Il Trofeo Senza Fine © Twitter
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Faticoso, un po’ strano, Centenario: è il Giro!

Confermate le anticipazioni della vigilia, si sale già dalla prima settimana; doppio Stelvio, si chiude a Milano contro il tempo. Qualche tappa desta perplessità

Con una cerimonia (cerimonia, forse è meglio dire un travaglio durato oltre due ore) in diretta streaming solo sui siti RCS (giroditalia.it, gazzetta.it, corriere.it e marca.com) e senza una diretta tv (visto che si tratta di un’edizione simbolica sarebbe stato assai opportuno aumentare la platea), in attesa che il neoproprietario Urbano Cairo firmi gli accordi per le prossime stagioni, è stato presentato presso il Palaghiaccio di via Piranesi a Milano il Giro d’Italia numero 100.

Ad una prima occhiata il disegno del #Giro100, che Cicloweb è stato, per il secondo anno di fila, orgoglioso di anticiparvi nel pomeriggio di ieri, appare costruito in maniera disarmonica: interessante l’indurimento iniziale con l’Etna, buona la distanza delle cronometro. Fa invece decisamente abbassare il giudizio quanto è stato tracciato nella settimana conclusiva, con arrivi tutti o quasi montagnosi (chiusura meneghina esclusa), per la gioia dei velocisti, che abbandoneranno verosimilmente in massa la corsa a otto tappe dal termine.

Ciò che va: bene le crono, resi i giusti tributi
Alcune frazioni sono francamente tracciate in maniera eccellente: è il caso, ad esempio, di quella tosco-emiliana che costringerà i corridori ad un continuo saliscendi senza soluzione di continuità. Assai intrigante il minitappone dolomitico di Ortisei (magari un po’ troppo corto, ma è una sfumatura). Azzeccate le due cronometro che portano a quota 67.2 i km negli esercizi individuali, permettendo di attirare qualche passista-scalatore in più del solito grazie alle carenze in tal senso del Tour de France 2017.

Doverosa le partenze da Ponte a Ema e da Castellania, patria di chi, settantanni fa, contribuì a rendere lo sport delle due ruote il più amato nel Belpaese, così come sono sparsi altri tributi fra Reggio Emilia, Tortona, Oropa, Piancavallo e altro ancora. Promesse mantenute anche per quanto riguarda il numero di regioni toccate: sono sedici su venti, e all’appello mancano Lazio, Liguria, Marche e Valle d’Aosta. Una quindicina scarsa i km all’estero sui 3572 totali, e anche in tal caso la squadra di Mauro Vegni ha dato seguito agli annunci dei mesi scorsi.

Ciò che non va: ultima settimana senza un filo logico. E i trasferimenti tornano a salire
Via il dente, via il dolore: qual è il senso alla base del tracciato complessivo delle ultime otto tappe? Il filotto finale si apre con la salita di Oropa, prima del quale non vi è neppure uno zampellotto che possa vivacizzare in qualche modo, lasciando così la tappa sinistramente simile a quella di La Camperona nell’ultima Vuelta. Poco comprensibile lo slot domenicale (quello con il maggior appeal di tifosi, da casa e in strada) ad una tappa né carne né pesce come quella bergamasca. La durezza degli ultimi giorni, con la tappa più semplice che presenta comunque in partenza Aprica e Tonale, è un incoraggiamento alle defezioni degli sprinter.

Qualche parolina la meritano pure i trasferimenti: se le follie in serie dell’era Zomegnan sono un lontano ricordo, nel 2017 si dilatano le distanze fra arrivi di tappa e partenze del giorno seguente. Il primato spetta all’ultimo viaggio da Asiago a Monza lungo oltre 250 km; sul podio anche i quasi 200 km tra Montefalco e Ponte a Ema e i quasi 150 km tra Peschici e Montenero di Bisaccia. Senza citare quello di oltre 250 km nel secondo giorno di riposo tra il Blockhaus e Foligno e i viaggi in aereo dalla Sardegna alla Sicilia e in traghetto da Messina a Reggio Calabria, breve sì ma sicuramente stressante per la mole della carovana al seguito.

