Sagan e Van Avermaet, stretta di mano sul podio finale della Tirreno - Adriatico © Ansa
Sagan e Van Avermaet, stretta di mano sul podio finale della Tirreno - Adriatico © Ansa

Una poltrona per due (e mezzo)

Pagelle 2016: stagione indimenticabile per Sagan e Van Avermaet, infallibile Chaves. Le delusioni? Pinot e soprattutto Aru

Peter Sagan – 10 e lode
Partiamo con le nostre pagelle dal campione del mondo. Come dite? Lo era stato già un anno fa? Lui rilancia. A Sagan la maledizione dell’iride je rimbarza, anzi è stata un’autentica liberazione: da anni di congetture, pregiudizi sul suo talento. Una volta indossata l’iride, ha potuto fare quello che gli pare (tipo andare a fare la prova MTB delle Olimpiadi, ritrovandosi in testa partendo da ultimo dopo 30″: magari tra 4 anni evita di forare, caro Peter), che guarda caso è anche quello che gli riesce meglio: a dire il vero a inizio stagione sembrava aver ripreso la china perdente, battuto alla Het Volk, alla Strade Bianche e ad Harelbeke. Ma era tutto uno scherzo e la Gent-Wevelgem ri-vinta fa da preludio a un Fiandre dominato divinamente, mettendo alle spalle la nemesi Cancellara. E via, con gli altri sassolini: il ritorno al successo al Tour alla prima occasione utile (stupenda poi la vittoria a Montpellier, una delle più spettacolari di tutta la stagione), il campionato Europeo e ciliegina sulla torta, un mondiale vinto con un spettacoloso rientro sul ventaglio principale, come se davanti ci fossero dei dilettanti. E poi cosa c’è ancora? La cover di Grease con la sua morosa, la pubblicità in cui imita Rocky IV, lo sdoganamento del calzino viola al gran galà di Abu Dhabi. Siamo tutti uniti, siamo tutti Sagansessuali.

Greg Van Avermaet  – 10
Cosa si poteva chiedere di più alla stagione di Greg? Niente! Quest’anno è stato la nemesi di sé stesso: era il perdente per antonomasia, ha vinto tutto quello che poteva vincere sfruttando ogni occasione che la strada gli lasciava. Una vangata di Karma tornata indietro tutta d’un colpo. Alla Tirreno gli annullano l’unica tappa di montagna e lui, felino, va a vincere il giorno dopo in faccia a Sagan, portandosi a casa la corsa dei due Mari; al Tour non solo gli lasciano la maglia gialla, ma si permette di andare in fuga con la stessa addosso (quante volte abbiamo visto una cosa del genere, nel ciclismo moderno? Forse mai); alle Olimpiadi tiene duro, Nibali carambola davanti e ne approfitta andandosi a prendere l’oro di una corsa che doveva essere troppo difficile per lui. E poi ancora: Het Nieuwsblad e Montreal, sempre battendo Sagan  (chi altro potrà vantarsi di averlo battuto ben 3 volte nella sua stagione d’oro?): tutti questi risultati, nonostante una caduta con frattura al Fiandre che l’ha tolto per 2 mesi dalla circolazione. Infine, un mondiale corso da grande protagonista con le energie restanti. Lì, con un po’ di coraggio in ammiraglia, poteva anche scattare la doppietta, e la conseguente lode sulle pagelle. Ma con bacio accademico.

