan Castroviejo e Rubén Fernández) e Tinkoff (Ivan Rovny e Yuriy Trofimov) si dannano per aiutare i rispettivi leader, permettendo loro di approcciare la salita finale con un margine cospicuo.

Quintana sa che è l’occasione buona e lavora con tutte le forze senza ottenere cambi nei 10 km conclusivi, riuscendo a non perdere sul gruppo alle sue spalle e, al contempo, a scremare il drappello che è con lui. Si staccano tutti, compreso ai meno 1800 metri Contador; tutti meno Gianluca Brambilla, che nel rettilineo finale scatta andando a prendersi una nuova vittoria nella stagione della sua rivelazione ai livelli più alti. Dietro chi si difende meglio è Chaves, ma fra distacco e abbuono prende 2′; poco peggio fa un buon Michele Scarponi mentre Froome accumula in un colpo solo 2’48”, che lo portano in classifica a 3’37” dall’andino sempre più di rosso vestito.

La crono rimette in gioco il britannico
Prima del meritato giorno di riposo tornano protagonisti i velocisti: a Peñíscola, con un Daniele Bennati versione finisseur ripreso ai meno 200 metri, vince il lussemburghese Jempy Drucker. Si riprende a Penyagolosa, in un’altra rampa di garage che premia la fuga (Mathias Fränk, nell’occasione): i quattro tenori arrivano tutti assieme senza problemi, così come accade il giorno successivo a Gandía con il successo allo sprint del promettente Magnus Cort Nielsen.

Giunge il giorno dell’unica cronometro in programma: da Xàbia a Calpe 37 km adatti a specialisti. E che premiano un Froome spaziale, capace di dominare dall’inizio alla fine: Quintana si difende come può perdendo 2’16”, ossia oltre 3″5 al km. Meglio fa Contador con 1’57”, peggio invece (ma era nelle attese) Chaves con 3’13”. Da registrare una rovinosa caduta di Samuel Sánchez: l’asturiano, sempre presente a ridosso dei migliori, scivola lussandosi la spalla destra, infortunio che gli impedisce di ripartire il giorno dopo. Dove Quintana può contare su un margine di 1’21” su Froome; Contador è terzo a 3’43” mentre Chaves è quarto a 4’54”.

Ma il colombiano non cede e vince meritatamente. Chaves e Orica perfetti, Felline di verde vestito
La resa dei conti arriva con la Benidorm-Alto de Aitana: nelle prime fasi la sfida si anima con il tentativo di assaltare il fortino Movistar, ma la formazione navarra si mostra una volta di più di meritarsi la palma di più forte in corsa disinnescando ogni tentativo pericoloso. La fuga parte e non contiene uomini pericolosi: a vincere è il talentuoso Pierre Latour che ha la meglio su “calimero” Atapuma, sempre all’attacco ma che si ritrova immancabilmente con un pugno di mosche in mano.

Terzo uno spettacolare Felline che va a conquistarsi di forza la maglia verde, diventando il quinto italiano a conquistarla dopo Fiorenzo Magni (1955), Fabrizio Guidi (1998), Alessandro Petacchi (2005) e Daniele Bennati (2007). Un premio più che meritato dopo la terrificante caduta che lo ha visto coinvolto nel trasferimento dell’Amstel Gold Race per un corridore poliedrico come pochi e che può dare ancora molto al ciclismo italiano. Si delinea inoltre la maglia a pois: per il secondo anno di fila il migliore scalatore è Omar Fraile (Dimension Data) che supera per un solo punto il ritrovato e generoso (talvolta pure troppo) Kenny Elissonde (FDJ).

Dietro la lotta per la maglia rossa vede qualche tentativo di Froome; ma Quintana non perde un centimetro, figuriamoci un metro. E, dopo un’ultima accelerazione ai meno 400 metri, il keniano alza bandiera bianca: la Vuelta è di altri. È di Nairo Quintana che, togliendosi una soddisfazione, fa uno scattino che distanzia il rivale il quale risponde con un applauso ironico. Speriamo che sia l’inizio di una bella rivalità agonistica.

La lotta per il terzo posto è invece viva grazie alla Orica che azzecca ancora una volta la tattica giusta: Chaves attacca sulla penultima salita di giornata, trovando il compagno Damien Howson ad attenderlo in discesa, permettendogli di recuperare le forze in vista dell’asperità conclusiva. Contador è invece in balia: solo un gregario, Trofimov, è insufficiente per aiutarlo. Se poi gli australiani lo sfiancano giustamente con gli scattini a tradimento di Yates, il campione di Pinto deve fare tutto da solo. Ma il corpo, come detto, risponde sempre meno a quello che testa e cuore vorrebbero mettere sulla strada. Sono 13 i secondi di troppo per lo spagnolo, e che al contempo fanno festeggiare il colombiano.

Podio grandi firme e senza spagnoli, Formolo nei 10. Attesa per il Giro 100
Dopo la passerella finale di Madrid che vede il successo allo sprint di Magnus Cort Nielsen, il podio vede Quintana vincere il suo secondo grande giro a 26 anni, superando di 1’23” Froome (che non riesce ad imitare Jacques Anquetil e Bernard Hinault nella doppietta Tour-Vuelta) e di 4’08” Chaves. Per la prima volta in 20 anni non vi è alcuno spagnolo sul podio: nel 1996 il dominio totale fu svizzero con Alex Zülle primo davanti a Laurent Dufaux e Tony Rominger. Ora tre corridori nati e formatisi ciclisticamente fuori dal Vecchio Continente, segno dei tempi.

Quarto posto per Contador che, per la prima volta in carriera, non conclude sul gradino più alto la corsa di casa. Quinto un ritrovato Andrew Talansky: che la riconversione dalla mentalità tourcentrica dello statunitense sia utile ad altri, in primo luogo connazionali. Sesto Simon Yates, che dimostra di esserci anche lui per il futuro; settima la rivelazione David De la Cruz davanti alla garanzia Daniel Moreno, al ritrovato Davide Formolo (che da qui deve ripartire) e il primo neozelandese nella storia in una top 10, ossia George Bennett, partito come gregario ma andato in crescendo come leader.

Si chiude un anno di grandi giri con una Vuelta sopra le aspettative, combattuta ed avvincente. Otto mesi separano le prossime pedalate in una corsa di tre settimane, verosimilmente sul territorio sardo. Ed è proprio lì che si dovrebbe finalmente assistere alla sfida diretta fra il padrone di casa Fabio Aru e il detentore del titolo Vincenzo Nibali; oltre a loro rivali da tutto il mondo, per festeggiare nel modo più degno l’edizione numero 100 del Giro d’Italia.

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