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Questo Bernal vuol essere special

20.03.2017 14:16

Intervista al talento colombiano: «Voglio fare bene in molte prove, in Colombia non si corre più solo in salita. Occorre lasciarmi crescere e migliorare»


Nelle ultime stagioni la Colombia è tornata prepotentemente alla ribalta del ciclismo mondiale, riuscendo però finalmente a mostrare un repertorio decisamente più completo da parte dei propri esponenti, che in passato erano considerati praticamente alla stregua di eccellenti scalatori e nulla più. Una tendenza che aveva iniziato a cambiare già negli anni Duemila, grazie al titolo mondiale a cronometro conquistato da Santiago Botero che iniziava ad aprire nuovi scenari. Ai grimpeur di razza si sono affiancati corridori in grado di dire la propria in alcune delle più importanti classiche monumento mentre un lavoro sempre più proficuo e costante nei velodromi ha portato a rinverdire i fasti del mitico Martin “Cochise” Rodríguez e a raggiungere allori e soddisfazioni impensabili. Sull'onda di ciò hanno cominciato a fare la loro comparsa anche velocisti in grado di rivelarsi estremamente competitivi in alcuni dei contesti più importanti della stagione.

Abbiamo così avuto un Rigoberto Urán capace di conquistare una medaglia olimpica, un Esteban Chaves arrivato ad un passo dal conquistare il Giro d’Italia ma divenuto poi il primo colombiano a vincere il Giro di Lombardia, un Fernando Gaviria che, seppur ancora giovanissimo, può vantare già due titoli mondiali dell’Omnium e che su strada ha saputo far propria la Parigi-Tours con un numero straordinario, mostrando ancora grandi margini di crescita. Soprattutto però la maggior cura dei dettagli, la completezza psicofisica e la capacità di non farsi sorprendere in situazioni che in passato sarebbero costate care a vari connazionali, ha fatto sì che la Colombia avesse finalmente quel corridore in grado non solo di lottare e vincere grandi corse a tappe (risultando il primo a vincere un Giro d’Italia ad esempio) ma anche il potenziale atleta in grado di aspirare concretamente, dopo quasi vent’anni, alla leggendaria doppietta Giro-Tour: stiamo parlando, naturalmente, di Nairo Quintana.

In questo presente in cui il Paese sudamericano si gode i propri figli prediletti e riesce contemporaneamente a conquistare, cosa finora mai verificatasi, entrambe le brevi gare a tappe di riferimento d’inizio primavera (la Tirreno-Adriatico, appunto, con Nairo Quintana e la Parigi-Nizza con Sergio Luis Henao), lo sguardo è già proteso con fiducia al domani con prestazioni notevoli e vincenti a cadenza quasi annuale dei nuovi talenti colombiani nelle maggiori gare a tappe giovanili di riferimento. Uno di questi talenti ha però seguito un percorso differente, affinandosi e diventando già a livello juniores, una promessa mondiale della Mountain Bike, al punto da riuscire a salire per due volte sul podio del campionato del mondo con un argento e un bronzo. Il suo nome: Egan Arley Bernal Gómez.

Galeotta fu, in senso buono naturalmente, però la partecipazione del ragazzo proveniente dalla regione di Cundinamarca alla corsa di Navacchio denominata “Sognando il Giro delle Fiandre” e disputata a conclusione della stagione 2015: quel giorno Egan fu capace di staccare tutti su un tracciato ostico e reso assai impervio da vari tratti di sterrato, capaci di esaltare le sue qualità di biker. Una vittoria ed una prestazione che non lasciarono indifferenti gli addetti ai lavori, tanto meno uno dei veterani tra i team manager come Gianni Savio, che nella Colombia e poi anche nel Venezuela ciclistico ha sempre saputo attingere, lanciando nel professionismo fior di talenti. Il passaggio all’Androni Giocattoli è divenuto così cosa fatta e nella prima stagione tra i professionisti, a neppure vent'anni, sono già arrivate le prime vittorie nella massima categoria (una tappa e la classifica finale del Tour of Bihor, in Romania) e tante altre notevoli prestazioni.

Il coriaceo ragazzino ha saputo stupire in più di un’occasione gli addetti ai lavori ed anche la recente Tirreno-Adriatico, in cui si è ritrovato a battagliare con molti dei migliori atleti al mondo ed in cui la maglia bianca di miglior giovane è sfumata solamente nella cronometro conclusiva di San Benedetto del Tronto, è stata la dimostrazione che Egan potrà far parlare ancora molto di sé, se la sua crescita continuerà ad essere costante e se la sua gestione sarà sempre oculata e ottimale. Pazienza se anche per quest’anno gli appassionati italiani dovranno accontentarsi di vederlo all’opera in altri importanti contesti (sarà lui l’uomo di punta della nazionale colombiana nel rinato Giro d'Italia Under 23) e non potranno attenderlo sulle più celebri salite del Giro d’Italia, dove neppure in questa stagione l’Androni Giocattoli è stata invitata. Alla conclusione della Tirreno-Adriatico abbiamo comunque trovato un ragazzo sorridente, già capace di sfoggiare un ottimo italiano ma determinato a migliorarsi e che potrà sicuramente far breccia nel cuore degli appassionati.