Esteban Chaves – 9,5
Aveva 3 obiettivi stagionali: li ha portati a casa tutti e 3. Non male per uno che 3 anni fa rischiava di smettere di correre! E sì, gli obiettivi non erano poi così banali: podio al Giro d’Italia, podio alla Vuelta España, e il Giro di Lombardia. Come bonus track, ci mettiamo un Giro dell’Emilia che male non fa (e alla fine, è stato solo l’antipasto del Lombardia). Di questa stagione di Esteban ricorderemo sempre il suo splendido sorriso, la sua passione per le banane (altro che il disperso Bananito!) e i suoi genitori, arrivati per la prima volta dalla Colombia per vederlo perdere il Giro d’Italia con tantissima dignità: uno dei pochi momenti televisivi nobili al giorno d’oggi, senza sfociare nella Tv del Dolore. Una gioia vederlo entrare nella storia di questo sport, col giusto mix di strategia e coraggio: dietro i suoi successi più importanti c’è sempre un determinante attacco da lontano. Il giusto merito va dato a una squadra, l’Orica, che ha costruito un gruppo fidato e collaborativo nel quale si è integrato superando le barriere linguistiche (decisivo il conciliabolo con squadra e Stephens a tappa in corso, per l’attacco ad anticipare l’Alto de Aitana alla Vuelta), rivoluzionando l’idea dominante che il team si basi su rigide gerarchie e gregari muti a tirare. Adelante verso il Sol dell’Avvenire, Orica!

Alejandro Valverde – 9
Narra la leggenda che durante un consiglio comunale Piero Fassino abbia detto: “Bravo ‘sto Valverde, ma venga al Giro, vediamo se riesce ad arrivare a podio!” Oh, l’ha fatto (certo, non prima di vincere la Freccia Vallone, che pareva brutto non ricordarsi dei vecchi amici delle Ardenne), con tanto di tappa (una delle più belle, tra l’altro). Solo che non s’è fermato lì: poi ha fatto anche il Tour. E la Vuelta. E non a raccogliere birra e salsicce a bordo strada come Adam Hansen (non ce ne voglia il simpaticissimo australiano!) ma come figura determinante per i successi del suo capitano Nairo Quintana: lo ricorderemo a rompere le scatole a Froome, mentre il colombiano andava a vincere la Vuelta a Formigal. Nessuno nella storia recente era riuscito a correre così bene i 3 GT stagionali: pian piano Alejandro si sta prendendo la rivincita su chi l’aveva giudicato negli anni passati opportunista e succhiaruote (neanche troppo a torto, a dir la verità). Non ce ne sbarazzeremo facilmente: ha rinnovato fino al 2019. Che dite, c’è ancora tempo per vincere il Lombardia?

Chris Froome – 8,5
I paragoni con Lance Armstrong sono ingenerosi. Il texano non ci ha messo un’unghia dell’impegno dell’anglo-kenyota per farci divertire, in tutti i modi possibili e anche in quelli inimmaginabili: dalla discesa rannicchiato a tarantola del Peyresourde all’attacco a sorpresa di Montpellier, passando dall’epica corsa in montagna sul Ventoux, Chris Froome riscrive la storia del ciclismo come Quentin Tarantino ha riscritto la seconda guerra mondiale. Froome resta un inglorious basterd: divide il pubblico, si lascia spesso andare ad atteggiamenti minacciosi nei confronti dei colleghi (ma senza un perché, è questo il tocco di classe che lo distingue da Armstrong!), però alla fine vince lui, e di brutto anche. Ha comunque il coraggio di riconfrontarsi alla Vuelta, perdendo da Quintana con dignità, e nel mezzo infila anche un bronzo olimpico a cronometro; questo, assieme alle gesta sportive che hanno reso più leggero un Tour altrimenti noiosissimo, contribuirà a lasciar di lui un ricordo rispettoso anche da parte dei suoi detrattori.

Nairo Quintana – 8
Ah, caro Nairo, ma perchè ti è venuta l’allergia al Tour? Che gran sospiro di sollievo che abbiamo tirato, quando alla Vuelta siam tornati ad ammirare l’inesorabile macchina da guerra che non ha paura ad attaccare da lontano, quando serve a vincere. Senza quella macchia parleremmo di una stagione mirabile da cacciabombardiere: partiva dal suo aeroporto a Tunja, arrivava in Europa, calava due tre bombe in Catalogna e in terra Romanda e tornava alla base. Ma dalle parti della Francia a luglio deve aver trovato una perturbazione: comunque da gran soldato qual è (ex-militare) è riuscito a portare a casa un risultato di prestigio. Sa di stagione un po’ sprecata anche per un altro motivo: quando ricapiteranno un’Olimpiade e un Lombardia così alla portata di Nairo? Ma sembra proprio che non sia nella sua volontà tentare la fortuna nelle classiche.

