David Lappartient pochi momenti dopo la sua elezione a presidente dell'UCI © UCI
David Lappartient pochi momenti dopo la sua elezione a presidente dell'UCI © UCI

Brian, l’UCI non ti Lappartient più

Nelle elezioni per la presidenza UCI il francese sbaraglia il leader uscente Cookson. Ennesima presenza in consiglio per Di Rocco

Il 186° congresso dell’Unione Ciclistica Internazionale era molto atteso, in quanto avrebbe eletto il nuovo massimo dirigente per il prossimo quadriennio. A sfidarsi l’uscente e il suo vicepresidente, mai particolarmente amatisi. Se alla vigilia la competizione doveva essere assai tirata, nel silenzio dell’urna elettorale la realtà è stata radicalmente differente. Dopo tre leader appartenenti all’area anglosassone (come mentalità), ad Aigle torna a sedersi nella poltrona più ambita un dirigente scafatissimo per quanto giovane anagraficamente, che ha ottenuto un risultato plebiscitario, segno della chiusura di una pagina e dell’apertura di un nuovo capitolo nel mondo delle due ruote.

Nel programma del vincitore, consultabile a questo link, si possono rintracciare i punti che gli hanno permesso di vincere. Temi come “rafforzare il ciclismo basandosi sulle radici”, “valutare la possibilità di vendere collettivamente i diritti televisivi”, “inquadrare il budget delle squadre”, rafforzare la presenza delle federazioni nazionali” sono e saranno i punti forti del suo quadriennio. Felici gli organizzatori (ASO in testa, con Prudhomme entusiasta del cambio), le squadre e soprattutto le federazioni europee, di cui il neopresidente era la guida fino ad oggi.

Trovano spazio anche alcuni argomenti rivoluzionari come “esternalizzare i processi di sanzione antidoping”, “richiedere la proibizione dei corticoidi”, “proibire le scommesse in live betting”, “sviluppare un programma mondiale di scuola di bici” e “organizzare ogni quattro anni un campionato del mondo unico per tutte le discipline”. Nel caso tutto questo venisse realizzato, nel 2021 staremmo parlando di uno sport nuovo.

Quattro nuovi membri, vicina quota 190
Per quanto riguarda le altre tematiche, il Congresso si è aperto con il bilancio tracciato del presidente uscente. Grande attenzione è stata posta sulla lotta al doping, con la possibilità, espressa da Cookson, «che ora esistano le condizioni migliori affinché a vincere sia l’atleta migliore, senza alcun tipo di trucchi». Il britannico ha poi parlato del rientro della Madison e dell’ingresso del BMX Freestyle nel programma olimpico di Tokyo 2020 e della crescita del ciclismo femminile, tema di cui ha dichiarato di essere particolarmente orgoglioso. Vi è stata anche l’occasione per accogliere quattro nuove federazioni nazionali all’interno dell’UCI: si tratta di Anguilla, Curaçao, Guinea Bissau e Sint Maarten. Il numero di paesi membri del ciclismo internazionale tocca ora quota 189 stati .

Nella lunga, e burocratese al massimo, relazione del segretario generale Martin Gibbs, sono stati elencati i traguardi raggiunti e gli accorgimenti adottati, così come è stato confermata la realizzazione di un nuovo Centro Mondiale del Ciclismo. Ad affiancarsi a quello già esistente di Aigle ve ne sarà uno in Cina, rientrante nel maxiaccordo stipulato un anno fa con il colosso Wanda Sport. Si è quindi passati alla votazione, per alzata di mano, sul bilancio, approvato senza riserve. Altri momenti che hanno anticipato il clou sono state le enunciazioni delle decisioni prese dal Consiglio Direttivo in merito di assegnazioni dei mondiali e dei riconoscimenti di merito. Momenti pleonastici, va detto.

La proposta di Cookson: attacco al passato e forte rivendicazione dei propri risultati
L’atmosfera si è scaldata poco dopo le 11, quando il presidente della commissione etica Bernard Foucher ha provvisoriamente preso la presidenza dei lavori, invitando i due candidati a pronunciare l’ultimo appello prima del voto. Per entrambi 15′ a disposizione. Ad iniziare è stato Brian Cookson, che ha iniziato a parlare (per 5′ buoni…) della propria infanzia e della carriera precedente all’elezione avvenuta a Firenze 2013.

