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Nell’ultima recita Boonen non passa inosservato

Le pagelle della Parigi-Roubaix: Tommeke ci prova ma non è al top. Van Avermaet completa una primavera da urlo

Greg Van Avermaet – 10
L’essere riuscito a mettere una pezza su una corsa che sembrava pregiudicata in maniera prematura è stato il primo mattoncino con il quale il belga ha costruito la sua prima vittoria in una classica monumento. Greg Va – prima a terra, ed è costretto a inseguire a lungo, con tanti chilometri ancora da percorrere. Riesce a rientrare, e da lì non ne sbaglia una, mostrandosi sempre attento sulle azioni altrui, pur non palesando in realtà mai una gamba stratosferica. Si dimostra più sveglio di tutti invece quando si infila nell’azione che decide la corsa, lì sì che Greg Va – per davvero, sulla scia di uno sfortunato Sagan, che poi fora, mentre rimangono dietro Boonen e Degenkolb. Ha inoltre la fortuna di avere dalla sua un Daniel Oss stratosferico, che gli permette di stare bello coperto mentre i suoi compagni di fuga tirano. Nel momento di metterci del suo sgasa forte, non riesce a staccarsi dalla ruota Stybar e Langeveld, ma il modo in cui spadroneggia in volata, sverniciando il ceco, che pur era riuscito a sorprenderlo, evidenzia una forza nettamente superiore ai rivali. Nel 2017: Omloop Het Nieuwsblad, E3 Harelbeke, Gand-Wevelgem e Parigi-Roubaix. Il re del nord.

Daniel Oss – 9
Quanto della vittoria di Greg van Avermaet è merito di Daniel Oss? Tanto, tantissimo. Il trentino non solo si lancia all’attacco, in compagnia di Jesper Stuyven, nella classica fuga da lontano, sobbarcandosi quella solita mole di lavoro che per chiunque altro non sarebbe per niente ordinaria, ma si fa trovare più che pronto più avanti, quando si avvicinano da dietro i nomi che poi si andranno a giocare la corsa, compreso il suo capitano. Aspettare e tirare sarebbe la cosa più facile da fare, non per Oss, che prende invece il coraggio a due mani e decide di mangiarsi un bel po’ di polvere totalmente da solo, permettendo a GVA di restare bello coperto. Non contento, nel momento del ricongiungimento coi suoi diretti inseguitori, col gruppo dei migliori dietro che nutre ancora qualche piccola speranza di riacciffuarli, si mette a tirare e lo tiene a bada. Un’ultima sgasata sul Carrefour de l’Arbre e poi è finalmente il momento di riposarsi. Fino alla prossima corsa ovviamente.

Tom Boonen – 6,5
Forse più cuore che gambe per l’ultima recita di Tom Boonen nella corsa da lui più amata, quella che avrebbe desiderato vincere per la quinta volta, superando tutti nella storia. Si deve accontentare di averla affrontata col piglio dei giorni buoni, forse spendendo anche di più rispetto ai tempi in cui poteva permettersi di triturare tutti nei settori più impegnativi, per poi andarsene da solo o imporsi allo sprint. Il Boonen di oggi è romantico, non riesce proprio a non mettersi in testa ogni volta che l’asfalto lascia spazio alle pietre, facendo danni, ma mai nette selezioni. E’ un corridore che forse sente di non essere in grado di raggiungere l’agognato traguardo, e allora si spende in ogni modo, anche quando è chiaro che i cinque uomini davanti non li riprenderanno mai, per lasciare una traccia nella sua ultima Roubaix, pur non avendone bisogno, perché il suo nome è già storia.

Zdenek Stybar – 8
Eguaglia il ceco il suo miglior risultato nella regina delle classiche: secondo nel 2015, dietro John Degenkolb, secondo oggi, dietro Greg Van Avermaet. Decide di correre più di rimessa, facendo corsa parallela con Tom Boonen, spendendo molto meno di lui, e forse per questo capace di cogliere l’azione che decide la corsa. Come sempre mostra sulle pietre uno stile eccellente, trovandosi totalmente a proprio agio, cercando anche la banchina e zigzagando su un fondo stradale che darebbe problemi anche ad un camion con una naturalezza totale. È quanto gli serve per contenere il paio di accelerazioni violente di GVA, non quanto gli basta ad arrivare sul finale con le gambe più esplosive: è comunque bravissimo ad anticipare il belga, riuscendo persino a sorprenderlo, ma ne viene poi sverniciato in maniera inesorabile. Semplicemente, trova qualcuno più forte di lui.

Sebastian Langeveld – 7,5
Vale per l’olandese lo stesso discorso fatto una settimana fa, in occasione del Giro delle Fiandre, per il suo compagno di squadra Dylan van Baarle. Bravissimo a farsi trovare nel posto giusto al momento giusto, lui che comunque alla Roubaix nel biennio 2013-2014 era stato una volta settimo ed una ottavo. Riesce a rimanere con Van Avermaet e Stybar quando i due accelerano sul Carrefour de l’Arbre, mentre Moscon e Stuyven vanno in difficoltà, ed è quanto gli è sufficiente per assicurarsi il podio. Nel finale dei tre è palesemente il più stanco, e non può fare altro che accontentarsi del gradino più basso del podio, un piazzamento per il quale probabilmente alla vigilia della corsa avrebbe volentieri firmato.