Fabian Cancellara – 8
Non tutti i grandi campioni sanno quando arriva il momento di smettere (spoiler): solo quelli più stilosi e un po’ narcisi. Fabian ha trovato il timing perfetto, chiudendo in un’annata ricca di soddisfazioni e sconfitte correndo comunque da protagonista nel suo nord: vince 7 volte, tornando al successo nell’amata Strade Bianche, poi cede il passo definitivamente a Sagan a Gent-Wevelgem e Fiandre, perdendo con onore. La sfortuna lo taglia poi fuori dal gioco nella sua ultima Roubaix, ma la chiusura è comunque positiva grazie al ritrovato feeling con le cronometro: domina la prova di Rio per la quale non era considerato favorito, bissando l’oro di Pechino 2008. Un peccato che non si sia presentato a Doha, in un Mondiale perfetto per lui con i rivali di sempre, pazienza.

Romain Bardet – 7,5
Annata azzeccata per il talento francese, in crescita di stagione in stagione. Al Tour ha meritato il secondo gradino del podio, poiché è stato l’unico ad osare dove gli altri nicchiavano: una sola volta, nella tappa di Saint Gervais, ma quel coraggio è stato ampiamente premiato (unico successo stagionale). Stecca ai Giochi, si rifà con un buon finale di stagione che lo vede protagonista al Lombardia: l’attitudine per i GT non lo ha allontanato dalle classiche, dove cerca sempre di lasciare traccia del suo passaggio. Come atteggiamento in corsa, ricorda un po’ il giovane Nibali.

Wouter Poels – 7,5
Corridore più odiato che amato dagli appassionati: col suo ritmo al Tour ha ucciso ogni velleità di corsa vera sulle salite. Ma in questa stagione ha dimostrato che fare il gregario di Froome non è poi così limitante per le velleità personali: 6 successi totali, uno importantissimo, la Liegi-Bastogne-Liegi. Un’atleta molto dotato, anche lui come Chaves, recuperato da un infortunio terribile, risalente proprio al Tour, edizione 2012.

Mark Cavendish – 7,5
Una stagione di rinascita per il mannese, che sembrava scivolare negli ultimi anni verso un ruolo di rincalzo. E la sua rinascita passa dalla pista: si mette in testa di partecipare all’Omnium alle olimpiadi ed è autore di una grandissima prova, che lo porta all’argento. In più, conquista anche un oro mondiale nella madison in duetto con Wiggins, che coppia. La strada, però, non viene per niente dimenticata: ritorna il re delle volate al Tour, battendo più volte Marcel Kittel (6, per aver comunque vinto al Giro e al Tour) e si rende protagonista di un Mondiale controllato fino all’ultimo, dove solo una leggenda come Sagan è riuscito a togliergli la soddisfazione della seconda iride.

Oliver Naesen – 7,5
Il belga è la rivelazione stagionale; al primo anno nel World Tour, parte competitivo, dimostrandosi a suo agio nelle grandi classiche del Nord. Ma è sul finire di stagione che dimostra la gamba più lucida, andando a vincere la Bretagne Classic (meglio nota come Gp Plouay) in sortita, grazie alla collaborazione di un’altra rivelazione stagionale, Alberto Bettiol (7)Da lì in poi non vince di nuovo ma è protagonista ad ogni gara che partecipa, su tutte l’Eneco Tour, chiuso in seconda posizione, ed il Mondiale di Doha, dove gioca un ruolo fondamentale come pedina per Tom Boonen. Alzi la mano chi a inizio anno si sarebbe aspettato anche solo la convocazione.

