Azzurri in allenamento sul circuito di Doha © Bettiniphoto
Azzurri in allenamento sul circuito di Doha © Bettiniphoto

Questo bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Un bilancio sulla spedizione azzurra ai Mondiali di Doha: risultati discreti e qualche defaillance, non esageriamo con le critiche

Come esce l’Italia dalla settimana iridata di Doha 2016? Nell’eterna dialettica sul livello di riempimento del bicchiere, anche in quest’occasione si potrebbe svolazzare da un estremo all’altro. Gli ottimisti a tutti i costi diranno che un oro, un argento e un bronzo rappresentano un risultato che nel medagliere dei Mondiali non centravamo dal lontano 2009 (a Mendrisio piazzammo al primo e al terzo posto della prova femminile Tatiana Guderzo e Noemi Cantele, e quest’ultima colse pure l’argento nella crono), e che oltre ai tre podi contiamo un quarto e tre quinti posti, e in più altre due top ten.

Sempre gli ottimisti diranno che il fatto che le tre medaglie arrivino dall’ambito giovanile (oro e argento tra le juniores, bronzo tra gli under) ci conforta se guardiamo a un futuro in cui questi atleti medagliati oggi potranno garantirci altri bei risultati nelle massime manifestazioni internazionali.

Inoltre, quelli del partito del bicchiere mezzo pieno potranno giustamente argomentare che i percorsi qatarioti non erano propriamente amici delle caratteristiche dei nostri ciclisti in assoluto più competitivi; e infine diranno – con ragione – che abbiamo pagato un paio di forfait molto pesanti: il primo, quello di Adriano Malori (argento lo scorso anno nella crono professionisti); il secondo, quello dell’ultim’ora di Giorgia Bronzini, la quale sul circuito di Doha avrebbe ben potuto rimpinguare il suo bottino mondiale (che consta di due ori nel biennio 2010-2011 preceduti da un bronzo nel 2007).

 

The dark side of the balance
Sull’altro lato della barricata ci sono invece i professionisti del pessimismo, i quali ci ricorderanno alcuni concetti: tanto per cominciare, che le medaglie giovanili (tantopiù se a livello juniores) non sono per forza garanzia di future affermazioni nelle categorie superiori, visto che la dispersione (a livello qualitativo ancor prima che quantitativo) nei passaggi ai successivo step è sempre notevole.

Poi ci diranno che il bronzo conquistato da Jakub Mareczko nella prova U23 è quantomeno ingannevole, visto che parliamo di un corridore che è già professionista e che nella massima categoria ha già palesato – insieme ai propri punti di forza – evidenti limiti: velocista molto forte, ma tenuta tutta da verificare non appena un’altimetria si increspa un minimo.

Non potranno, i fautori del “mezzo vuoto”, evitare di girare il coltello nella piaga di qualche gara in cui gli azzurri hanno dato prova di scarsa coesione (la stessa corsa degli under, ma pure quella degli juniores, in cui il quarto posto di Mozzato ha un po’ mascherato un deficit di presenze italiane nelle fasi importanti).

La cronometro, poi, vecchio problema che riemerge non appena quel paio di eccellenze di cui disponiamo non gareggiano (vedi Malori) o vivono una giornata di scarsa grazia (è quanto avvenuto a Filippo Ganna tra gli under); con l’eccezione delle splendide juniores (Morzenti seconda, Vigilia ottava, Pirrone decima), in effetti, i migliori risultati delle crono sono un 14esimo posto (Ganna), un 15esimo (Cecchini tra le élite), Quinziato (22esimo tra i pro’) e Konychev (27esimo tra gli juniores).

 

Dati oggettivi e dati discutibili
Nelle prove in linea, invece, c’è un dato indiscutibile che corrobora la visione ottimistica: in cinque gare l’Italia non è mai uscita dalla top 5. Mozzato quarto negli juniores, Balsamo campionessa e Paternoster quinta tra le ragazze, Mareczko terzo negli under, Bastianelli e Nizzolo quinti tra le élite e tra i pro’. Non è propriamente il bottino di chi torna a casa con le pive nel sacco, in tutta onestà.

Così come è difficilmente controargomentabile l’elemento del circuito: quasi impossibile inventare qualcosa di buono sugli stradoni di The Pearl Qatar, fatti apposta per favorire gli inseguitori e decisamente (anche se non del tutto, come testimoniato dalla gara degli juniroes) nemici della creatività applicata al ciclismo.

Il quinto posto di Marta Bastianelli tra le donne era quasi il massimo obiettivo raggiungibile, alla luce delle problematiche pre-gara (il citato forfait della capitana Bronzini) e pure di quelle del finale della prova (Cecchini che perde un pedale e ostacola la stessa Marta a un chilometro e mezzo dalla conclusione). In questo caso è più il rammarico per un podio rimasto non lontanissimo e che forse sarebbe stato ottenibile senza quell’ultimo intoppo, rispetto alle recriminazioni possibili sulla condotta di gara delle azzurre di Salvoldi.

Maggior motivo di dibattito desta invece la prova dei professionisti (ma questo è anche logico, visto che inevitabilmente quella è la gara di cui si discute di più ogni anno). L’Italia di Cassani è stata per metà ottima, per metà deludente. Sta alla vocazione di ciascuno far premio dell’una o dell’altra interpretazione.