Egan, cominciamo quest’intervista con un commento dei tuoi primi mesi di gara del 2017. Sei partito subito molto forte, cogliendo ottimi piazzamenti. Come sta andando?
«La stagione è iniziata sicuramente bene. Sono riuscito a prepararmi in maniera ottimale in quest’inverno, dove ho sostenuto allenamenti molto impegnativi in Colombia poiché avevo l’obiettivo d’iniziare subito bene la stagione, pensando anche ad un’eventuale partecipazione al Giro d’Italia. Purtroppo non sarà possibile disputarlo ma sono comunque intenzionato ad affrontare al massimo tutte le altre corse che andrò ad affrontare e quindi spero di continuare la stagione nello stesso modo in cui l’ho iniziata per poterla concludere in maniera ancora migliore».

Il fatto che non partecipiate al Giro d’Italia, al di là dell’ovvia delusione, costituisce per te un grosso rammarico per il fatto che ci tenevi particolarmente a correrlo quest’anno oppure essendo ancora molto giovane non ne fai un dramma poiché avrai ancora molte occasioni per disputarlo?
«Mi sarebbe piaciuto molto riuscire a correre il Giro perché è una corsa che non ha bisogno di presentazioni, però come hai già detto tu non ne faccio un dramma. Oltre al Giro d’Italia infatti ci sono altre belle gare, come ad esempio la Tirreno-Adriatico che è inserita nel circuito World Tour così come altre corse che la squadra andrà a disputare. Cercherò di fare del mio meglio in questi appuntamenti perché, anche se non sono paragonabili ad una corsa come il Giro, vedono la partecipazione di atleti molto forti e dove avremo comunque l’opportunità di metterci in evidenza».
Tu vieni da un mondo come quello della Mountain Bike, in cui sei salito per due volte sul podio dei mondiali tra gli juniores. Come nasce l’Egan Bernal corridore? Come hai cominciato?
«Ho iniziato proprio con la Mountain Bike, facendo delle piccole gare nel mio paese (è originario di Zipaquirá, nella regione colombiana di Cundinamarca, ndr). Avevo 8 anni e sono subito riuscito a vincere la prima gara a cui ho partecipato e come premio vi era la possibilità di entrare a far parte di una piccola squadra di ciclismo. In quel periodo il mio allenatore era Fabio Rodríguez, un ex ciclista che aveva corso anche in Europa, e da lì in avanti ho gareggiato solamente nella Mountain Bike, fino a raggiungere il podio ai campionati del mondo (medaglia d’argento nel 2014). A quel punto mi sono detto che avrei voluto riprovare a cercare di vincere il mondiale, poiché ero al secondo anno tra gli juniores e una volta approdato alla categoria Under 23 mi si è presentata l’opportunità di firmare questo contratto e passare così definitivamente all’attività su strada».

Quindi, essendo tu nato come biker, immagino che uno dei tuoi primi idoli più che uno stradista sia stato Héctor Leonardo Paez o comunque qualcuno dei biker colombiani più forti. Sono stati loro i tuoi riferimenti oppure ti sei ispirato fin da subito a qualche tuo connazionale stradista?
«Ad essere sincero ho sempre guardato le corse su strada, in quel momento mi piacevano moltissimo sia Lance Armstrong che Alberto Contador, li seguivo sempre. Poi sicuramente seguivo anche Paez e gli altri biker colombiani, cercando d’ispirarmi a loro ma ciò che seguivo in tv erano le corse su strada».

Dopo aver gareggiato per tanti anni in MTB ad alti livelli, nel 2015 sei giunto in Italia ed hai vinto subito una corsa su strada in Toscana (la “Sognando il Fiandre” di Navacchio, ndr). È stata quella gara che ti ha permesso di farti conoscere anche qui?
«Era una gara in cui sapevo che avrei dovuto fare bene se avessi voluto trovare un ingaggio in una importante squadra italiana, mi dissero che ci sarebbero state molte persone a vedermi correre. Quel giorno mi sentivo molto bene, ero in ottima condizione poiché venivo dal mondiale di MTB e quindi ero quasi al 100%. Inoltre si affrontavano molti strappi in sterrato, proprio lì sono riuscito a fare la differenza e sono giunto tutto solo sul traguardo. Per me è stato davvero un bel giorno!».