Tom Dumoulin – 7,5
Stagione di consacrazione per il passista olandese, anche se gli obiettivi più telefonati non sono arrivati. Al Giro d’Italia deve correre 7 giorni in maglia rosa per rubare finalmente la scena al compagno di squadra Roy Curvers, vero protagonista dello spot televisivo più in vista del periodo; neanche il tempo di godersi il momento che dei problemi al soprasella lo estromettono dalla corsa. Ritorna al Tour e vince due volte, in fuga e a cronometro, ma anche là un’evitabile caduta con frattura al polso rischia di compromettere l’obiettivo stagionale. Dumoulin non si dispera e riesce comunque a presentarsi a Rio in buone condizioni, conquistando l’argento dietro a un fuoriclasse assoluto. Arriva poi al Mondiale troppo spompato, lasciando spazio per il riscatto a Tony Martin (6), dopo una stagione in ombra che lo ha visto parecchio sacrificato.

Arnaud Démare – 7
Al di là delle polemiche sul traino della Cipressa, la vittoria del francese alla Milano-Sanremo è stata la consacrazione di un talento che nel 2015 sembrava svanito, in realtà era solo sopito. Una stagione che lo ha visto vincere 5 volte e tornare in Italia a cercare il successo al Giro, anche per via dell’ingombrante presenza di Pinot in squadra. Fa un buon finale, vincendo la Binche-Chimay-Binche con un portentoso affondo e andando vicino al successo a Brussels Classic e Paris-Tours, ma si perde sul più bello nell’appuntamento clou, il Mondiale.

Tom Boonen – 7
Doveva essere l’ultima stagione di Tom. Doveva chiudere baracca e burattini al Mondiale, perché ormai, a 36 anni suonati, era giunto il momento. Doveva, perché la drammatica Roubaix 2016 gli è rimasta talmente sul gozzo da fargli passare per la mente l’idea che a) forse non è un corridore così finito e b) chiudere nel Velodromo sarebbe la cosa più bella di tutte. Nonostante la vittoria a sorpresa di Mathew Hayman (7), Tommeke ha ritrovato la furia di un tempo ed è tornato a fare la parte da leone nelle volate, con in testa un obiettivo: il Mondiale, al quale arriva dopo aver dominato Londra e Bruxelles. Va da dio nel deserto, ma la presenza di Hayman avrebbe dovuto lasciargli intendere che il finale sarebbe stato ancora un’altra volta dolceamaro. “Ah, ecco chi è che porta sfiga!”

Vincenzo Nibali – 7
Le ultime stagioni dello Squalo sono state un’altalena di emozioni: se ha un merito, è quello di dare sempre ai giornalisti qualcosa di cui scrivere. Al Giro sembrava spacciato, e invece si risveglia nelle ultime due tappe, andando con un po’ di fortuna (sì, perché se Kruijswijk non cadeva, col cavolo che lasciava la rosa) a vincere una corsa che sembrava andata. Il karma pareggia poi i conti alle Olimpiadi, facendolo cadere in discesa quando era ormai fatta per una medaglia olimpica, e forse anche per l’oro. La lezione? Quando hai la gamba per fare un gran Tour oggi non pensare all’Olimpiade domani. Valverde docet.

Miguel Ángel López – 7
L’Astana lascia andare Nibali, ma ha già un secondo capitano da GT per coprire lo spazio: per il colombiano è solo questione di tempo. Al Giro di Svizzera ha ridicolizzato i rivali in salita, lasciando intendere che sa muoversi come pochi in circolazione quando la strada sale. Manca ancora la prova definitiva, il ritiro alla Vuelta lascia pensare che appartenga alla scuola degli Aru o dei Contador (ossia di quelli che mollano subito quando qualcosa non va come avevano preventivato), ma per non lasciarci nel dubbio sul talento, prima di chiudere la stagione piazza la zampata alla Milano-Torino.