Dopo questo lungo cappello introduttivo l’architetto britannico ha tirato fuori una grinta verbale sinora mai mostrata, attaccando chiaramente e direttamente le a lui precedenti presidenze. «Dopo il disastro del passato, nessuno avrebbe pensato a far riportare l’UCI al vertice delle federazioni mondiali. Io ci sono riuscito», con una grandeur francese, per proseguire con l’elogio alle politiche antidoping e alla globalizzazione del ciclismo, promettendo alle federazioni minori (Africa e Asia) di aumentare ancora l’aiuto nei loro confronti. Applausi, pochini. Un primo segnale.

La proposta di Lappartient: qualche frecciata a Cookson e un diverso approccio
Tocca quindi a Lappartient, che decide di parlare con il suo più che stentato inglese. Anch’egli ricorda la lunghissima esperienza dirigenziale, sportiva e non: il francese è, attualmente, infatti sindaco del comune bretone di Sarzeau, consigliere dipartimentale del Morbihan e presidente dell’Unione ciclistica europea. In passato vanta anche la presidenza della federazione ciclistica francese, la presidenza dell’intercomunalità de la Presqu’île de Rhuys e la vicepresidenza della stessa UCI.

Anch’egli inizia ricordando i passati successi in seno alla federazione francese: «Quando sono stato eletto eravamo la sedicesima nazione nel ranking UCI. L’ho lasciata al primo posto». Mette in evidenza i punti chiave della candidatura, come il maggior supporto alle federazioni nazionali e l’aumento di centri mondiali di sviluppo, rispetto all’unico (cinese) proposto dall’avversario. E all’albionico non risparmia di certo stilettate: particolarmente rumorosa quella relativa alla trasparenza. «Con me passeremo da un’apparente trasparenza a una trasparenza vera, nei fatti». Per quanto riguarda il ciclismo professionistico, tema a lui caro e su cui Cookson ha oggettivamente prodotto poche idee e ben confuse, Lappartient non esclude l’adozione di un sistema più aperto, a livello di team e di corse. Manna dal cielo per i paesi della Vecchia Europa. Al termine del suo discorso, gli applausi sono ben più scroscianti. Un secondo segnale.

Cookson isolato, Lappartient coccolato: se le impressioni valgono…
Si arriva così alla votazione, effettuata a scrutinio segreto. Particolarmente divertente l’appello iniziale di Foucher, che ricorda ai delegati che è vietato effettuare foto del voto. «Se volete scattare foto, andate fuori dalla sala e riprendete i bellissimi paesaggi di Bergen», la sua chiosa finale. Nell’attesa che tutti i 45 delegati (15 dall’Europa, 9 a testa per Africa, America, Asia e 3 per l’Oceania), i due sfidanti sono rimasti seduti alle loro posizioni.

E qui si è verificato il terzo e decisivo momento per capire come si sarebbe indirizzata la votazione. Se Lappartient ha ricevuto diverse strette di mano e pacche sulle spalle, Cookson è rimasto di fatto isolato: emblematico un segmento di 5′ in cui solo un delegato africano è andato a parlare, brevemente, col britannico. Tre posti più in là, davanti a Lappartient, capannello di quattro persone intente a sorridere.

Votazione bulgara per Lappartient, esulta anche Di Rocco
A pronunciare il risultato è stato, ovviamente, il presidente pro tempore dell’assemblea Foucher. L’esito è stato clamorosamente, fragorosamente, inaspettatamente a senso unico: 37 voti per Lappartient, solo 8 per Cookson. Stando alle indiscrezioni, il britannico ha ottenuto 5 voti dall’Asia, 2 dall’Oceania e 1 dall’Africa. America e Europa compatte per David Lappartient, che diventa il terzo presidente francese dopo Léon Breton (1922-1936) e Achille Joinard (1947-1957). A soli 44 anni, per altro. Più giovane di lui nella storia il solo Émile De Beukelaer, presidente della neonata UCI nel lontano 1900 a 35 anni appena compiuti.

Il neoeletto undicesimo presidente dell’UCI ha voluto ringraziare quanti hanno creduto in lui e quanto lo hanno votato, proseguendo con le tradizionali frasi di rito. Da segnalare anche una vittoria italiana: è infatti nostrano il primo membro andato a congratularsi con Lappartient. Si tratta ovviamente di Renato Di Rocco, presidente della FCI e sponsor del collega transalpino. Ai microfoni il dirigente abruzzese ha definito il battuto come un cattivo presidente che non è stato capace di organizzare al meglio l’UCI, elementi che sicuramente cambieranno con il neoarrivato. Parole già sentite, esattamente quattro anni fa.