In questi anni stanno emergendo tantissimi corridori del tuo Paese. Pian piano la Colombia è arrivata a vincere sia il Giro d’Italia che la Vuelta di Spagna con Nairo Quintana, dopo che in precedenza Lucho Herrera era stato il primo colombiano ad aggiudicarsi un grande giro, conquistando proprio la Vuelta. Come la spieghi questa esplosione di atleti colombiani, che prima erano conosciuti principalmente come grandi specialisti delle salite ma che magari non avevano sufficienti qualità o non erano capaci di reggere la pressione per vincere un grande giro? Che cosa è cambiato secondo te?
«Secondo me era solamente una questione di tempo. I colombiani come tanti altri corridori di altri paesi sono molto forti di base, il problema grosso che c’era un tempo in Colombia però era che tutte le corse finivano in salita ed erano caratterizzate da percorsi molto duri, di conseguenza i ragazzi si preoccupavano esclusivamente di essere competitivi su quel terreno. Pian piano però si è sviluppato sempre più anche il ciclismo su pista ed è proprio da lì che è venuto fuori un grandissimo atleta come Fernando Gaviria. Inoltre abbiamo avuto anche un campione del mondo a cronometro, ovvero Santiago Botero, e quindi sono convinto che in futuro avremo ancora tanti altri atleti che non sono solamente validi in salita ma che sono capaci anche di andar forte in pianura, in modo da avere ancora una generazione di atleti molto forte. Il nostro problema è che, trovandoci dall’altra parte del mondo, per noi è difficile emergere e metterci in mostra e non tutti purtroppo hanno l’opportunità di venire a gareggiare qui in Europa. Secondo me però le squadre dovrebbero continuare ad osservare con ancora più attenzione il movimento colombiano, perché vi sono corridori fortissimi».

Quindi è sicuramente anche grazie a questi fattori che voi ora riuscite a disimpegnarvi meglio anche nelle classiche e tu stesso ti sei trovato abbastanza bene nella Tirreno-Adriatico appena conclusa anche in una tappa impegnativa come quella che arrivava a Fermo, piena di strappi e dove era molto difficile restare davanti. Rispetto ad esempio alla tappa del Terminillo dove c’era la salita secca nel finale ti sei trovato subito bene.
«Se devo dirti la verità mi sono sentito molto meglio nella tappa di Fermo con i muri rispetto al Terminillo che prevedeva una lunga salita nel finale, anche se sinceramente non so darti una motivazione vera e propria. Ho pensato che era una tappa dura, difficile, in cui non bisognava mollare perché c’è stato un momento in cui eravamo tutti al gancio, a tutta e davanti c’erano ancora diversi corridori. A volte sono anche queste situazioni che possono farti saltare di testa, perché pensi che sei a tutta e vedi che ci sono ancora tanti corridori lì davanti. Però mi sono trovato nelle posizioni d’avanguardia, controllavo sempre in che posizione erano gli altri corridori più forti e mi sono sentito bene. Sono riuscito ad arrivare davanti assieme a loro e sono stato felice di questo».

Proprio in merito a questa considerazione: tu pensi principalmente di diventare un corridore da gare a tappe oppure magari di divenire un corridore capace di essere protagonista anche nelle classiche, come possono essere quelle delle Ardenne (Liegi, Freccia Vallone) oppure un mondiale o un’Olimpiade, come già accaduto ai tuoi connazionali Sergio Henao e Rigoberto Urán?
«Onestamente non lo so ancora. Ho solo 20 anni e questa Tirreno-Adriatico ha rappresentato la mia prima gara World Tour. Il fatto che io abbia fatto bene in questa gara non significa automaticamente che io voglia diventare un corridore capace di vincere un mondiale o un’olimpiade, occorre essere realisti. Voglio fare bene, essere un corridore forte ma devo ancora imparare tantissimo: migliorare nella preparazione, nell’alimentazione, a stare perfettamente a mio agio in gruppo, come affrontare una cronometro nella maniera migliore. Insomma occorre lasciarmi ancora un po’ di tempo per poter crescere e poi potremo valutare che tipo di corridore posso essere».

Invece i tuoi programmi futuri cosa prevedono? Hai saltato la Milano-Sanremo per ripresentarti al via alla Settimana Coppi & Bartali?
«Si, ora trascorrerò qualche giorno di riposo qui in Italia e poi disputerò la Coppi & Bartali, quindi gareggerò al Giro dell’Appennino e al Tour of the Alps. Ci tengo a fare bene in queste corse, le ho già disputate lo scorso anno e mi sono piaciute tantissimo!».

Concludiamo quest’intervista con questa domanda: come hai visto pedalare Nairo Quintana durante i giorni della Tirreno-Adriatico? Ti sembra che abbia ancora dei margini in vista del Giro d’Italia a livello di preparazione?
«Secondo me Nairo può ancora migliorare tantissimo. Lui ha già detto di non essere ancora al 100% però comunque è riuscito a portare a casa la Tirreno-Adriatico. Sono convinto che al Giro d’Italia potrà fare benissimo».
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