Vincenzo Nibali, Fabio Aru, Mauro Vegni e Mario Cipollini durante la presentazione Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto
Vincenzo Nibali, Fabio Aru, Mauro Vegni e Mario Cipollini durante la presentazione Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto

Sì, ma che due palle ‘sta presentazione del Giro!

Cerimonia lunghissima e noiosa al cubo. Doris rimembra ancor, Palmas e Berton ci piacciono, Di Rocco si stravanta, Aru non si sbilancia mai

Stasera alle otto e mezza ho un impegno. Non so ancora se scriverò un pezzo sulla presentazione del Giro, forse no, in fondo non è che ci sia tanto da aggiungere, le tappe le abbiamo già svelate tutte ieri, la cerimonia sarà una formalità… e comunque, se anche scriverò, l’evento scatta alle cinque, in un’oretta ce la sbrighiamo, un’oretta e venti, via, ci stiamo comodi.

Invece quello che mi aspetta (me e gli altri ics cicloinfoiati) sarà un galà di due ore e tredici minuti, più noioso del dopofestival di Marzullo, più lungo di un tappone della Vuelta, più telefonato dei colpi di scena di Un posto al sole… e sia, scriviamone, come fai a tirarti indietro?

Mi perdo la prolusione iniziale di Andrea Gazzman Monti, ma chissà perché non mi dispiace. Apro lo streaming con Urbano Cairo che berlusconeggia, intanto Alberto si lamenta per la riconferma della Palmas nel ruolo di madrina, è un po’ matto il Vigo, che ha la Palmas che non va?

Urbano narra la sua avventurosa vita, addirittura si procurò un taglio alla mano esultando per Gimondi ’76, certo che ne ha fatte di esperienze. Alberto ha in rampa di lancio il pezzo di commento sul percorso, cerchiamo un titolo, ma aspettiamo l’ufficialità, c’è sempre quello 0,01% di possibilità che RCS abbia fatto lo scherzone pubblicando – per finto sbaglio – altimetrie farlocche ieri. Non sarà così, hanno sbagliato davvero…

Ma la presentazione ufficiale non arriva. Intanto sul sito continuiamo ad avere un traffico esagerato, merito del disvelamento anticipato delle tappe, gongoliamo per sopravvivere con serenità a un improvviso problema tecnico allo streaming, mi è diventato tutto grigio, oppure… vuoi vedere che è solo che è entrato in scena Pier Bergonzi? Con lui Enrico Brizzi, scrittore, due ex ciclisti come Felice Gimondi e Miguel Indurain e un banchiere col nome da personaggio di Maccio Capatonda, ovvero Ennio Doris.

Oddio, gli hanno srotolato pure il tappeto rosso a Ennio… ah no, sono solo lingue. Discutiamo nella chat redazionale se inserire la dicitura “doppio Stelvio” nel titolo, perché tecnicamente non si transita due volte in cima, Nicola propone di puntare su un Dwars door Stelvio (qualcuno sa perché), Seb si e ci chiede cosa ha fatto lo Stelvio per noi, e insomma si è capito che la fase di presentazione intitolata “le memorie di Ennio” ci appassiona fino a un certo punto.

Anzi, è talmente barbosa che Seb rimpiange che non ci sia Teo-Indurain al posto di quello vero, Alberto ricorda il suo omonimo Contador che scese dal cielo in una bellissima presentazione targata Bulba, e io colto da nostalgismo gli mando (ad A.B.) un sms: “Sei come il 19″72 di Mennea, imbattibile chissà per quanti anni ancora”, del resto come fai a non rimpiangere Auro e quel suo biennio d’oro? (Oh no, bi-Ennio no, vi prego, uno basta e avanza!).

Ormai è il Doris day (questa mi sa che me la sono già giocata in qualche Ciclope, anni fa), MediolanuMan va a ruota libera, confonde l’ecatombe con le catacombe, sono a un passo dall’ago in vena ma per fortuna Seb e Nick mi riportano un po’ di tweet beffardi che tirano su il morale. Il nostro amico Cauz rivaluta il Tour 2016 al confronto, a livello internazionale c’è chi prevede che di questo passo la presentazione delle tappe avverrà il giorno prima della partenza, altri suppongono che gli astanti vengano pagati a minutaggio e per questo la tirino tanto per le lunghe.

Dopo un’ora e cinque di bolsite si cambia finalmente registro e si entra nella fase percorso. Giorgia chiama sul palco “l’intenditore numero uno del Giro”, tutti ci chiediamo di chi parli, “Andrea Berton!”, un Beppe Conti (tanto per dire il primo che mi viene in mente) si suicida seduta stante per potersi tempestivamente rivoltare nella tomba. Non pubblichiamo ancora il pezzo di Alberto perché aspettiamo l’ufficialità, ma si teme che andranno ancora per le lunghe.

