La concitata volata finale della Milano - Sanremo © Ansa
La concitata volata finale della Milano - Sanremo © Ansa

E la magia di Kwia smontò quella di Sagan

Milano-Sanremo, che finale: Peter fa lo show, Kwiatkowski lo beffa con intelligenza. Terzo un ottimo Alaphilippe, Viviani nei dieci

Come lui, è inutile star qui a far troppi complimenti. Vincere, non vincere, che differenza fa, l’importante è dare spettacolo. Dovremmo per l’ennesima volta metterci a snocciolare i motivi per cui Peter Sagan è il simbolo del ciclismo del terzo millennio? Anzi no, ripensandoci bene, magari il ciclismo fosse come Peter Sagan lo dipinge con le sue imprese. La realtà è più grigia. Poi quando c’è lui tutto cambia, la scena si illumina, l’imprevedibile diventa norma, eravamo in errore quando qualche giorno fa dicevamo che Peter Sagan (e tre) è il ciclismo, perché Peter Sagan (e quattro) è più del ciclismo.

Prendere una corsa insulsa, trasformarne il finale in un thrilling straordinario, tornare a casa con le pive nel sacco e il sorriso sui denti. Chi se non lui può tutto ciò?

Michal Kwiatkowski l’ha vinta. Insieme a Greg Van Avermaet – poco brillante oggi – il polacco si è ritagliato nel tempo il ruolo di antiSagan per eccellenza. Bestia nera che sin dai tempi delle giovanili ha tolto più di una gioia al collega slovacco, Michal ha conquistato la prima monumento in carriera, ennesima perla di un palmarès che diventa via via più corposo (ultimo centro di rilievo, la Strade Bianche di due settimane fa: l’abbiamo detto che gli piace il sabato italiano, a Kwiatko).

L’ha vinta con un colpo da maestro, un colpo minimal, in sottrazione, mentre l’altro, il di(v)o iridato, ragiona per accumulo, aggiunge aggiunge aggiunge. Kwiatko è più sobrio di Sagan, e toglie. Ha tolto per esempio la sua ruota da quella dell’avversario nello sprint di Sanremo, ha ceduto due o tre metri, ha preparato un trabocchetto in cui Peter s’è trovato invischiato fino al collo, e poi ha fatto scattare la tagliola, in forma di colpo di reni. Gran corridore, il Kwiatko.

Il terzo uomo – perché sono andati via in tre, sul Poggio – è Julian Alaphilippe e possiamo non dilungarci su di lui, oggi, visto che lo faremo quanto prima. Più o meno tra un mese, giorno più giorno meno, quando ci ritroveremo a descrivere una sua vittoria capitale (la Freccia? la Liegi?). A Sanremo è arrivato terzo, lui abbonato a podi importanti, e la sua presenza nel terzetto buono è stata un semplice memento per tutti: occhio che sto arrivando, e quando arriverò parlerete di me per un paio di lustri almeno.

Una Sanremo bella, insomma, anche se solo negli ultimi 25-30 chilometri. Lenta e bella, e le due cose potrebbero essere in sorprendente correlazione. Non spremersi per fare i 50 orari nella prima ora magari lascia qualcosa in più da spendere nel finale. Ma naturalmente la media-gara non può essere predeterminata o imposta per decreto, per cui restiamo dell’idea solita: il percorso, cambiatelo. Aggiungeteci una salitella. Le Manie, ha quasi invocato Peter nel dopocorsa. Vegni, pensaci: non sempre c’è un Sagan in queste condizioni luccicanti, capace di cambiare da solo il corso degli eventi con uno scatto sul Poggio.

 

Fuga da 10 e vento da 90
La classicissima fuga della Classicissima è partita molto presto, dopo 3 km di gara, ma non ha avuto vita facile: il forte vento da sud, quindi contrario alla prima metà della corsa, ha tenuto la media molto bassa (le prime quattro ore ad appena 36.1 km/h), e gli attaccanti di giornata non sono riusciti a mettere più di 5 minuti tra sé e il gruppo.

