Esteban Chaves brucia in volata Diego Rosa e vince il Giro di Lombardia 2016 © Bettiniphoto
Esteban Chaves brucia in volata Diego Rosa e vince il Giro di Lombardia 2016 © Bettiniphoto

Rosa adorabile, ma Chaves è inesorabile

Grande battaglia al Lombardia, arrivano in tre e il colombiano fulmina un generosissimo Diego negli ultimi metri. Terzo Urán

Se nel ciclismo attuale c’è un sorriso che non conosce confini, è quello di Esteban Chaves, apprezzato finisseur da GT nel 2015 (dopo anni tribolati in seguito a una caduta al Trofeo Laigueglia e ai susseguenti problemi fisici), stimatissimo uomo da classifica nel 2016 (secondo al Giro, terzo alla Vuelta), e ora, da oggi, primo sudamericano ad aver trionfato in una classica monumento (dopo aver lanciato ampi e visibili segnali conquistando sabato scorso il Giro dell’Emilia).

Una grande stagione per Esteban, così come una grande stagione è stata per la Colombia tutta (seconda nel ranking World Tour dietro alla Spagna dell’infinito Valverde), per non parlare della Orica, due monumento vinte (Roubaix con Hayman, Lombardia oggi), podi nei GT (i citati risultati di Chaves) e pure la maglia bianca al Tour con Adam Yates. Cosa chiedere di più a un anno ciclistico?

Chaves ha vinto da favorito, piegando la resistenza di un altro favorito (Urán), di un gettonatissimo Bardet e di un ancora sorprendente Diego Rosa, che ha evidentemente in questa classica la corsa d’elezione. Ha vinto attaccando dalla distanza (a 35 km dalla fine), dopo che già dai -60 i big erano entrati pesantemente in gioco, un gioco a cui lo stesso Esteban non si era certo sottratto, capendo che l’uno contro uno che si stava scatenando sulla salita di Sant’Antonio Abbandonato era destinato ad essere decisivo: forza e sagacia tattica, e poi velocità alla fine, e quindi grande gioia da esprimere nel dopocorsa. Se c’è stato sin qui un giorno perfetto per la carriera del colombiano, l’abbiamo vissuto proprio oggi.

Un Lombardia peraltro molto molto bello, nel quale la durezza estrema del percorso (4600 metri di dislivello, 7 salite più lo strappo finale) non è stata acidificata dal maltempo (che ha risparmiato la corsa, a parte rade goccioline nel finale); non sarebbe servita la pioggia, diciamo a posteriori, visto che la corsa è stata gradevolissima di per sé, a conferma del valore intrinseco di questa leggenda semovente del ciclismo, e in barba alla migliorabile promozione che di essa fanno RCS e Rai (nulla di paragonabile alla parigrado Milano-Sanremo, per dire).

Si capisce, per scenari circostanti e battaglia affascinante che tra di essi si sviluppa, come mai questa classica sia tanto amata, probabilmente più all’estero che in Italia. E lo spostamento in calendario, diciamo l’avvicinamento (nel recente passato era ormai troppo in là), favorisce anche una partecipazione più qualificata. Cosa chiedere di più a una gara di ciclismo, sinceramente, non è facile dirlo. No, correggiamo: non è proprio possibile. Top. Stop.

 

Avvio veloce, la fuga attende il Ghisallo
La partenza è stata molto veloce e ciò ha impedito che nascessero fughe nella prima parte di gara. Ci hanno provato Sonny Colbrelli (Bardiani) e Zdenek Stybar (Etixx) intorno al km 35, ma non hanno trovato spazio; né l’hanno trovato altri fino al Ghisallo, dove – al km 57 dei 241 totali – hanno preso il largo quattro uomini: Damiano Caruso (BMC), Mikaël Chérel (AG2R), Rudy Molard (Cofidis) e Stefan Denifl (IAM). Il loro vantaggio massimo è stato di 7’30” al km 90, dopodiché Cannondale e poi pure Astana hanno ridotto il gap fino a 4′ ai piedi della Valcava, al km 133.

Sulla più lunga salita di giornata il gruppo ha perso diversi componenti sotto i colpi della FDJ, mentre tra i battistrada prima Denifl e poi Chérel perdevano le ruote di Caruso e Molard. In discesa un attacco di Philippe Gilbert (BMC) e Mathias Fränk (IAM) è durato lo spazio di qualche minuto, poi più margine hanno preso Jan Bakelants (AG2R) e Romain Hardy (Cofidis), partiti nella seconda metà della picchiata.