Salgono sul palco Nibali e Aru, disquisiscono amabilmente a microfoni aperti della divisa della squadra (“è il vestito vecchio?”, se non lo sai tu che indossi ancora quei colori, Vincenzo…), dalla regia si dimenticano di illuminarli (e meno male che Enel è main sponsor, chiosa l’acuto Vigo), c’è pure Vegni ovviamente, e poi De Giovanni, uno scrittore doppiato da Ugo Francica Nava, invitato a parlare di sud, come se il sud fosse un argomento, un tema, un motivo. “Domani parliamo di alto”, per dire.

Presentano le prime altimetrie, si rimembrano le precedenti partenze dalla Sardegna, a tutti noi scende una lacrimuccia ripensando all’amichevole urlo di Di Luca a Gasparotto alla Maddalena, Aru non inizia una risposta senza un “mah…”, e rispetto a lui si sbilanciava di più pure Flaminio Piccoli.

Quando viene citata la vittoria di Priamo a Peschici ripenso a Casaldi, ma non è tempo di madeleine, è tempo di Morici che intervista un paio di presenzialisti a tempo pieno in platea, uno lo chiama Magalò, l’altro è corto col baffetto e si vanta di aver vinto 430 medaglie, è uno che si vanta molto, il tipetto, si vanterebbe pure di essere il figlio del presidente se non fosse lui stesso il presidente.

C’è un rigurgito antiFCIsta in me, poi mi accorgo che De Giovanni è scomparso dal palco, ben prima di quanto farà Berton (che doveva per tempo sostituirlo con Cipollini). Microfoni ai forlivesi Baldini&Pambianco, qualcuno si commuove ma non noi che siamo troppo cinici per essere veri. In compenso ripenso a Morris.

Cipollini saluta Nibali senza rinfacciargli un’altra volta di non essersi comprato Henao a Rio, Vegni corregge senza motivo Berton su questioni di tricolore (anzi, con la maiuscola, Tricolore), SuperMario a ruota libera sembra Oronzo Canà (“loro vengono dalla partita in Svezia al freddo… qui in Italia farà caldo… si scioglieranno come neve al sole…” o più o meno qualcosa del genere, parlando di classiche in nord Europa pochi giorni prima delle temperature sicule).

Un altro paio di mah di Aru, e si arriva agli ultimi blocchi di tappe, Cipollini viene prepensionato, si parla di Stelvio e quindi spazio a Ivan Basso sul palco. Come dire che a un convegno sull’importanza di Waterloo nella storia inviti Bonaparte (stavo per fare un riferimento milanese molto più vicino a noi storicamente, ma qualche lettore si sarebbe indignato, quindi evito).

Della presentazione non frega più niente a nessuno, sono passate due ore da quando è iniziata e tutti non vedono l’ora che finisca. Ci arrivano via comunicato le prime pseudodefezioni, Dumoulin dice che “sì, bellissimo, c’è tanta crono, ma tutte quelle montagne…”, intanto Vegni colma una lacuna enorme, cioè dice che sull’Etna non si saprà chi vincerà il Giro ma chi non lo vincerà. Pippo Baudo – che da quelle parti è di casa – è un grande professionista, Sean Connery migliora con l’età (oddio, forse non è più così da qualche anno), i politici sono tutti ladri. Esclusi i presenti, tipo il sindaco Sala che – arrivato in ritardo – dice che si incatenava da qualche parte se il Giro non finiva a Milano. Ognuno ha il diritto di praticare i feticismi che preferisce.

Ultime interviste in platea, Moser è l’unico a metterci un po’ di pepe dicendo che ci sono troppe salite (e segretamente auspicando – come suo solito – che lo Stelvio venga annullato), ma non è più tempo di polemiche, è quasi ora di cena… Berton (che è stato bravo, suvvia) ha la salivazione azzerata, fortuna che la storia è finita, c’è il tempo di annunciare il momento della sbevazzata che ci sarà di lì a poco, ma dicono “non vi alzate ancora, c’è lo show finale!”, dovevi dirlo prima di parlare di brindisi, caro Andrea.

Giorgia torna in scena e dice che l’ultimo numero non ha bisogno di presentazioni, e infatti non lo presenta, non sapremo mai chi cazz’erano quei due che si agitavano, uno sul palco roteando all’interno di un hulahoop gigante, l’altro in platea balzellando su una grande palla di gomma, ma tanto nessuno tra il pubblico si cura di loro, nello sprint verso il buffet sono consentiti i gomiti alti. Brian Cookson, ospite della serata, per una volta non fingerà di preoccuparsi della sicurezza nel ciclismo.

La messa è finita, riprende la vita. Andate in pace. Buon Giro che verrà.

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