 

Cassani e le sue scelte
Aspetti positivi della prova azzurra di domenica: l’essere entrati in massa (quattro uomini su nove) nell’attacco promosso dal Belgio a 180 km dalla conclusione, e l’aver resistito lì, facendo la propria parte, fino alla fine della corsa è senza dubbio una nota di merito.

L’aver alimentato quell’azione spendendo dei propri uomini (in particolare Daniele Bennati) è stata più che una scelta un obbligo dettato proprio dal fatto di essere lì in quattro (solo il Belgio aveva più corridori nel drappello): non si poteva pretendere di starsene passivi per 170 km. Si chiama, in gergo non solo ciclistico, assunzione delle proprie responsabilità; anche perché l’Italia, nei quattro, aveva pure due uomini veloci, quindi diciamo che nell’occasione i nostri hanno fatto il proprio dovere non potendosi nascondere dietro qualche scusa ics.

Qualcuno rimprovera a Davide Cassani il fatto di non aver tentato nulla per anticipare uno sprint in cui il nostro uomo di punta (Giacomo Nizzolo, che strada facendo – ma probabilmente già in partenza – aveva vinto il dualismo con Elia Viviani su chi dovesse essere il finalizzatore azzurro) sarebbe stato sicuramente battuto da qualcuno dei fortissimi avversari presenti nell’azione.

Rientra però – a parere di chi scrive – nelle legittime facoltà di un commissario tecnico decidere di giocarsi il jolly, puntando comunque a una volata in cui, tra i 5-6 uomini (e basta) che avrebbero disputato lo sprint, qualcosa poteva mettersi nella direzione di favorire almeno un bronzetto, il che sarebbe stato un esito quasi trionfale per la truppa azzurra. Le cose non sono andate così, ci stava e ci sta: non dimentichiamo che alla vigilia si sarebbe messa una buona firma su un quinto posto tra i pro’.

 

Le critiche ai corridori
Si può obiettare che l’Italia, messa in ottima posizione al momento del lancio della volata (presa in testa, come nelle più ardite speranze di ct e tifosi), abbia sprecato un’ottima chance perché il meccanismo tra Guarnieri (il lanciatore) e Nizzolo (il lanciato) non ha funzionato alla perfezione. Colpa del primo, che non ha saputo tenere una velocità sufficiente? Colpa del secondo, che non ha saputo lanciarsi al meglio? Resteremo sempre col dubbio; laddove la certezza è invece che quest’accoppiata (vista all’opera solo episodicamente; in maniera vincente all’ultima Coppa Bernocchi, tanto per citare) non ha prodotto nel tempo risultati che facessero pensare alla possibilità di far saltare il banco.

L’altra critica rivolgibile ai corridori è relativa alla composizione del quartetto azzurro presente nell’attacco buono. Era da scommettere che Bennati ci sarebbe stato, e così è stato; è da accogliere con favore il fatto che i più veloci del lotto si siano fatti trovare pronti (Nizzolo e Viviani, col supporto di Guarnieri); qualche pernacchia è invece possibile riservarla agli altri componenti della Nazionale.

Uomini che passano per essere adattissimi a situazioni scabrose/ventose come Daniel Oss o Matteo Trentin hanno pesantemente bucato l’occasione: si sono fatti trovare troppo indietro al momento delle sventagliate, e questo vale loro più di una bacchettata. Fabio Sabatini è stato frenato da un problema meccanico, Manuel Quinziato è rimasto nel secondo gruppo, Sonny Colbrelli non si è mosso con la sagacia che gli avremmo voluto vedere. E uno come lui (ma anche uno come Trentin) sarebbe stato utile come il pane nel finale, nell’ottica di provare a sparigliare un po’ le carte, di giocare d’anticipo.

Ma si può criticare Cassani per aver convocato questi corridori e averli schierati a Doha? Il dubbio può risiedere nel mancato utilizzo di un Pippo Pozzato, ovvero di un corridore che ha sempre fatto dell’incostanza la propria cifra stilistica e tecnica? Dopodiché, di chi – tra quelli rimasti a casa – possiamo dire con certezza che avrebbe fatto meglio di quelli portati in Qatar?

 

Le nostre conclusioni
E allora, fatte tutte le dovute considerazioni, ci permettiamo da queste colonne di vederlo mezzo pieno, il bicchiere che aleggia come una stantia metafora sin dall’inizio del presente articolo. Il che non vuol dire “lodi alla Federazione”, il cui rappresentante maximo non perde certo occasione per comparire nelle foto di rito degli azzurri quando le cose vanno bene (evento puntualmente verificatosi anche a Doha); ma vuol dire “bravi a quelli che hanno lavorato facendo di necessità virtù”.

Il materiale umano (frutto di non-politiche federali di un certo tipo) non è al livello di qualche generazione fa; si fanno le nozze coi fichi secchi. Poi ogni tanto si pesca la giornata speciale, e allora magari si vince l’oro (Viviani in pista a Rio). Ma vincere avendo i più forti è molto più facile che vincere non avendoli. E fatalmente, la seconda opzione prevede che il successo sia una categoria piuttosto episodica. Aspettiamo (come sempre) tempi migliori; ma il comparto tecnico azzurro non è meritorio di essere rivoluzionato, allo stato delle cose.

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