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Sprazzi d’azzurro nel luglio francese

Fabio Aru e Damiano Caruso © Bettiniphoto

Fabio Aru tiene alto il tricolore, ma al Tour de France anche Bettiol e Caruso si mettono in mostra. Il bilancio della spedizione italiana alla Grande Boucle

L’Italia non torna a casa a mani vuote dal Tour de France. Certo, non abbiamo dominato come accadde nel 2014 con Vincenzo Nibali e non abbiamo nemmeno conquistato sette tappe come nel 1999 ma non possiamo neanche dire che sia stata una Grande Boucle totalmente negativa per i 18 corridori azzurri al via.

Fabio Aru può puntare sempre più in alto
Da Düsseldorf si partiva con una speranza, quella di Fabio Aru, maturata nel mese di giugno quando dopo aver disputato un buon giro del Delfinato, terminato al quinto posto, ha vinto il Campionato Italiano. Ciò che aveva sorpreso tutti ad Ivrea non è stata la vittoria in sé, visto che era il favorito numero uno, ma il modo con cui l’aveva ottenuta. Dal tricolore il ragazzo di Villacidro era uscito con una forma fisica e mentale eccezionale, come dichiarato anche dal suo direttore sportivo Giuseppe Martinelli, un Fabio Aru così non lo si era mai visto. Il che faceva ben sperare per la corsa francese.

La prima conferma è arrivata nella quinta tappa, la quale presentava il primo arrivo in quota a La Planche des Belles Filles. Il sardo quando mancavano poco di due chilometri alla conclusione è scattato dal gruppo maglia gialla, tirato come al solito dal Team Sky, ed è andato a cogliere il suo primo successo di tappa al Tour. Con questa vittoria è entrato a far parte dei corridori che sono stati in grado di vincere in tutti e tre i grandi giri. Ebbene sì, anche Fabio ci è riuscito. Il primo tassello, per entrare in questo gruppo di corridori, lo aveva messo nel 2014 quando vinse la quindicesima tappa del Giro d’Italia. Il secondo invece è arrivato sempre nella medesima stagione quando alla Vuelta ha vinto sul traguardo del Santuario de San Miguel de Aralar. E poi siamo arrivati al presente con questa vittoria. Un successo di tappa che ha permesso al sardo di ottenere maggiore fiducia nei propri mezzi per continuare a sognare in grande.

Grazie alla vittoria in cima ad un gran premio della montagna di prima categoria è diventato il leader della maglia a pois. Maglia a pois che è stata sulle spalle per tre tappe. L’apice di questo suo Tour però è arrivato a Peyragudes quando ha indossato la sua prima maglia gialla. In Italia solo Felice Gimondi, Francesco Moser e Vincenzo Nibali erano riusciti ad indossare nella loro carriera il simbolo del primato in tutti e tre grandi giri: e da quel 13 luglio anche Fabio Aru è entrato a far parte di questo gruppo. Una maglia gialla che ha indossato solo per due giorni perché sul traguardo di Rodez, un buco nell’ultimo chilometro ha fatto perdere al sardo ben 25″ a vantaggio di Christopher Froome che ha conquistato il simbolo del primato e lo ha portato fin sul traguardo di Parigi.

Da questo momento il Tour di Fabio si è trasformato da un paradiso ad un inferno. Proprio la sera di Peyragudes sono arrivati i primi problemi respiratori che si sono tramutati presto in una bronchite da curare con gli antibiotici. Per il sardo l’ultima settimana è stata un calvario. Aveva preparato da due mesi i tapponi alpini con Galibier e Izoard perché sapeva che su quelle salite avrebbe potuto far la differenza, ma la bronchite ha frenato ogni velleità di attacco da parte del sardo che ha dovuto correre in difensiva. Con grande grinta ha stretto i denti ed riuscito a perdere solo 1’30” nelle uniche due tappe alpine ma ormai per lui i giochi di lottare per il podio erano finiti.