Sul Berbenno i due contrattaccanti si sono riportati su Chérel (che naturalmente ha dato una mano al tentativo del compagno Bakelants), ma al contempo il plotone trovava anche le gambe dei Movistar per tenere a tiro i vari gruppetti.

 

Su Sant’Antonio Abbandonato scoppia la corsa
L’inedita salita di Sant’Antonio Abbandonato era attesa come quella che avrebbe funto da spartiacque, e sostanzialmente è stato così. Sulle sue dure rampe, a 63 km dal traguardo, Chérel e poi Bakelants e Hardy sono stati ripresi; intanto Damiano Caruso (che in precedenza aveva avuto un problema alla catena) staccava Molard involandosi in solitaria verso il Gpm (posto ai -59).

Sant’Antonio Abbandonato come spartiacque, dicevamo: la Orica di Esteban Chaves ha rilevato la Movistar in testa al gruppo, poi Matvey Mamykin (Katusha) ha proposto un attacco a 3 km dalla vetta, mentre davano cenni di affanno uomini importanti come Dani Moreno (Movistar), secondo un anno fa, l’atteso Julian Alaphilippe e Daniel Martin (vincitore nel 2014) della Etixx, Diego Ulissi (Lampre), Mikel Landa (Sky), Rafal Majka (Tinkoff), Jakob Fuglsang (Astana) and so on.

A 2 dalla vetta, un importante contrattacco ha visto protagonista Robert Gesink (LottoNL), a cui hanno risposto subito Roger Latour (per un’AG2R letteralmente irrefrenabile oggi), David De La Cruz (Etixx) e due italiani, Diego Rosa (Astana) e Davide Villella (Cannondale). Nel finale della salita gli scatti dal gruppo si sono moltiplicati: prima Giovanni Visconti (Movistar), poi anche due protagonisti annunciati come Romain Bardet (AG2R) ed Esteban Chaves (Orica): a quasi 60 km dalla fine del Lombardia, una bagarre tra i big che i tifosi potevano solo sognare.

 

Damiano Caruso al comando inseguito da tutti i big
Al Gpm di Sant’Antonio Abbandonato, Damiano Caruso è transitato con 1’15” su Molard, 2’15” sul gruppetto Gesink e 3′ sul gruppo. Nell’impegnativa discesa, Visconti, Bardet e Chaves sono rientrati sul drappello Gesink; considerato che quest’azione rischiava di essere già decisiva, tra gli inseguitori non era il caso di traccheggiare più di tanto, e allora anche Gianluca Brambilla (Etixx) con Fabio Aru (Astana) a ruota, giacché si trovava davanti per essere stato abbastanza pimpante sulla salita, ha allungato. La coppia italiana è riuscita a centrare l’importantissimo obiettivo di chiudere sul gruppo Chaves-Bardet prima della salita di Miragolo San Salvatore, a 50 km dalla fine. Altri rientri, nell’occasione: Warren Barguil (Giant), Alejandro Valverde (Movistar) e Rodolfo Torres (Androni).

Chi mancava all’appello? Il secondo favorito di giornata secondo i bookmakers, ovvero Rigoberto Urán (Cannondale), intruppato nei propri tentennamenti e rimasto in un gruppetto a mezzo minuto da quello (formato ormai da 14 uomini) che si avviava a giocarsi la corsa.

Lungo la sesta ascesa del durissimo percorso odierno, quella di Miragolo, Latour ha pensato bene di attaccare, ai -49. In breve ha raggiunto Molard, poi da dietro anche De La Cruz è rientrato sui due francesi, mentre il drappello dei big era tirato da Diego Rosa, al pieno servizio di Fabio Aru. E l’azione del piemontese ha condotto all’annullamento del tentativo di Latour e De La Cruz, ripresi ai -46.

Di lì a poco, il miracolo su Miragolo (se così vogliamo definirlo…), ovvero il rientro di Urán, tutto solo, autore di una prima parte di salita da coltello tra i denti. Ancora qualche centinaio di metri, e pure l’inossidabile Alessandro De Marchi (BMC) si è riagganciato al drappello, voglioso di dire la sua in una giornata ciclisticamente così intrigante.