Jasper Stuyven – 7
In casa Trek-Segafredo gli vengono affidati i gradi di guastatore, anche se lui avrebbe preferito quelli di cocapitano, ma non per questo si tira indietro quando si tratta di attaccare da lontano, insieme a Daniel Oss. Il trentino però ha decisamente un’altra gamba, e più volte il belga si ritrova in difficoltà quando affronta i tratti in pavé. Quando si ritrova nel gruppo buono si accorge che al suo interno manca John Degenkolb, e deve quindi reinventare la sua corsa, finalizzandola al miglior piazzamento possibile. Le energie spese in precedenza gli impediscono di tenere GVA, Stybar e Langeveld sul Carrefour de l’Arbre, rimane quindi con Moscon, e con lui riesce a farsi sotto ai tre proprio a pochi metri dall’arrivo. La volata però ristabilisce le gerarchie, alla fine è quarto, un piazzamento più che onorevole per una gara corsa all’attacco.

Gianni Moscon – 9
23 anni il 20 aprile, alla sua seconda Parigi-Roubaix Moscon si piazza quinto, dietro gente con nove anni più di lui (i primi tre) e quello che potrebbe essere un fratello maggiore (Stuyven ne farà 25 il 17 aprile prossimo). Soprattutto lo fa al termine di una corsa condotta col piglio di chi ha già esperienza in saccoccia: ancora sfortunato Luke Rowe (s.v.), invisibile Ian Stannard (4), si carica sulle spalle le ambizioni del Team Sky, non proprio una squadretta, e dimostra tutte le sue qualità non solo atletiche, ma anche tattiche, mostrandosi sempre vigile e in grado di stare coi migliori, affondando anche il colpo di pedale quando necessario. Prova anche con coraggio il colpo a sorpresa, quando nel velodromo lui e Stuyven raggiungono i tre davanti, ma le gambe gli dicono di no. È lui il futuro dell’Italia nelle classiche del nord.

John Degenkolb – 6
Per lunghi tratti il capitano della Trek-Segafredo si mostra come il più lucido ed il più attento della corsa. Attacca Boonen? Degenkolb c’è. Ci prova Sagan? Francobollato. Nell’alternarsi degli attacchi del belga e dello slovacco c’è una costante, l’inquietante presenza del tedesco, che non se ne perde uno e soprattutto non spende mezzo watt più del necessario. Sembra in controllo totale, pronto per provare a replicare la vittoria dell’edizione del 2015, e invece non ci va nemmeno vicino. Si addormenta su un unico attacco, ed è quello che decide la corsa, quando Sagan crea la frattura nel gruppo, i cui primi componenti raggiungono i fuggitivi Oss e Stuyven, mentre gli altri rimangono fuori dalla lotta per la vittoria, il fino a quel momento perfetto Degenkolb compreso. Un po’ per colpa sua, un po’ per sfiga, perché comunque perdersi una singola azione può capitare. Non esibisce in realtà poi, quando Boonen prova in maniera velleitaria il ricongiungimento, chissà quale gamba, è lì alla sua ruota ma di più non sembra poter fare, ma evidentemente gli mancano già le motivazioni, e per lo stesso motivo forse nemmeno mette tutto nello sprint che gli affibbia un incolore decimo posto.

Peter Sagan – 5,5
Sempre presente nell’avanguardia del gruppo, sembra che Sagan sia in totale controllo di una corsa che aspetta di spaccare nel momento buono. I primi dubbi riguardo la sua effettiva capacità di farlo iniziano a venire quando si produce in un paio di affondi quando ancora si è piuttosto lontani dall’arrivo, veementi ma forse intempestivi, che nulla producono. Paradossalmente è la sua azione meno convinta, un andarsene quasi alla chetichella, a segnarla: accelera in un tratto tutto sommato poco impegnativo, sorprendendo i rivali, più che staccandoli, e selezionando i più attenti, più che i più forti. Sfortuna vuole che fori di lì a poco, ed è lì che finisce la sua corsa, quando forse i buoi sono già scappati, ma ci sarebbe ancora modo di cogliere un più che onorevole piazzamento. E invece vediamo un Sagan in nettà difficoltà sul pavè, a testimonianza di un feeling forse non ancora idilliaco (il suo migliore piazzamento rimane il sesto posto del 2014), o forse, più semplicemente, di una giornata storta, nella sorte e nelle gambe.

Alexander Kristoff – 5
L’aveva dichiarato con molta onestà nel suo momento di carriera migliore, quando nel 2015 veniva fuori da una Tre Giorni di La Panne, da un Giro delle Fiandre ed uno Scheldeprijs vinti dominando, che le pietre della Parigi-Roubaix gli risultavano un po’ indigeste (fu decimo in quell’occasione); l’aveva ribadito l’anno scorso; e quest’anno, pur non parlando, ha confermato la sua affermazione con una prestazione largamente insufficiente. Alexander Kristoff sul pavè sconnesso ha problemi, che gli impediscono di essere al livello dei migliori quando il gioco si fa duro. Il cuore ce l’ha messo, facendosi vedere davanti, spalleggiato da un Tony Martin volitivo ma inefficace (5,5) ma è scomparso nelle fasi calde della battaglia. Anche sfortunato il duo Katusha: una foratura per entrambi (per il norvegese poco prima di Arenberg, costringendolo ad un inseguimento prematuro), con lo scandinavo che aggiunge una caduta a Camphin-en-Pévéle che lo costringe al ritiro. Avrà tempo e modo per riprovarci, ma la sensazione è che quello tra il norvegese e la regina delle classiche sia un amore che difficilmente sboccerà.