Apertura sarda, ma non sarà una passeggiata
Erano già note le prime tre frazioni in Sardegna, regione che torna ad ospitare il Giro a dieci anni di distanza. Come nel 2014 (Irlanda) e nel 2016 (Paesi Bassi) è stata chiesta ed ottenuta una deroga dall’UCI per anticipare la partenza di un giorno, permettendo così l’inserimento di un fondamentale riposo in più dedicato al trasferimento dall’isola. Via dunque venerdì 5 maggio con una frazione in linea (mancava dal 2013 con il circuito napoletano) da Alghero a Olbia di 203 km. Probabilissimo sprint all’orizzonte, ma con due eventualità da tenere in esame: innanzitutto il forte vento tra Sassarese e la Gallura che spesso soffia impetuoso, e lo strappetto ai meno 20 km di San Pantaleo, con due km al 6.3% di pendenza, che potrebbe mettere in difficoltà i velocisti più puri.

Sabato 6 si riparte da Olbia per affrontare i 208 km che portano a Tortolì; lo scenario è completamente diverso al giorno precedente, con la costa abbandonata per l’entroterra. Così come è differente l’altimetria, simile ad una frazione appenninica: gli 8 km di ascesa verso Nuoro posti a metà tappa (non che prima si sia andati in pianura) faranno qualche vittima. Più lunga (ben 26.5 km) ma più agevole (pendenza media inferiore al 4%) è la salita di Genna Silana che fa scollinare già al secondo giorno quota 1000 metri slm. Dalla vetta 38 km di discesa irregolare prima degli ultimi 6 km pianeggianti. Tappa che, se presa ad alta andatura, può non essere interlocutoria. Più tranquilla la TortolìCagliari di domenica 7: solo 148 km di fatto pianeggianti, con la volata nel capoluogo di regione a salutare l’isola nuragica.

In Sicilia ecco l’Etna, in Calabria trabocchetto alle Terme Luigiane
Il volo charter porterà tutti dalla Sardegna alla Sicilia, precisamente a Cefalù: è lì che prende il via la quarta tappa di martedì 9, e già non si può scherzare. Perché arriva nientemeno che il Mungibeddu a sgranare le fila; prima però da non sottovalutare l’interminabile ascesa di Portella Femmina Morta. Ben 32.7 km di ininterrotta salita dal mare fino ai 1524 metri slm. A seguire 72 km di scendi e sali prima dei 17.5 km che, da Nicolosi, portano ai 1892 metri dei Rifugio Sapienza. L’Etna come spartiacque, simbolico e non, è una mossa azzeccata.

Mercoledì 10 la PedaraMessina di 157 km, dopo una prima metà accidentata, sarà perfetto banchetto per i velocisti. Lasciata la Trinacria per il continente, giovedì 11 la Reggio CalabriaTerme Luigiane è assai infida: non tanto per i due gpm nella prima parte quanto per gli ultimi 20 dei 207 km prima del traguardo posto al termine di uno strappetto, già affrontato nel 1993, 1999 e 2003  con vittorie rispettivamente di Konychev, Jalabert e Garzelli. Tappa per corridori di tale risma, dunque, non per sprinter puri.

Ritorna Peschici, la seconda salita è il Blockhaus
I quali si potranno però rifare tra i trulli venerdì 12 con la CastrovillariAlberobello di 220 km, su cui c’è poco da segnalare. Discorso che non si ripete per l’altra giornata pugliese: sabato 13 da Molfetta si viaggia in direzione nord addentrandosi nel Gargano, con il ben noto traguardo di Peschici. 189 km che presentano l’impegnativa salita di Monte Sant’Angelo nella prima parte e quella più agevole di Coppa Santa Tecla nella seconda. Gli ultimi 13 km costantemente in saliscendi, compreso l’ultimo km, favoriranno i tentativi di finisseur, sempre se la fuga del mattino non sia andata in porto.