Bauke Mollema – 7
L’olandese è dovuto arrivare alla soglia dei 30 anni per manifestare quel salto di qualità tanto atteso che lo trasformasse da buon corridore a corridore da tenere d’occhio nei GT e nelle classiche. Per due settimane e mezzo al Tour sembra il principale candidato al secondo posto (e forse fosse andato tutto bene sul Ventoux avrebbe retto meglio), ma poi crolla nelle ultime due tappe alpine. Il tempo di recuperare e sfoggia una prestazione da urlo a San Sebastián, arrivando in solitaria e conseguendo il più importante successo della sua carriera.

Giacomo Nizzolo – 7
Che bella annata per il milanese: una stagione in crescendo che gli permette di vestire i galloni di capitano a Doha. Dopo esser stato maglia rossa (ma senza acuti) al Giro, a Darfo Boario Terme conquista il campionato italiano non propriamente da velocista, sicuramente la più bella vittoria della sua carriera. Il quinto posto del Mondiale è un grande risultato, comparato a chi e cosa si è messo alle spalle. Ora è tempo di sgomitare nelle classiche.

Ion Izagirre – 7
Il talento iberico si è ritagliato col tempo un ruolo di gregario di lusso con velleità di classifica nelle corse a tappe di una settimana, ruolo che continuerà a rivestire al Team Bahrain. 5 vittorie stagionali, 3 a cronometro (tra cui il campionato nazionale) e 2 bei successi in linea: il Gp Indurain e la dura tappa di Morzine al Tour de France, dopo essere stato il prezioso terzo uomo di Nairo Quintana. Arrivano pure i podi al Romandia, nonostante fosse gregario anche là, e al Giro di Svizzera dietro allo scatenato López.

Tim Wellens – 6,5
Lo squillante belga continua a distinguersi con pazze azioni che lo portano al successo. Comincia alla Paris-Nice, dove nell’ultima tappa s’incastra perfettamente nel gioco tattico per il successo finale; replica al Giro, vincendo a Roccaraso con un inatteso contropiede a 70 km dall’arrivo e assolo sull’ascesa finale; perde un entusiasmante duello con Philippe Gilbert ai campionati nazionali ed infine domina il Giro di Polonia, quando trova le “sue” condizioni (ossia, freddo e pioggia a fiumi). Da tre stagioni gironzola lì, tra gli “uomini più attesi”, ma gli manca ancora il colpo di classe in una grande gara.

Geraint Thomas – 6,5
Peccato, era partito fuoco e fiamme, sembrava davvero in grado di ereditare il ruolo di  co-capitano in Sky dopo i successi in Algarve e soprattutto alla Paris-Nice, e invece al Tour de France si è afflosciato come un Tejay Van Garderen (4) qualsiasi: che torni a concentrarsi sulle classiche del nord, dove non ha perso le capacità (12° al Fiandre). Percorso simile in casa Sky per Michal Kwiatkowski (5,5): dopo la vittoria ad Harelbeke l’ex-campione del mondo è stata l’ombra di se stesso ovunque andasse, persino in Polonia.

Alberto Contador – 6,5
Doveva essere la sua ultima annata, ha ritrattato: ha fatto bene? Forse no. Intanto, la stagione 2016 rivela tutto l’orgoglio del campione madrileno, capace di vincere la Vuelta al País Vasco dopo aver perso di poco Parigi-Nizza e Catalunya. A dire la verità da lì in poi la stagione non va come dovrebbe: le cadute al Tour lo spingono ad abbandonare, ritorna alla Vuelta e si lascia andare con Quintana a un remake di Fuente Dé, che però non gli permette di prendere il podio, perso proprio all’ultima tappa utile. Insomma, la voglia non manca, ma il timore è che Alberto abbia sparato le ultime cartucce.