A 44 km dal traguardo (e a 3 dalla vetta) l’azione solitaria di Caruso è giunta al termine, nel momento in cui il siciliano è stato ripreso dai contrattaccanti, per venire poi staccato nel giro di poche pedalate. Si può dire che qui partiva un’altra gara, quella che avrebbe visto la lotta per il successo a Bergamo.

 

Rosa al servizio di Aru
A questo punto qualche lettore avrà perso il filo, per cui riepiloghiamo i componenti del gruppetto: Robert Gesink (LottoNL), Diego Rosa e Fabio Aru (Astana), Roger Latour e Romain Bardet (AG2R), Davide Villella e Rigoberto Urán (Cannondale), David De La Cruz e Gianluca Brambilla (Etixx), Matvey Mamykin (Katusha), Warren Barguil (Giant), Giovanni Visconti e Alejandro Valverde (Movistar), Rodolfo Torres (Androni), Rudy Molard (Cofidis), Esteban Chaves (Orica) e Alessandro De Marchi (BMC). 17 uomini in totale, e analizzando le forze in campo, il favorito Chaves si ritrovava da solo, preso nella morsa di un gioco delle coppie che coinvolgeva Astana, Cannondale, AG2R e Movistar.

Nel finale di salita c’era ancora il tempo perché qualcuno saltasse: prima è toccato a Mamykin, poi a Molard, quindi a De La Cruz, mentre da dietro Darwin Atapuma (BMC) tentava di rientrare da solo. Impresa resa complicata dal nuovo aumento di ritmo imposto da Rosa, dopo una breve fase di assestamento in cui l’andatura del drappello era diminuita. Un Diego in grande spolvero, secondo tradizione oseremmo dire, visto che già nel 2015 il suo lavoro fu determinante per il successo di Vincenzo Nibali (oggi assente) al Lombardia.

 

Rosa al servizio di se stesso
La discesa dal Miragolo San Salvatore aveva spezzettato il drappello dei battistrada lasciandone otto davanti con un minimo margine sugli altri. Non c’è stato neanche il tempo di accorgersi che la strada non scendeva più ma era tornata a salire verso la vetta del Selvino, che Esteban Chaves ha preso il toro per le corna, a 35 km dalla fine, proponendo un allungo a cui hanno risposto Urán e Bardet. E quasi Rosa: nel senso che il piemontese era dietro al capitano della Orica, ha dato l’impressione di poterlo seguire, ma poi si è voltato, ha visto che Aru non teneva il ritmo, e si è fermato ad aspettarlo.

Barguil, Brambilla e Valverde erano anch’essi nel secondo gruppetto, allora Aru ha tentato una bella reazione, ma è come se avesse finito presto la benzina. Allora Rosa ha avuto un primo via libera e si è avvantaggiato; in una fase molto fluida, prima un forcing di Barguil, poi un nuovo affondo del sardo dell’Astana (con un buon Villella in marcatura) hanno permesso agli inseguitori di riprendere lo stesso Diego (intanto Chaves-Urán-Bardet non faticavano a trovare un accordo).

Rosa è stato enorme, si è rimesso umilmente a tirare per tenere entro limiti accettabili il gap dal terzetto al comando, ma nuovamente Aru non ha dato garanzie di poter dar luogo a un finale scoppiettante. E allora ai -32 (a 4 km dalla vetta) Fabio ha firmato al compagno la definitiva liberatoria, e quello è partito all’inseguimento solitario delle lepri. Un inseguimento lungo e dispendioso, ma che ha dato frutti eccellenti, visto che a un chilometro dal Gpm Rosa è rientrato sui due colombiani e il francese, andando a comporre con loro il quartetto che sarebbe andato all’arrivo.

 

Un quartetto eccellente verso la vittoria
40″ in cima al Selvino tra gli uomini al comando e il drappello inseguitore. Una discesa in cui le distanze sono rimaste immutate, malgrado Valverde abbia provato in prima persona a limare qualcosina. Del resto nel gruppo dietro c’erano i compagni di quelli davanti (Villella, Aru, Latour), e solo i Movistar potevano spendere di più, con un infaticabile Visconti al servizio del murciano.