Il bilancio dell’esperienza Cookson: persona di qualità, presidenza poco coraggiosa
C’è anche il ringraziamento per il presidente uscente Brian Cookson, che termina così il suo mandato dopo soli quattro anni in maniera netta, unico nel Dopoguerra a fermarsi ad un solo mandato. Fallimento su tutta la linea per il britannico, che alla vigilia si mostrava più che ottimista di ottenere il rinnovo del mandato.

Il bilancio del suo lavoro è ambivalente. Oltre alla statura morale della persona, ben diversa dagli immediati precedessori (proprio il famigerato McQuaid è uno dei più felici per la sua sconfitta: un altro è Johan Bruyneel, che lo ha invitato a tornarsene nel suo Lancashire e a dilettarsi nel giardinaggio, seguito con un tweet simile da Lance Armstrong), è indubbio che dal punto di vista del doping (o dell’antidoping), la sua UCI si è normalizzata rispetto alla gestione neerlandese-irlandese che tanti disastri aveva creato allo sport intero.

Diversi, però, i punti deboli. Innanzitutto il rapporto con organizzatori e team, mai decollato. Inoltre il poco coraggio con il ciclismo femminile: è stato creato il World Tour, a danno però di corse già esistenti. La sua globalizzazione non si è discostata tanto da quella tragica dell’era McQuaid: Cina e ricchi paesi del Golfo sono stati i partner privilegiati, a scapito di Africa e SudAmerica, a cui ha fatto qualche promessa solo in campagna elettorale. Nella seconda parte di mandato non vi è stato quel tanto atteso cambio di passo, e questo ha pesato.

Le elezioni del Consiglio: niente donne e niente emiro del (e della) Bahrain
Si è quindi poi passati alla votazione per il Consiglio Direttivo: 1 eletto a testa per Africa, Americhe, Asia e Oceania, mentre ben 7 per l’Europa. Qui i voti validi sono stati 43, in quanto 2 non sono stati ritenuti validi. Conferma per il rappresentante africano, ossia il marocchino Mohammed Ben el Mahi, il quale ha ottenuto 34 voti contro i 9 dello sfidante delle Seychelles Lucas Wallis Georges. Cambio della guardia in Asia, con il malese Amarjit Singh Singh vincitore con 31 voti, ben più dei 7 ottenuti dall’indonesiano Raja Sapta Oktohari e i soli 4 del bahrainita Khalid Hamad Al Khalifa, che altri non è che il fondatore della Bahrain Merida.

Sorpresa in Oceania dove il neozelandese Tony Mitchell sconfigge per 29 a 14 l’australiana Leanne Grantham, unica donna candidata. Nelle Americhe riconferma per gli Stati Uniti, ma cambio di persona: esce Mike Plant, entra Bob Stapleton, ex team manager della HTC-Columbia e attuale capo di US Cycling. Con 33 voti ha avuto la meglio sul colombiano Jorge Ovidio Gonzáles e sul venezuelano Artemio Leonett, rispettivamente depositari di 7 e 3 voti. Ritirato prima della votazione Trevor Baylry, rappresentante di St. Vincent e Grenadines.

In Europa c’è ancora Di Rocco. Saluto amaro per Cookson
Sette, come detto, i posti per l’Europa. Ciascun elettore (non l’abbiamo ancora detto, per l’Italia la responsabilità è per la vicepresidente FCI Daniela Isetti) poteva indicare fino a 7 preferenze. Situazione secondo le attese: con 42 voti rieletto il portoghese Artur Lopes, con 41 nuovo mandato anche per il nostrano Renato Di Rocco e per il potentissimo russo Igor Makarov. New entry la Spagna con José Luis López Cerrón, che ha ottenuto 39 voti. A quota 36 ingresso per il tedesco Toni Kirsch e ritorno per il belga Tom Van Damme. Settimo e ultimo posto per un altro già presente, ossia il norvegese Harald Hansen. Lontanissimi gli altri: il ceco Marian Stetina, che pure faceva parte del vecchio consiglio, ha ottenuto 11 voti. 10 a testa per il turco Eruf Kukucbakirci e per l’estone Madis Lepajoe (Estonia).

Prima del rompete le righe, ultimo atto della sua esperienza dirigenziale, Brian Cookson ha rivolto un breve saluto finale nel quale ha mostrato la propria amarezza, dicendosi molto deluso per l’esito ma accettando il risultato. Durante il discorso il britannico è stato interrotto dai delegati e dai membri del Consiglio che gli hanno riservato un lungo applauso sfociato in standing ovation. Dopo la pugnalata, neppure alle spalle, scena ben oltre il surrealismo. Ma tanto stiamo parlando di politica sportiva, per cui, perché sorprenderci?

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