Dieci sono stati gli uomini impegnati nell’azione: gli italiani Mattia Frapporti (Androni Giocattoli), Mirco Maestri (Bardiani CSF), Alan Marangoni (Nippo-Vini Fantini), Umberto Poli (Team Novo Nordisk) e Federico Zurlo (UAE Team Emirates), lo spagnolo Julen Amezqueta (Wilier Triestina-Selle Italia), l’australiano William Clarke e il lettone Toms Skujins (Cannondale-Drapac), il tedesco Niko Denz (AG2R La Mondiale) e il russo Ivan Rovny (Gazprom-RusVelo).

Il vantaggio massimo è stato toccato al km 30 (poco più di 5′), poi è stato innescato il pilota automatico sia davanti che dietro e si è arrivati al Turchino con un margine fissato tra i 3 e i 4 minuti. In salita gli attaccanti hanno perso terreno, ma poi hanno ritrovato spirito quando il plotone ha visibilmente rallentato, una volta raggiunta la via Aurelia. Il vantaggio dei 10 è tornato per un attimo sopra i 5′, dopodiché i team interessati a fare la corsa (su tutti FDJ, Quick-Step Floors e Bora-Hansgrohe) hanno lavorato per ridurre nuovamente il gap.

 

Tra Capi e Cipressa la corsa si sveglia
Quasi 100 km di poco&niente sono intercorsi tra il Turchino e i Capi. A rendere nuovamente attivo il notes ci ha pensato Alexis Gougeard (AG2R La Mondiale) con uno scatto sul Capo Cervo, ai -46. L’azione del peperino francese è durata 6 km, dopodiché sul Berta, ai -40, è stato ripreso. Sempre sul terzo e ultimo dei Capi hanno perso contatto dalla fuga Poli, poi Frapporti, poi Zurlo. Il gruppo, a 50″ di distanza dai primi alla fine della discesa, era già in piena fregola da Cipressa.

La volata per prendere in testa la penultima salita di giornata è stata per una volta scevra da cadute, e sulle prime rampe della scalata di Costa Rainera la Sunweb ha aumentato il ritmo con Søren Kragh Andersen. Annullata la fuga ai -26 (ultimi superstiti: Rovny, Clarke e Amezqueta), proprio Andersen ha portato via un quartetto con tre italiani, ovvero Matteo Trentin (Quick-Step Floors), Davide Cimolai (FDJ) e Daniel Oss (BMC), quindi sui 4 sono rientrati altri corridori (tra cui Luke Rowe della Sky, Tim Wellens della Lotto Soudal e Mattia Cattaneo dell’Androni), ma il gruppo è sempre rimasto in zona (tirava la BMC), e ha chiuso ai -24.

La Sunweb ci teneva comunque a fare corsa dura, e ha operato con Simon Geschke e poi con Tom Dumoulin in persona per tenere in fila indiana il gruppo. Dumoulin. Quindi tra i bianconeri emergeva chiara la leadership in corsa di un uomo solo, Michael Matthews. L’azione dell’elegantissimo TomDum ha fatto male a diversi, ad esempio all’enfant du pays Niccolò Bonifazio (Bahrein Merida), o a un Mark Cavendish (Dimension Data) che aveva già patito qualche problemino con la cacchina in precedenza (lunga sosta ad acta per lui ai -100).

In discesa non sono state segnalate evasioni, con Enrico Gasparotto (Bahrain) a fungere da apripista per tutti; ma il ritmo della picchiata, unito a quello della precedente scalata, ha provocato comunque buchi che si son fatti fratture e abbiamo potuto riassumere in una parola, al ritorno sull’Aurelia: selezione.

 

Gruppo ridotto, Poggio alla morte
Selezione, ovvero non 200 corridori ancora insieme (non sembri un’iperbole: all’arrivo ci sono arrivati in 195 su 200, probabile si tratti di record all time per la MiSa), bensì 50-60. Che, per gli standard sanremesi, è già tanto prima del Poggio.