Enrico Gasparotto – 6,5
È stato uno dei corridori più sottovalutati a cavallo tra gli anni zero e gli anni 10, eppure non si sottrae a un’ultima magata: il bis alla Amstel Gold Race, vinta già 4 anni fa. È amaro da ammettere, ma in questo frangente nessun altro atleta italiano è risultato più competitivo di lui sulle Ardenne. La clavicola rotta al Tour de Wallonie compromette il finale di stagione: era uno dei potenziali capitani per l’Europeo.

Michael Matthews – 6,5
Bling si conferma ad alti livelli, temibile a qualunque corsa partecipi ed in diversi modi: per dire, inizia la stagione alla Parigi-Nizza vincendo il prologo. Poche vittorie stagionali, 4 in tutto, ma quella di Revel al Tour de France è di quelle memorabili, visto il cast di ciclisti extra-lusso che si è messo alle spalle al termine di una fuga. Ed è sempre lì, insidioso, a tentare la zampata, che siano le Ardenne, le classiche canadesi, oppure il Mondiale, dove termina ai piedi del podio. In questo momento, Caleb Ewan (6,5) sta vivendo una fase di carriera molto simile a quella che fu per Matthews negli stessi anni, quando doveva sgomitare parecchio in squadra per trovare spazio e successi, e non sembrava esattamente il predestinato apparso tra i dilettanti. Però l’australiano con gli occhi a mandorla una soddisfazione se l’è tolta, la Classica di Amburgo, seppur per gentile concessione di una giuria che ha ingenerosamente squalificato Nacer Bouhanni (6), quest’anno più in vista per fatti “di costume” (tipo la rissa in albergo prima dei campionati nazionali) che per i suoi risultati. Free Nacer, non sei Balotelli, porca miseria.

André Greipel – 6,5
Per Andreone si direbbe una stagione come tante altre, nel segno della continuità: non migliora il suo rapporto coi grandi appuntamenti (ma anche quest’anno riesce ad accendere il Giro delle Fiandre), e porta a casa 9 vittorie tra cui il campionato nazionale, una tripletta al Giro e la kermesse finale dei Campi Elisi al Tour, prolungando la striscia positiva che lo vede vincente ad ogni GT al quale partecipa dal 2008 (!).

Bryan Coquard – 6,5
Con 13 vittorie il francesino è il terzo corridore più prolifico dell’anno, alla pari di Kristoff. Ma sono tutte vittorie ottenute entro i confini nazionali: fuori si è fermato al 2° posto alla Dwars Door Vlaanderen e al 4° alla Freccia del Brabante, notificando una armonia col Nord in fase di costruzione. L’appunto clou stagionale era ovviamente il Tour, ma non è riuscito ad andare oltre il 2° posto.

Edvald Boasson Hagen – 6,5
L’ambiente sudafricano sta facendo bene all’ex-enfant prodige del ciclismo norvegese, perso come mulo da soma nei meandri del team Sky. Dopo una stagione di “depurazione” ritrova i suoi virtuosismi, trovando la via del successo in ben 9 occasioni tutte diverse: in linea, in fuga, a cronometro, in volata. Ma il suo momento migliore è stato la Parigi-Roubaix, dove ha lottato fino all’ultimo con gli altri 4 contendenti per un successo prestigioso che è sembrato alla portata di tutti loro; il rinnovato feeling col nord si manifesta anche a settembre, con la vittoria all’Eneco Tour nella tappa con finale a Geerardsbergen. Finisce con un controverso mondiale, nel quale non si capisce con Kristoff nel finale.

Sonny Colbrelli – 6,5
Ancora piccoli progressi per il bresciano, che finalmente approderà al ciclismo di vertice nel 2017 dopo (troppi) anni alla Bardiani: 7 vittorie e non fosse stato per Gasparotto, l’Amstel Gold Race poteva addirittura essere sua. Tra i successi ci sono Tre Valli Varesine e Coppa Agostoni, toppa invece negli appuntamenti internazionali, specie l’Europeo.

