Aru in azione © Bettiniphoto
Aru in azione © Bettiniphoto

Fabio, è ancora presto per rinunciare al Giro

Ciao Fabio,
È da tre anni ormai che ti studio attentamente in corsa e non, leggendo le interviste, guardandoti in Tv. Quando sei emerso come atleta, sono rimasto molto affascinato e incuriosito da tante cose: ad esempio, dal tono fermo col quale Totò Commesso, uno dei tuoi Ds da dilettante, a più di un mese del Giro d’Italia 2014 ti indicava come il più credibile rivale per Nairo Quintana, nonostante avessi tutto da dimostrare, o dall’entusiasmo col quale Olivano Locatelli, solito nel trovare almeno un difetto o un proprio merito negli atleti più forti passati dalle sue mani, ammetteva all’indomani di Montecampione di aver avuto l’unico merito di lanciarti, il resto lo avrebbe fatto madre natura e la tua testa. 

Già, la testa. Era la cosa che mi aveva affascinato di più. Non la tenacia, non l’azione in salita, ma la testa, la determinazione di chi si ferma soltanto quando alza le braccia. Allora, e solo allora, come è accaduto in altre occasioni, Fabio Aru può sciogliersi e dar sfogo ad un pianto liberatorio. Ma prima è una macchina, totalmente mentalizzata sull’obiettivo e su come conseguirlo. 

L’ammirazione per questo aspetto di Fabio Aru (emerso al massimo in quella che reputo la tua più grande impresa sportiva, la “difesa” nella Pinzolo-Aprica del Giro 2015 dove sembravi ad un passo dal perdere vagonate di minuti in una giornata no, e invece riuscisti a salvare il salvabile chiudendo poi il Giro con un lusinghiero secondo posto) a lungo andare ha lasciato il passo a un senso di turbamento. È difficile da spiegare, ma è come se il lato umano di Fabio Aru non esistesse. Non è così, non può essere così, ma a differenza di molti tuoi colleghi, quel frangente nel quale l’atleta si rilassa semplicemente non si vede, neanche quando sei stato in Tv da Fazio, per dire. Come se anche lì, il pensiero del Tour de France dell’anno successivo non ti abbandonasse.

Quella sgradevole sensazione è cresciuta col tempo, osservando i tuoi calendari e le tue corse. Ed ha raggiunto l’apice nella giornata ieri, con l’annuncio dell’abdicazione al Giro d’Italia a seguito di un infortunio al ginocchio. Un infortunio serio, che pregiudica irrimediabilmente la preparazione al Giro, è fuori da ogni dubbio: ma non ne pregiudica la partecipazione, non ad un mese di distanza, almeno. Per un altro atleta ed un altro Giro si sorvolerebbe , non in questo caso: perché il Giro, per una delle rare volte, parte dalla tua terra, la Sardegna, della quale sei il più alto riferimento sportivo in questo momento. E nel ciclismo, indubbiamente l’unico e insostituibile.

La domanda che ti faccio è: perché rinunciare a priori (e probabilmente per sempre: parliamo della Sardegna, non di Varese o Treviso) a questa soddisfazione, a questo bagno di folla? Perché non fare di tutto per esserci, anche a mezzo servizio? Che male ci sarebbe nel vedere un Fabio Aru che corre il Giro senza pensare alla classifica, magari con un diverso obiettivo (la maglia blu, ad esempio), che corra senza dover essere necessariamente il faro della corsa? Non sarà mica quell’ossessione di voler essere vincente a tutti i costi a farti temporeggiare? Fosse così, staresti prendendo una china pericolosa, non solo per la tua carriera. L’ambizione può diventare chimera, e la chimera è un male che ti divora, che ti allontana dai tifosi, che ti isola. 

Io sono convinto, e i risultati finora lo confermano, che tu abbia un grande talento, ancora tutto da apprezzare e da scoprire. Ma le vie per raffinarlo sono tante, e non passano necessariamente da un GT da vincere: l’Olimpiade che hai corso a Rio è un utile esempio. Occorre anche saper trasformare le proprie disavventure in occasioni (sai chi lo faceva spesso? Marco Pantani) e questa del Giro, francamente, è un’occasione persa. O meglio, lo sarà, se non cambi idea al più presto.

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