Dalla molisana Montenero di Bisaccia ecco domenica 14 il secondo arrivo in salita, in quella che è, con il Terminillo, la località simbolo dell’Appennino centrale a livello ciclistico, il Blockhaus. Si arriverà poco più avanti rispetto all’ultima volta (2009, con vittoria di Franco Pellizotti): allora, causa persistenti problemi meteo, si giunse a quota 1631 metri slm, nel 2017 si andrà fino a quota 1674 metri slm. Frazione breve quella che si conclude in Abruzzo, lunga solo 139 km e senza difficoltà (a parte il passaggio per Chieti) fino agli ultimi 13.2 km, tutti all’insù con punte al 14% e media dell’8.5%.

Crono umbra per rivoluzionare la classifica, la tappa tosco-emiliana per i coraggiosi
Dopo un meritato giorno di riposo (con tanto di lungo viaggio verso nord) martedì 16 è in programma la prima cronometro: la FolignoMontefalco di 39.2 km sarà un importante spartiacque della corsa. Non tanto per il fatto di essere piazzata a metà Giro quanto per il tracciato ondulato (logico, siamo in Umbria) ma nel quale i cronoman potranno guadagnare in abbondanza nei confronti degli scalatori.

Dalla casa di Gino Bartali parte mercoledì 17, dopo un nuovo, lungo trasferimento, quella che è la tappa più sottovalutata nelle prime analisi che stanno emergendo. Da Ponte a Ema scatta una giornata avvincente tra le province di Firenze e Forlì-Cesena: dopo 15 km dal via ecco la prima difficoltà, il Passo della Consuma, di 16.7 km con pendenza media di poco inferiore al 6%. 15 km di discesa a cui ne fan seguito altrettanti di salita, per quello che è il Passo della Calla con pendenza media del 5.3%. Lunga discesa di circa 30 km e subito si torna a salire con la Sella del Raggio, 11 km al 4.5% (con punte all’11%). Finita qui? Nemmeno per idea, visto che, dopo un breve declivio, si torna a salire prima dolcemente e poi in maniera più prepotente: è il Monte Fumaiolo, 15 km al 4.5% di pendenza media ma con tratti anche del 10%. Dalla sorgente del Tevere all’arrivo rimangono 25.3 km, quasi tutti in discesa, fino a Bagno di Romagna. Tappa di 161 km e perfetta per le fughe; e tappa in cui provare a rosicchiare qualcosa per chi avrà perso 24 ore prima.

Due volate, poi l’ascesa di Oropa e il Lombardia ristretto
Dopo tre frazioni in serie importanti ai fini della classifica generale tornano protagoniste le ruote veloci. Giovedì 18 con la ForlìReggio Emilia di 237 km (la più lunga del Giro), classica tappa di trasferimento; merita però una citazione, più che i due gpm nella prima parte di gara, la percorrenza di un ben 37 km dell’ex tratto autostradale dell’A1 fra Barberino del Mugello e Rioveggio, incubo per generazioni di vacanzieri e camionisti per il traffico costante prima che, nel dicembre scorso, non venne inaugurata la variante di Valico. Venerdì 19 si riparte ancora da Reggio Emilia, città del Tricolore (adottato nel 1797 come bandiera nazionale dalla Repubblica Cisalpina), in direzione Tortona: 162 km piatti come un fuso tra Via Emilia, pavese e alessandrino.