Sul piano tra le ultime due salite di giornata, Tony Gallopin ha dato seguito alla tattica battagliera della Lotto Soudal già sviscerata poco prima da Wellens: il francese è scattato proprio un metro dopo la fine della discesa, ai -18, e subito Philippe Gilbert si è mosso in marcatura (il capitano di giornata Quick-Step, Fernando Gaviria, stava molto bene nonostante la caduta in allenamento dell’altro giorno, e andava quindi tutelato anche dai grandi campioni del team).

Sui due si sono presto portati altri corridori, Jasper Stuyven (Trek-Segafredo) e poi ancora sette uomini, ma la Bora-Hansgrohe di Sagan ha badato bene di chiudere prima possibile (ottimo Cesare Benedetti nell’occasione), e ai -16.5 l’azione è stata annullata. La Quick-Step si è allora rimessa a trenare (con Tom Boonen: vedi parentesi del paragrafo precedente sul ruolo dei campioni belgi pro Gaviria), ma all’approdo sul Poggio, ai -9, è stata la Sky a prendersi di prepotenza le prime posizioni. Solo cautela per tenere Elia Viviani al riparo da sorprese, o architetture d’attacco nella mente di Michal Kwiatkowski?

In un modo o nell’altro, gli uomini del sodalizio inglese sono presto stati sopravanzati da Dumoulin, ancora lui, bravissimo a tirare il collo al gruppo per altri due chilometri, dai -8.5 ai -6.5. L’andatura dell’olandese, oltre ad aver scoraggiato attacchi, ha tenuto il gruppo ancora in fila, moltiplicando al contempo le tossine nelle gambe dei velocisti.

Peter Sagan, che velocista non è (non solo, perlomeno), se ne è curato il giusto (ovvero poco, quasi nulla), e non appena TomDum s’è spostato, è partito con una rasoiata terrificante. Spettacolo alla nona potenza.

 

Un terzetto meraviglia e un epilogo da infarto
Sonny Colbrelli (Bahrein), l’avveduto, aveva ben preso la ruota di Sagan, e quando quello è scattato ha pure provato a tenerla. Ma stringi stringi (i denti, fin quasi a limarseli), il bresciano è rimasto con nulla in mano, e ha dovuto cedere. È uscito allora dalla sua ruota John Degenkolb (Trek), e ha pure lui provato a salire col passo dello slovacco, ma niente da fare. GregVan era troppo indietro in quel momento, altrimenti ci saremmo aspettati da uno come lui che potesse andare a chiudere sull’iridato.

E allora è stato Michal Kwiatkowski a rompere l’impasse e ha mettersi a inseguire il Campione del Mondo. Sarebbe scoppiato dopo qualche metro di lattacido, se Julian Alaphilippe (Quick-Step) non fosse a sua volta emerso dando il cambio al polacco e riportandolo con notevole azione su Peter. Si è così formato il terzetto meraviglia che avrebbe dominato il finale di gara.

La BMC – risvegliatosi Van Avermaet dal torpore – ha allora provato a inseguire, e in discesa ci ha poi provato il team Barhein (con Colbrelli in prima persona, anche), ma era ormai tardi. I tre hanno scollinato (ai -3.5) con 11″, e in discesa hanno solo guadagnato ancora. Piccolo dettaglio: a tirare, il solo Sagan.

Finita la picchiata, ai 2.2 km il ritorno sull’Aurelia con 17″, e ormai l’impresa (di stoccare i velocisti) poteva dirsi riuscita. Restava solo da vedere come i tre si sarebbero spartiti i posti sul podio. Bookmakers improvvisati avrebbero dato Peter a 1.1 e “Altri” a 50, ma avrebbero clamorosamente sottovalutato la variabile Kwiatko.

 

Kwiatkowski, l’intelligenza al servizio della potenza
Eccola, la variabile Kwiatko. Detto che sia lui, il polacco, che il francesino, hanno dato un cambio a testa a Sagan, giusto per lavare da sé il quasi infamante marchio di 100% Succhiaruote, si è chiaramente arrivati alla volata a tre con tutti i favori del pronostico, e gli occhi del mondo, in capo a Peter.

