Diego Rosa affranto al termine de Il Lombardia © Bettiniphoto
Diego Rosa affranto al termine de Il Lombardia © Bettiniphoto

Avere il fucile, sparare con la fionda

L’Astana sbaglia i conti: Rosa più forte di Aru, ma spende troppo per fare il gregario al Lombardia

Como, 4 ottobre 2015. Vincenzo Nibali taglia il traguardo a braccia alzate, con una bandiera imprudentemente caduta dalle mani di uno spettatore e curiosamente adagiatasi sull’addome di chi, il tricolore, lo indossa (seppur troppo striminzito, ma questo è un altro discorso). Bergamo, 1 ottobre 2016. Fabio Aru oltrepassa la linea bianca, in quella che è la sua città d’adozione data la formazione ciclistica, in undicesima posizione, con il volto rivolto verso il basso dopo non essere stato capace di tenere il ritmo di chi si è giocato il successo.

Due sono gli elementi in comune fra gli isolani, attuali fari del ciclismo italiano. La medesima formazione di appartenenza e il medesimo gregario di lusso. Tanti invece i fattori ad essere mutati: in primis il percorso, certamente più impegnativo in questa stagione. Quindi il cast, la forma dei rivali e il ruolo più o meno definito come favorito, la bacheca di chi capitanava la corazzata celeste e, last but non least, la condotta di gara impostata nella riunione mattutina e quella poi adottata durante la gara da chi ha diretto l’Astana Pro Team.

Cosa non è funzionato: tattica rivedibile, Aru non al top
Già, l’ammiraglia: oggi, giudicando a posteriori e anche in medias res, quanto deciso da Beppe Martinelli è stato sbagliato in toto. Far tirare così a lungo e a fondo Diego Rosa (quantomeno il co-capitano di giornata, non l’ultima ruota del carro) anche quando, sulla salita di Sant’Antonio Abbandonato, il drappello dei migliori era ridotto ad una ventina di elementi è apparso decisamente azzardato, vuoi per la distanza dal traguardo e vuoi, inoltre, per non far spendere troppe energie all’unico gregario ancora a disposizione di Fabio Aru.

E già, Fabio Aru: nelle ultime due settimane era piaciuto, piazzandosi sempre tra i migliori nelle prove disputate. Non aveva però dato l’impressione di essere al top della forma, trovando, anche quando il percorso era lui adatto (tanto per non fare nomi, Giro dell’Emilia e Milano-Torino), qualcuno più in palla di lui. Oggi, in quella che è stata la sua prima, vera sfida da leader in una classica monumento, il sardo non è stato all’altezza delle attese, incapace di resistere all’accelerazione di Esteban Chaves a cui invece si sono accodati Romain Bardet, Rigoberto Urán e infine anche Diego Rosa.

Rosa spremuto ma con forze quasi illimitate
Il piemontese, fondamentale un anno fa nel scandire il ritmo per Nibali, è stato ancor più spettacolare quest’oggi. Come detto enorme nello sfiancare la resistenza di buona parte dei componenti del plotone nella durissima accoppiata Sant’Antonio Abbandonato e Miragolo San Salvatore. Attento, nella fase finale di Sant’Antonio, ad infilarsi nel tentativo potenzialmente pericoloso orchestrato da Robert Gesink che poi, in un certo senso, si è rivelato decisivo ai fini del risultato.

Quando poi, nei primissimi metri del Selvino, si avvantaggiano Chaves, Bardet e Urán, l’ex biker si trova in una situazione non semplice: amleticamente, restare con il capitano o non restare, questo è il problema. E per un po’ il cuneese cerca di far sì che il plotoncino Aru possa andare a catturare gli evasi; poi, vista la situazione delineatasi (e probabilmente con il benestare dei tecnici e dell’amico-capitano), si mette in marcia tutto solo verso i battistrada, riuscendo ad acciuffarli poco prima dello scollinamento.

E prova l’assolo in più occasioni
La collaborazione che sin dalle prime fasi della formazione del quartetto era parsa fin troppo generosa, in considerazione della presenza alle spalle del capitano designato (a differenza dei tre compagni di viaggio) e della maggior fatica profusa nel resto della giornata. E invece Rosa lavora, contribuendo attivamente a garantire un aiuto non indifferente per le sorti del tentativo.

Il ventisettenne, che pare essere il più in palla (se non in assoluto, quantomeno alla pari con il colombiano dell’Orica-BikeExchange), prova uno scatto a sorpresa poco prima di imboccare lo strappo di Bergamo Alta, non riuscendo a fare la differenza ma anzi, perdendo momentaneamente qualche metro nelle rampe più dure. Ci prova ancora, Diego Rosa, ai meno 1600 metri dal termine quando la discesa verso l’arrivo orobico è sempre più dolce, ma anche in tale occasione i colombiani non si lasciano sorprendere.

Volata sbagliata: troppa fiducia o inesperienza? Secondo con lacrime amare. Aru stagione da archiviare presto
Quello che non ha convinto nella giornata del piemontese è stato lo scatto ai meno 350 metri con il quale si è portato dalla terza posizione del drappello alla prima per imboccare davanti l’ultima curva (a destra) di giornata. Mossa da “novellino” delle volate e che, nonostante la gamba ancora eccellente che poteva vantare dopo oltre sei ore in sella, si è rivelata fatale, vista la rimonta del terribile Chaves negli ultimi venti metri.

Lancia un urlo quasi belluino, Diego Rosa, prima di scoppiare in lacrime una volta rimessi i piedi a terra. In questa che è stata forse la sua miglior giornata da stradista (e sì che finora non ci ha abituato male) non è un verdetto semplice da accettare, data l’importanza della gara. Sul podio il broncio non è (giustamente) ancora del tutto scomparso in quella che è stata, dopo due stagioni, la sua ultima corsa con la maglia dell’Astana Pro Team. È tempo di cambiamenti: prima, nel prossimo fine settimana, il matrimonio. Poi, non molto più tardi, il nome della nuova destinazione (probabilmente il Team Sky, ma non è ancora detta l’ultima parola). Certo che presentarsi con Il Lombardia sul palmares avrebbe avuto tutto un altro effetto.

Con la gara odierna si chiude anche il 2016 agonistico di Fabio Aru; e, verosimilmente, il sardo tira un sospiro di sollievo. Dopo due stagioni da protagonista con risultati centrati negli obiettivi prefissati, quest’anno il nativo di Villacidro non ha saputo ripetersi. Con la prima parte di calendario sacrificata in funzione del Tour de France, la debacle nel weekend conclusivo della Grande Boucle ha rappresentato una botta psicologica non indifferente; dopo una più che valorosa prova olimpica in linea, l’idea di calibrare l’autunno sulla Classica delle foglie morte non ha prodotto i risultati sperati. Ora lo aspetta un meritato riposo, per ricaricare le energie (fisiche e non) per la prossima, decisiva stagione.

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