Ma il pur volenteroso siciliano nulla ha potuto contro l’organizzatissimo quartetto, nel quale nessuno saltava cambi, compreso un generosissimo Rosa che pure avrebbe avuto qualche ragione di risparmiare un po’ di energie.

Al termine della discesa mancavano 17 km di pianura (inframmezzati dallo strappetto di Bergamo Alta), e anche sul piattone gli inseguitori non sono riusciti a dare impulso alla loro manovra: scatta tu che poi scatto io, tra un allungo tentato da Barguil, uno provato da Torres, uno accennato da Visconti, il ritardo dai battistrada non solo non calava, ma cresceva regolarmente. La vittoria sarebbe stata affare loro.

 

Chaves fa fuori Bardet, Diego generosissimo
La rampa della Boccola che porta a Bergamo Alta ha rappresentato l’ultima occasione per provare a fare selezione lì davanti. E chi ci ha provato? Il favorito della vigilia: Chaves, dopo un breve tentativo di forzare di Rosa ai -4.3, si è messo in testa e ha aumentato progressivamente il ritmo, prosciugando idee e forze di Bardet, il quale infatti non appena il colombiano ha sgasato per davvero, ai -3.7, è saltato per aria.

Urán è stato rapido a chiudere sul connazionale, Rosa ci ha durato maggiore fatica ma pure lui è rientrato, dopo lo scollinamento, ai -2.6. Bardet era a 15″ di distanza, ormai tagliato fuori dal podio. A questo punto restava da vedere se i tre avrebbero collaborato fino al rettilineo finale o se qualcuno avrebbe provato l’anticipo.

Pronostico facile da indovinare (la seconda opzione, s’intende), e proprio Rosa ai 1600 metri ha tentato uno scatto, sentendosi battuto in volata; Urán ha chiuso sull’italiano nel giro di 300 metri, intanto Bardet si avvicinava, avvantaggiato dagli improvvisi e perduranti cali di ritmo tra i primi tre.

All’ultimo km Rigoberto si è messo in testa e lì è rimasto fino ai 400 metri, ovvero fino al nuovo anticipo di Rosa, partito per una volata lunghissima, anzi doppia: nel senso che l’intento di Diego era di prendere in testa l’ultima curva (posta ai 250 metri), prima di sprintare per il successo. E così ha fatto, in effetti.

 

Volata d’anticipo per Rosa, Chaves lo fulmina all’arrivo
Sbucato in testa sul rettilineo d’arrivo, Rosa ha sputato l’anima per tenersi dietro i due colombiani. Alla sua destra ha fatto capolino Urán, parso in rimonta; ma Diego ha reagito, ricacciando indietro il capitano della Cannondale. Intanto la linea del traguardo si avvicinava ad ampie falcate, e il sogno di vincere una monumento era sempre più cosa tangibile per l’italiano.

Ma negli ultimi 100 metri Chaves ha fatto valere la sua legge, uscendo sul lato sinistro e recuperando metri e metri in un brevissimo tratto. Ai 50 metri il simpatico Esteban ha affiancato Rosa, ai 10 l’ha superato, con precisione chirurgica quanto crudelissima. Prima classica monumento vinta da un colombiano, primo Lombardia conquistato da un corridore non europeo, in capo a un’edizione durissima e battagliata delle Foglie Morte.

Rosa secondo e Urán terzo, e poi Bardet quarto a 6″; e poi Villella, emerso ottimamente nel finale, quinto a 1’19”, in leggero anticipo su un drappello (giunto a 1’24”) nel quale Valverde ha vinto la volatina del sesto posto su Gesink, Barguil, De Marchi e Latour; a 1’26”, appena fuori dalla top ten, Aru; 12esimo Brambilla a 2’04”, subito davanti a Torres (2’05”), con Visconti 14esimo a 2’42” e Rui Costa primo degli attardati(ssimi) a 5’02”.

Un gran finale di classiche, eccezionalmente preMondiale come mai prima avvenuto per il Lombardia, e di sicuro un riscatto grandioso per la tipologia di gara (vallonata, dura), insomma nulla a che vedere con la sempre più deludente Liegi (l’unica monumento paragonabile a quella lombarda), a livello di pathos e di spettacolo. È il brutto di ogni Giro di Lombardia: ti fa venire voglia di altri 6 mesi di ciclismo, e invece dietro l’angolo c’è la pausa invernale, accidenti a tutti i letarghi.

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