Il comune dello Scrivia ha accolto all’inizio del 1960 Fausto Coppi negli ultimi giorni della sua breve vita; il Campionissimo sarà omaggiato anche sabato 20 quando si partirà da Castellania, che diede i natali a lui e al fratello Serse. In quella che, probabilmente, è la sede di avvio meno popolata nella centenaria storia del Giro (90 abitanti al 30 giugno 2016), ha origine la frazione che, attraverso la pianura piemontese, porta il gruppo al Santuario di Oropa dopo soli 131 km. Il disegno fa storcere la bocca: possibile che non si sia voluta inserire una qualsiasi asperità prima degli 11.7 km conclusivi? Lo spazio e la materia prima (ossia le salite) erano presenti per onorare al meglio l’arrivo reso celebre dalla rimonta di Marco Pantani nel 1999 e visitato per l’ultima volta nel 2014 con il successo di Enrico Battaglin.

Scelta poco felice anche domenica 21 con la ValdengoBergamo di 199 km; 149 km pianeggianti fino tra Piemonte e Lombardia fin quando, arrivati a Zogno, si affrontano (in maniera pressoché identica, a parte un paio di brevi deviazioni) gli ultimi 50 km de Il Lombardia 2016. Prima si sale per Miragolo San Salvatore (8.7 km al 7%) e poi per il Selvino (6.9 km al 5.4%); sarà molto importante rimanere nelle posizioni di avanguardia prima del sicuro imbottigliamento per affrontare la salita di Bergamo Alta (1 km al 7.9% con tanto di ciottolato) e i rimanenti 3.3 km di discesa fino all’arrivo. Rispetto alla Classica delle foglie morte mancano però le due ascese decisive, quella di Valcava e quella di Sant’Antonio Abbandonato.

Mortirolo+Stelvio+Umbrail: habemus tappone! A Canazei chi la spunterà?
Ecco il tappone! Martedì 23 coloro i quali saranno ancora in gara partiranno da Rovetta per arrivare, 227 km dopo e diverse ore più tardi, a Bormio. Tre le salite in programma: si parte con il Mortirolo, affrontato però dal versante di Monno, tutt’altra cosa rispetto ai versanti di Grosio, Mazzo o Tovo Sant’Agata. Saranno 12.6 i km di ascesa al 7.5%, con la pendenza che tocca brevemente il 16%. Discesa a Grosio, quindi una ventina di km di falsopiano fino al traguardo di Bormio da cui si imbocca il Passo dello Stelvio, ovviamente Cima Coppi del Giro del Centenario: 21.7 km al 7.1%. Anche in questo caso il versante più ostico, quello di Prato allo Stelvio, viene affrontato in discesa al termine della quale si svolta verso la Svizzera, entrando nella Confederazione dalla Val Monastero: da Santa Maria 13.4 km durissimi all’8.5% di pendenza media (non si scende mai sotto il 6.5%) fino ai 2502 metri slm della vetta. In poche parole, è il versante elvetico dello Stelvio, pur avendo un nome differente. E dalla cima non è finita: 20 km di picchiata sulle strade italiane fino al traguardo finale. Giornata lunga, in cui più di qualcuno perderà le speranze di vittoria.

La giornata seguente è una delle più equivoche dell’intera Corsa Rosa: ci sarà uno sprint in Val di Fassa? Potrebbe essere il caso. Perché la TiranoCanazei di mercoledì 24, lunga 219 km, pur prevedendo subito l’ascesa verso Aprica a cui fa seguito il lungo (quasi 30 km) ma non difficile Passo del Tonale dal versante di Edolo, si entra in Trentino; e, dopo aver percorso la Val di Sole e la Val di Non, si risale verso Giovo, paese natale della dinastia Moser e di Gilberto Simoni. Dal gpm restano 80 km praticamente in costante falsopiano: si sale sempre, ma la Val di Fiemme e la Val di Fassa permettono di fare velocità. Altra tappa da fughe, o arrivo a ranghi anche abbastanza compatti.