Rimasto in testa lungo tutto l’ultimo chilometro, a pedalare pure troppo per quello che era effettivamente necessario, Sagan ha avuto il tempo di metabolizzare l’informazione che era lui a dover prendere quella volata dalla prima posizione, certo la più scomoda.

Ai 300 metri la magata di Michal, che era in seconda ruota, e che ha impercettibilmente rallentato, giusto per lasciare due metri di margine, forse tre, allo slovacco. Sagan ha avvertito quel mezzo vuoto alle sue spalle, si è voltato un attimo, ha visto il piccolo buco, e a quel punto poteva o rallentare a sua volta (col rischio di farsi sorprendere col motore a giri troppo bassi da un eventuale lancio di sprint di altri), ma questa cosa sarebbe stata più sana qualche centinaio di metri prima; oppure partire. È partito.

È partito non diciamo con spocchia (fare una volata di 250 metri pieni dopo 291 km di corsa come lo definireste?), ma con forse troppa sicurezza di sé. O con la forza dell’ottimismo, se vogliamo usare parole più belle. È partito e ha preso metri di margine, mentre Kwiatkowski è partito e ha preso la scia di quello che gli era davanti, già gongolando per il fatto di aver indotto Peter a una mossa tanto azzardata.

Alaphilippe, già provato e pure un po’ mentalmente scentrato nell’occasione, non è stato propriamente un fattore. Kwiatkowski invece sì, perché è andato ad affiancare Sagan, e in ogni caso il Campione del Mondo ha dato l’impressione di poter forse resistere, e ha resistito finché ha potuto, anche fino al colpo di reni un po’ sghembo col quale ha conteso fino all’ultimo centimetro il successo al rimontante.

Rimontante però fa quasi rima con vincente. Kwiatkowski ha eliminato il “quasi” e ha vinto. Sulla spinta del colpo di reni, Sagan gli è pure finito addosso e per poco i due non cadevano, e non travolgevano i fotografi appostati dopo la linea d’arrivo. Son rimasti in piedi, invece, e Sagan non ha fatto altro che buttare giù il boccone amaro in un nanosecondo, e andare subito da Kwiatko per stringergli la mano e complimentarsi. Alaphilippe, degnissimo terzo, è finito pure lui nella foto dell’arrivo, bravo a quasi affiancare gli altri due. Un podio da capogiro.

 

Viviani primo degli italiani nell’ordine d’arrivo
A 5″ dai primi tre, il gruppo dei velocisti. Nascostosi da settimane, Alexander Kristoff (Katusha) l’ha vinto, corroborando le convinzioni di chi vedeva lui come l’uomo dalle maggiori chance in caso di arrivo di gruppo; secondo della volata (e quindi quinto dell’oda) Fernando Gaviria. Sesto posto per il campione 2016 Arnaud Démare (FDJ), poi John Degenkolb, poi Nacer Bouhanni (Cofidis), quindi il primo degli italiani, Elia Viviani, nono davanti a Caleb Ewan e Magnus Cort Nielsen (entrambi della Orica-Scott). Solo 12esimo Michael Matthews, tanto che ci si chiede se Dumoulin non sarebbe stato più utile facendo quartetto con Sagan e gli altri in cima al Poggio, piuttosto che essere speso da ultimo gregario.

13esimo, 14esimo, 15esimo, 20esimo: gli altri 4 italiani in top 20, ovvero Colbrelli, Daniele Bennati (Movistar), Francesco Gavazzi (Androni) e Marco Canola (Nippo-Fantini). Fuori dai 20 Van Avermaet (21esimo), ma scommettiamo che già in settimana, quantomeno da Harelbeke (venerdì) in avanti, GregVan sarà lì a contendere a Sagan le prossime vittorie nelle classiche. Sì, ci aspetta ancora tanto spettacolo da qui a un mese. Di sicuro, per una volta possiamo dire che la Sanremo è stata all’altezza della denominazione “Monumento”.

La vignetta di Pellegrini

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