Richie Porte – 6,5
Riesce finalmente a correre un Tour competitivo: anzi, è uno dei pochi che riescono a stare dietro ai rari sussulti di Froome (anche in virtù di una neanche troppo tacita alleanza tra i due, da ex-compagni di squadra); senza il casino del Ventoux quel quinto posto poteva diventare un podio. Se non altro, l’australiano smentisce chi lo riteneva incapace di correre da capitano in un’altra squadra. A podio nella Parigi-Nizza.

Niki Terpstra – 6
Stagione soddisfacente per il passista olandese, anche se è stato poco appariscente nelle sue corse, rispetto alla stagione passata. Arrivano vittorie minori ma belle a Le Samyn, alla Dwaars Door Van Het Hageland (nuova corsa che col suo mix pavè-sterrati promette di rubare i cuori degli appassionati) e all’Eneco Tour; al Mondiale è nel vivo dell’azione decisiva ma non ha le gambe per provare a sorprendere i velocisti, peccato.

Joaquim Rodríguez – 6
Doveva essere la sua ultima stagione ma… sì, lo so, è la terza volta che scrivo questa frase! Questi campioni, sembrano quelli che dalle 23 dicono “Ok, questo è il mio ultimo drink!” E poi te li trovi sversi alle 4 a vomitare nel parcheggio. Purito si doveva ritirare alle Olimpiadi, poi ha pensato che no, sarebbe stato brutto non concludere senza il Lombardia che tante gioie gli ha dato (e difatti lì si è ritirato), infine il Team Bahrain gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare e quindi pare che correrà anche l’anno prossimo, almeno fino alle Ardenne o al Giro. Analizziamo dunque questa come se fosse stata l’ultima stagione, che non è stata neanche malaccio, tra l’altro: è mancato il successo (ormai il potere del garagismo non è più una sua esclusiva) ma ha corso un Tour ad alto livello, concludendo al settimo posto. Anche all’Olimpiade è stato lì a dire la sua, a 37 anni.

Diego Ulissi – 6
L’istinto sarebbe quello di dargli l’insufficienza, ma poi ti ricordi che ha vinto due tappe al Giro, e come le ha vinte. Fatto sta che Ulissi esce molto ridimensionato da questa stagione, sebbene i piazzamenti ottenuti siano tanti; tuttavia è stato evanescente in tutti gli appuntamenti più attesi (Liegi, Europeo, Lombardia) e in quelli secondari anche se piazzato non è mai sembrato in grado di fare la differenza (Amstel, Freccia, Strade Bianche); emblematico il Gp di Montréal, dove Rui Costa praticamente gli apparecchia il successo sfiancando i rivali, ma Diego arriva ancor più spompato alla volata finale.

Simon Gerrans – 5,5
Altra annata sfigatina per il passista australiano, iniziata in maniera illusoria col quarto Tour Down Under vinto (alla faccia!). Sulle Ardenne non incide, e una caduta al Tour lo costringe a saltare l’appuntamento olimpico. Si gode comunque l’aver traghettato Chaves verso il podio della Vuelta da regista in corsa.

Alexander Kristoff – 5,5
Non è stata una brutta stagione, coi suoi 13 successi; ma paragonata alla precedente, risulta molto carente. Anche perché si è trattato di successi minori, in corse di preparazione per lo più. Piazzato a Sanremo e Fiandre, toppa la Roubaix e sbatte su Sagan e Cavendish al Tour; la beffa finale è il Mondiale, dove finisce solo settimo in una volata finale che in altri tempi lo avrebbe portato al podio. Non si può parlare di involuzione, più che altro di stagione sfortunata, del resto non si vincono il Fiandre o la Sanremo tutti gli anni.