A Parigi è arrivato quinto a 3’05” da Froome, riscattando il tredicesimo posto maturato la passata stagione, ma il suo obiettivo era un altro e senza la bronchita forse l’avrebbe potuto raggiungere. Aru è felice per quello che ha fatto, e fa bene ad esserlo, ma in lui c’è quella amarezza di chi avrebbe potuto compiere un’impresa. Difficile affermare ora che la prossima stagione prenderà parte al Tour de France disertando per un’altra stagione la corsa rosa ma quel che è certo è che prima o poi tornerà alla Grande Boucle per vincere perché lui sì può veramente trionfare al Tour come solo Bottecchia, Coppi, Bartali, Nencini, Gimondi, Pantani e Nibali sono riusciti a conquistarlo tra i corridori italiani. E lui vuole entrare anche in questa élite.

Sonny Colbrelli e Diego Ulissi: la tappa non arriva
Vincenzo Nibali al Giro d’Italia è stato l’unico italiano ad imporsi in una tappa. Fabio Aru al Tour de France è stato l’unico ad imporsi in una tappa. Il bilancio per i corridori del nostro paese è il peggiore della storia per quanto concerne i successi di tappa nei due grandi giri più importanti al mondo. Mai in più di cent’anni di storia gli italiani hanno vinto solo due tappe tra Giro e Tour, statistica è impietosa. In Francia ci hanno provato Diego Ulissi e Sonny Colbrelli, entrambi erano alla loro prima partecipazione alla corsa francese.

Sulle strade di Francia hanno capito quanto sia complicato avere la meglio in una frazione del Tour. Ulissi nella prima settimana è sembrato molto insicuro perché faticava ad interpretare in maniera corretta la corsa. Con il passare delle tappe però si è trovato sempre di più a suo agio ed ha sfiorato il successo nella quindicesima frazione. Il bresciano Colbrelli si è sempre buttato negli sprint senza mai riuscire a far meglio del sesto posto, anche causa della mancanza di compagni di squadra che lo potessero pilotare nelle prime posizioni del gruppo. Carattere e determinazione non sono mancati al corridore della Bahrain-Merida che forse in alcune occasioni ha speso energie al traguardo volante che gli sarebbero state più ultimi nel finale. Sia per Ulissi che per Colbrelli esperienze che serviranno a partire dalle prossime stagioni per provare a conquistare quella tappa che è mancata quest’anno.

Alberto Bettiol, che bel corridore!
Colbrelli ed Ulissi avevano programmato sin da quest’inverno di partecipare al Tour, discorso diverso invece per un altro corridore nostrano. Stiamo parlando di Alberto Bettiol: per l’alfiere della Cannondale-Drapac è stato un sogno che si avverato aver potuto essere al via da Düsseldorf. L’ordine d’arrivo della terza tappa è il seguente: Sagan, Matthews, Martin, Van Avermaet. E poi leggi Alberto Bettiol, migliore italiano sul traguardo di Longwy. Solamente i grandi corridori del ciclismo mondiale sono riuscito a precederlo. Non male per un debuttante sulle strade francesi.

Quello che però ha suscitato ancor più stupore sono state le sue dichiarazioni al termine della tappa: «Ho dato tutto ed è stato un peccato non fare meglio, volevo regalare un fiorellino alla mia ragazza. Sono motivatissimo, non sono mai andato così forte e non sono mai stato così magro. Non vedo l’ora che arrivi domani per iniziare una nuova tappa. Darò tutto in questo Tour che mi gasa tantissimo». Dalle sue parole è emerso che è un corridore che non teme nulla e nessuno, senza alcun dubbio è un corridore tenace e senza paura di confrontarsi e battersi con i grandi. Il piazzamento non è stato poi migliorato, ma Bettiol si è fatto vedere in fuga in un paio di occasioni e all’occorrenza (soprattutto nella tappa di Foix) ha lavorato per il suo capitano Rigoberto Urán.