Dolomiti sprint ma durissime. E dopo riecco Piancavallo
La seconda giornata cerchiata di rosso è quella di giovedì 25; appuntamento sulle Dolomiti con la MoenaOrtisei di soli 137 km ma che prevede oltre 3500 metri di dislivello positivo. Dalla partenza 14 km per scaldare le gambe fino a Canazei da dove comincia il Passo Pordoi, salita che non doveva mancare dal Giro del Centenario: 11.8 km di salita regolare al 6.6%, utile per mettere subito acido lattico nelle gambe. Entrata nel bellunese con quasi 20 km di discesa continua prima di imboccare il Passo Falzarego, con l’appendice finale del Passo Valparola: quasi 13 km con pendenza media di poco superiore al 6.4%. Dallo scollinamento si entra in Alto Adige con una ventina di km fra discesa e falsopiano in Val Badia fino a Corvara, dove ha inizio il Passo Gardena: 9.3 km anche in questo caso con una pendenza media di poco inferiore al 7%. Ancora una ventina (stavolta scarsa) di km di discesa fino a Ortisei dove ecco il quarto gpm, il Passo di Pinei: breve (4.3 km) e con pendenza di poco inferiore al 6%, ma con punte vicine al 15%. Dalla cima 15 km di discesa fino a Ponte Gardena dove ecco che parte il Pontives, ascesa di 9.3 km al 6.9% di pendenza media; gli ultimi 4 km sono però sopra al 9%, con punte del 12%. Restano ancora 4 km di falsopiano prima di concludere questa intensa faticaccia.

Ci si sposta parecchio per la partenza della frazione di venerdì 26 lunga 191 km: il via è previsto da San Candido, ultimo comune prima dell’ingresso nel Tirolo austriaco. Subito salita verso il Passo Monte Croce Comelico, adatto a far partire la fuga di giornata ma non ad un attacco dei big, così come è innocuo il dentello di Cima Sappada. Qualche grattacapo in più lo darà la Sella Chianzutan, 9 km con pendenza inferiore al 6%, ma manca troppo al traguardo per vedere fuochi d’artificio. A giocare da giudice è la salita verso Piancavallo, teatro nel 1998 della riscossa di Marco Pantani: da Aviano sono 15.4 km duri soprattutto nella prima parte, con punte vicine al 14%. La media è attorno all’8%, numeri importanti.

Grappa dal versante meno ostico e arrivo ad Asiago. Crono finale per specialisti
Sabato 27 si riparte da Pordenone in direzione ovest: varcato il confine con il Veneto si affronta l’ormai classico muro di Ca’ del Poggio, spettacolare ma ininfluente ai fini del risultato, discorso che si ripete per il muro di Combai. Si transita poi per le zone del Prosecco e per la pianura feltrina prima di imboccare da Caupo il Monte Grappa; ma questo è il versante decisamente più facile del monte sacro alla patria. Via le pendenze arcigne di Semonzo, via quelle comunque dure di Romano d’Ezzelino, via le irregolari ma non semplici di Seren, ecco i 24.2 km al 5% con almeno cinque tratti in cui la strada momentaneamente scende. Dalla cima 25 km di discesa ed una dozzina di fondovalle prima dell’ultima salita dell’intera corsa, quella che da Valstagna arriva su fino a Foza: 14 km con tanti tornanti in mezzo al bosco e pendenza media attorno al 7% regolare pressoché in tutta l’ascesa. Altri 15 km tra il falsopiano dell’Altopiano dei Sette Comuni prima di arrivare nel capoluogo della Spettabile Reggenza, Asiago: 190 km, gli ultimi per gli scalatori.

Perché il pomeriggio seguente, e siamo a domenica 28, il redde rationem giunte con una cronometro totalmente pianeggiante: si parte dall’Autodromo di Monza, immerso nello splendido Parco Reale. Dopo una tornata nel circuito ci si dirige verso Milano attraversando l’hinterland e toccando poi, nel capoluogo lombardo, luoghi storici come Piazzale Loreto, Porta Venezia, San Babila per giungere, dopo 28 km, in Piazza Duomo. Chi avrà l’onore di vedere il proprio nome impresso sui libri di storia?

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