Philippe Gilbert – 5,5
Un bellissimo campionato nazionale vinto e i 4 successi complessivi non salvano la stagione del belga, che è stata per lo più incolore, specialmente sulle Ardenne e alle Olimpiadi. È apparso un corridore come tanti altri, cosa che non si cuce bene addosso a uno come lui. Anche solo 2 anni fa, Colbrelli alla Tre Valli Varesine se lo sarebbe mangiato, altro che sesto.

Rigoberto Urán – 5,5
Altra stagione da “mah!” grosso come una casa per il talento colombiano, in età da piena maturità agonistica. Nuova squadra, si prepara a puntino per il Giro d’Italia ma non incide, e finisce nelle posizioni di rincalzo. Anonimo anche ai Giochi. Si riprende solo sul finale di stagione, inanellando tre podi: Emilia, Milano-Torino e soprattutto Lombardia, contendendo il successo fino all’ultimo. Ma è troppo poco e l’involuzione nei GT comincia a essere preoccupante: nel dubbio, lui comunque se la ride (e rivendica il copyright a Chaves).

Thibaut Pinot – 5
La tirata d’orecchi, più che a lui, va a Marc Madiot che si ostina a caricarlo di pressioni e portarlo al Tour de France, quando al buon Thibaut servirebbe non dover dimostrare nulla. La preparazione era andata benissimo, in più Thibaut è diventato mostruoso a cronometro (3 vittorie stagionali su 6, Gilles Lapierre ci deve spiegare che diavolo ha fatto a quelle biciclette tra l’altro), ma al Tour qualcosa s’inceppa. Si, poi c’è stata anche la virosi (con strascichi pesanti: fa nutrire qualche dubbio anche su come sarà il futuro di Thibaut), ma è evidente che i limiti del -non più- ragazzo siano soprattutto caratteriali.
Portacelo al Giro, vedrai che si diverte. Tra l’altro è diventato più forte a cronometro, no? (10, no neanche, 5 anni fa non ci saremmo neanche sognati di dire una cosa simile…).

Fabio Aru – 5
Inutile girarci attorno, la delusione più cocente del 2016 è stata il sardo. Un destino parallelo al coetaneo Pinot: caricato di eccessive pressioni in patria, alla fine ha ceduto. Ma proprio di schianto, prendendo 17′ in una tappa alpina dopo aver accarezzato l’idea di un podio al Tour. In realtà Aru proprio fragilino di testa non è (ricordate il Giro 2015?) ma fisicamente ancora immaturo forse sì, e lo dimostra l’acuita meteopatia che ha dimostrato nei grandi appuntamenti. Non è stato un errore portarlo capitano al Tour, quanto farlo andare preparandosi gareggiando col contagocce, come il più navigato dei capitani da GT. Difatti compreso l’errore, nella seconda parte di stagione ha lasciato da parte la Vuelta ed è andato a sbattersi nelle classiche, con risultati così così ma un approccio incoraggiante. Non lo penalizziamo più di tanto nella valutazione perché in questa stagione ha avuto un momento gagliardo (la vittoria da scattista alla terza tappa del Delfinato, totalmente fuori dal suo stile) e ha giocato un ruolo fondamentale in appoggio a Nibali all’Olimpiade, arrivando anche sesto.

John Degenkolb – s.v.
Impossibile dare una valutazione numerica alla stagione del vincitore di Sanremo e Roubaix 2015, penalizzato dal terribile incidente in Spagna nel quale una vecchia turista inglese ha biliardato contromano lui e i suoi compagni di allenamento. Per fortuna, si ritrova ancora tutte le dita attaccate al corpo, ma ha dovuto buttare via quasi tutta la stagione concentrandosi su un solo obiettivo, il Mondiale, del quale è stato l’icona della sofferenza e della sfortuna (fuori dall’azione buona per un problema meccanico, ultimo ad arrendersi degli inseguitori). In bocca al lupo con la nuova maglia Trek, John, il 2017 non potrà che essere migliore.

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