Caruso e Cimolai hanno dovuto ridisegnare il proprio Tour
In corsa, si sa, tutto può succedere. Quello che un corridore non vorrebbe mai che capitasse è ritirarsi dopo tutti i sacrifici che ha dovuto compiere per essere al via di un appuntamento che aveva preparato da mesi e mesi. In questa edizione del Tour molti hanno lasciato la compagnia nella prima settimana, tra di essi spiccano i nomi di Arnaud Démare e Richie Porte Al momento del ritiro dello sprint della FDJ e dello scalatore della BMC, Davide Cimolai e Damiano Caruso hanno dovuto rivedere i propri piani per questo Tour de France.

Il primo si è lanciato negli sprint ed ha ottenuto un sesto posto a Pau ed un settimo a Parigi. Il secondo si è giocato le proprie carte in chiave classifica generale ed ha terminato il Tour in undicesima posizione a 14’48” da Christopher Froome. I risultati sono abbastanza in linea con quanto mostrato in passato da Cimolai e Caruso, ma non c’è dubbio che il cambiamento di ruolo in corsa può aver tolto loro qualcosa. Entrambi hanno dimostrato comunque di essere pedine importante per le loro squadre che, quando hanno la possibilità di giocarsi le proprie carte, non si fanno trovare impreparati.

Tra gli altri un elogio particolare a Daniele Bennati
Gli altri azzurri in gara non hanno brillato per i risultati individuali, ma si sono comunque messi al servizio delle rispettive squadre. In casa Quick-Step Floors Fabio Sabatini e Matteo Trentin, fino a quando è stato in corsa, sono stati vagoni preziosi del treno che ha pilotato Marcel Kittel a cinque vittorie in volata; stesso ruolo per Jacopo Guarnieri che poi ha scortato il suo capitano Arnaud Démare per tutta la nona tappa quando il francese ha vissuto un vero e proprio calvario ed entrambi sono finiti fuori tempo massimo. In volata ci ha provato anche il debuttante Andrea Pasqualon: il vicentino è arrivato a Parigi, ma non è arrivata la top10 di tappa (11° a Liegi) che sperava.

Sfortunati Dario Cataldo, Fabio Felline e Manuele Mori che sono stati costretti ad alzare bandiera bianca per cadute e problemi fisici vari senza poter dare una mano ai rispettivi capitani nelle tappe chiave di questo Tour de France. Nella Quick-Step Floors c’era anche Gianluca Brambilla che ha sia lavorato per Daniel Martin sia ha provato ad andare in fuga alla ricerca di gloria personale, senza però risultare mai particolarmente concreto. Tanti tentativi di fuga e tanto vento preso in faccia anche per Alessandro De Marchi (BMC) che, perso il capitano Richie Porte, ha comunque saputo farsi valere. Tra gli UAE Team Emirates tanto lavoro per Matteo Bono e Marco Marcato, il primo più all’interno del gruppo in supporto ai capitani, il secondo spesso all’attacco alla ricerca della fuga buona.

Un encomio particolare se lo merita Daniele Bennati. L’aretino, nato velocista, si è poi trasformato nella sua carriera un uomo squadra essenziale. Tutti i direttori sportivi farebbero i salti di gioia per avere nel proprio organico un corridore come l’azzurro. Non è solo in grado di tenere protetto il proprio capitano nei momenti clou delle tappe (vedi la giornata dei ventagli) e quando c’è da lottare per un successo personale non si tira di certo indietro. Nell’ultima settimana ha cercato in tutti i modi di ottenere un successo, a dieci anni di distanza dalla sua ultima vittoria sulle strade francesi, ma non è riuscito a portare a termine il suo obiettivo. Tuttavia ha messo in luce ancora una volta la sua voglia di essere protagonista che a trentasei anni in lui è più forte che prima.

Mattia Spreafico: