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Focus su Lappartient e su quel che potrà fare

David Lappartient, nuovo presidente dell'UCI © Bettiniphoto

Approfondiamo la figura del nuovo presidente UCI, dalle sue inclinazioni al suo programma politico

La recente vittoria di David Lappartient, quarantaquattrenne francese già presidente UEC (Unione Ciclistica Europea), alle elezioni per la presidenza UCI ha fatto storcere il naso a più di qualcuno tra addetti ai lavori e appassionati (anche qui su Cicloweb [1]). Perché è un persona che, al contrario dei suoi predecessori, ha dei buoni rapporti con ASO, società la quale, tra le altre corse, organizza il Tour de France e questo potrebbe portare a un conflitto di interessi molto pesante.

Perché ha presentato un programma in alcuni punti poco chiaro, a tratti confusionario, con dei paragrafi inseriti quasi solo per far colpo sugli elettori; ad esempio uno intitolato: “Rendere l’UCI una federazione internazionale forte e ascoltata”, seguito poi da due sottoparagrafi: “Rafforzare la capacità d’influenza dell’UCI” e “Rispettare e mettere in atto gli impegni presi” spiegati brevemente e in modo sbrigativo in neanche una pagina in cui su otto punti presentati due forse possono essere considerati concetti limpidi e condivisibili.

E anche perché ha ricevuto l’endorsement di persone che per anni hanno fatto il male di questo sport come Johan Bruyneel o, ancora peggio, l’ex presidente UCI Pat McQuaid, uno il cui nome a momenti mette paura solo a sentirlo nominare.

D’altro canto però ci sono anche dei buoni motivi per cui si può quantomeno provare a dare fiducia a questo nuovo presidente. Innanzitutto partiamo col dire che lui ha preso le distanze da Pat McQuaid, rifiutando la proposta di insignirlo del titolo di presidente onorario e dichiarando sostanzialmente che l’irlandese non avrà alcun ruolo nell’UCI che verrà.

 

Il personaggio Lappartient, politico a tutto tondo
Dopodiché scendiamo un po’ più nel dettaglio per conoscere meglio il personaggio Lappartient, la sua storia politica e le sue numerose idee tra le quali ce ne sono alcune che, se realizzate, potrebbero apportare dei vantaggi anche al nostro movimento. Intanto parliamo di un politico di soli 44 anni, ma con tantissima esperienza alle spalle, due mandati da presidente della federciclismo francese, due mandati da presidente UEC e altri incarichi nella politica non sportiva. Sicuramente questo da un lato è indice prima di tutto di una grande abilità a muoversi in quel mare di squali che è la politica (sportiva e non), d’altro canto però vuol dire anche che Lappartient è uno il quale durante i propri mandati tende a realizzare buona parte di quello che promette, e a farlo anche in modo efficace, altrimenti difficilmente avrebbe ricevuto così tanta fiducia.

Il caso del ciclismo francese è eloquente, Lappartient divenne presidente della federciclismo francese quando quest’ultima era al sedicesimo posto nel ranking UCI per nazioni e l’ha lasciata al primo posto. Se poi andiamo a vedere più da vicino la situazione del ciclismo francese nel 2009 non è troppo diversa da quella del ciclismo globale attuale che pian piano si sta riprendendo dopo un triennio da incubo quale il 2012-2013-2014 che aveva visto la chiusura di svariate squadre (Euskaltel, Vacansoleil, Sojasun, Acqua&Sapone ecc…) e corse.

Il movimento francese alla fine dello scorso decennio stava iniziando la sua risalita, il 2009 è l’anno dei grandi trionfi francesi a livello giovanile con Sicard, Pinot e Geniez; e in questo contesto Lappartient ha saputo inserirsi e trasformare questo tentativo di rinascita in una nuova belle époque del movimento transalpino, concentrandosi peraltro non solo sul ciclismo su strada, ma un po’ su tutti i settori delle due ruote, forte di una programmazione lungimirante e mirata. Basta entrare, ad esempio, sul sito della FFC per trovare un programma quinquiennale in PDF di 35 pagine riguardante lo sviluppo del ciclismo francese stilato nel 2015 sotto la presidenza di Lappartient. Per fare un paragone: nel sito FCI al massimo trovate il codice etico.

 

Un presidente UCI più tradizionalista? Forse non è un male
Una gestione simile dell’UCI, incentrata su presente e futuro, in questo momento in cui stiamo assistendo alla riscoperta della categoria Professional sia a livello di squadre (tante le Continental che hanno fatto richiesta di salire di livello) che di corse, a un ritrovato interesse nei confronti della pista e a una progressiva crescita del ciclismo femminile, potrebbe portare frutti decisamente migliori rispetto a quella di Cookson che spesso ha dato l’impressione di essere troppo focalizzata sul ciclismo su strada categoria uomini élite World Tour.

Lappartient oltretutto ha una mentalità più “europeista” rispetto ai suoi ultimi predecessori, è contrario al concetto estremo di globalizzazione messo in atto prima da McQuaid e poi da Cookson, i quali pur di favorire le nuove corse cinesi o mediorientali non si sono fatti scrupoli a danneggiare il ciclismo europeo e, in particolare, quello italiano. Addirittura nei pre-calendari 2018, stilati sotto presidenza Cookson, alcune corse italiane di categoria HC erano state messe in contemporanea con la settimana mondiale in modo da non dover sovrapporre Il Lombardia al Giro di Turchia.

Con un presidente più tradizionalista, che punta a una globalizzazione sostenibile, peraltro mirata non solo a favorire paesi ricchi come Qatar, Cina o Turchia (si era parlato addirittura di organizzare un Mondiale in Africa), queste situazioni non dovrebbero più presentarsi e le nostre corse minori dovrebbero poter trovare un po’ più di stabilità. E se è vero che per il Giro avere un presidente UCI francese vuol dire dover tenere sempre gli occhi bene aperti, per il resto del movimento non è certo una brutta notizia.

Il ciclismo italiano e il ciclismo francese sono simili in moltissimi aspetti, delle politiche che puntino alla salvaguardia e alla valorizzazione delle corse minori, che già sono state accennate dallo stesso Lappartient e da uno dei suoi maggiori sostenitori, ovvero Marc Madiot, tornerebbero utilissime anche a noi. È certamente vero che le nostre corse HC, .1 e .2 prese singolarmente, per quanto sia brutto da dire, contano poco, ma l’insieme è vitale per il ciclismo italiano.

Avere una forte categoria Professional e una forte categoria Continental (ad oggi quasi inesistente in Italia) ci permetterebbe di creare quel tramite che oggi manca tra le categorie giovanili e il World Tour per garantire ai nostri corridori uno sviluppo migliore e in linea con quello degli U23 degli altri paesi europei. E con le politiche di Cookson, che addirittura disincentivavano gli investimenti in tutto ciò che non è WT, non sarebbe mai stato possibile pensare a una cosa del genere.

 

Lappartient e il World Tour: altre novità verranno
Va aggiunto inoltre a quanto scritto sopra che Lappartient è totalmente contrario al concetto attuale di World Tour. Lui è dell’idea, condivisibile, che corse come i tre grandi giri e le classiche monumento debbano essere poste su un piano diverso rispetto al resto, ma che altre come l’Abu Dhabi Tour o le classiche canadesi non meritino lo status di cui godono. Durante la conferenza UEC di marzo proponeva di sostituire il World Tour con un sistema piramidale, simile a quello della FFC, suddiviso in: grandi giri, classiche e corse a tappe; con dei requisisti minimi ovviamente per far parte delle divisioni più importanti, ma promozioni e retrocessioni basate anche sul merito.

Una riforma del World Tour, totalmente opposta a quella recente, sarebbe una buonissima notizia per il nostro ciclismo. Troppo spesso le nostre corse sono state danneggiate dal dover fronteggiare gare che potevano fare leva su uno status superiore, è il caso, ad esempio, delle nostre semiclassiche estive che sono state costrette a migrare a settembre (quelle che non hanno chiuso ovviamente) perché il confronto con Giro di Polonia e BinckBank Tour era diventato insostenibile. Tornare a misurarsi alla pari con gran parte dei competitor sarebbe una manna dal cielo per le HC e .1 italiane, oltretutto potrebbe invogliare qualcuno a investire sulle corse nostrane sapendo che richiamare nomi di grido sarebbe un po’ più facile senza la concorrenza di corse World Tour.

 

Sulla carta, un programma vincente per tutti
Un altro buon motivo per avere un po’ di fiducia in Lappartient è l’aumento di centralità che promette di dare alle federazioni nazionali. Le precedenti gestioni UCI sono spesso state distanti dalle federazioni nazionali, prendendo quasi sempre le decisioni da sé e non interessandosi mai a ciò che facevano i vari organi in questione. Il maggiore coinvolgimento di esse che promette Lappartient durante il suo mandato è sicuramente una cosa positiva, come potrebbe rivelarsi un’ottima idea quella di stilare un ranking proprio relativo alle federazioni stesse, che ci permetterebbe di vedere pubblicamente chi lavora bene e chi no, e potrebbe “costringere” più di qualcuno a fare qualcosa di veramente concreto per il proprio movimento (FCI, parliamo anche con te).

Anche la maggior attenzione che Lappartient assicura di dare al cosiddetto doping tecnologico (e non solo a quello in realtà) è un incentivo a essere un po’ meno pessimisti. Parliamoci chiaro, ad oggi i motorini nelle biciclette sono un po’ come il mostro di Loch Ness, tutti ne parlano, ma nessuno è mai stato trovato ad averne uno nelle gare riservate ai professionisti. Tuttavia i controlli ridicoli introdotti negli ultimi anni contribuivano a favorire la cultura del sospetto che da troppo tempo sta danneggiando questo sport, una maggior chiarezza da questo punto di vista eviterebbe di dover puntalmente assistere ogni tot mesi al classico j’accuse al corridore vincente di turno che comporta solo tanta pubblicità negativa al nostro sport.

Infine è positivo il fatto che Lappartient voglia dare maggior risalto anche al ciclismo femminile e alle altre specialità. Per troppo tempo si è sottovalutato tutto quello che non riguarda gli uomini professionisti su strada, ma il ciclismo è molto altro e Lappartient da questo punto di vista almeno sembra avere le idee chiare sul fatto che le altre categorie vadano valorizzate. Per quanto concerne il ciclismo femminile sicuramente fa delle proposte interessanti, come rinforzare la copertura dei media nelle varie corse e rivedere la strutturazione della squadre. L’introduzione del Women’s World Tour da parte di Cookson è stata senz’altro un’ottima novità per le donne, ma è come se il lavoro fosse stato lasciato a metà dal britannico.

L’idea di sviluppare una politica di impianti sportivi e para-sportivi, poi, è sicuramente affascinante. Dopodiché va detto che al momento queste sono proposte per lo più solo abbozzate, ancora un po’ confuse, anche rivedibili in certi punti. La speranza ovviamente è che queste cose Lappartient non si limiti a scriverle su un pezzo di carta, ma che trovi poi il modo di concretizzarle.

 

Con Lappartient si chiude l’era anglosassone dell’UCI
Al termine di quest’analisi possiamo notare come Lappartient sia un personaggio a livello ideologico molto diverso dai suoi predecessori, ha una mentalità più tradizionalista (non a caso, viene da uno dei paesi di quella che possiamo definire la culla del ciclismo), per molte cose totalmente agli antipodi rispetto a quella anglosassone di McQuaid e Cookson. Lo scetticismo c’è, inutile girarci intorno, dovuto anche a un po’ di paura del nuovo visto questo suo essere totalmente diverso rispetto a ciò a cui eravamo abituati.

Cookson doveva essere il messia dopo l’era del terrore del duo Verbruggen-McQuaid, sicuramente si è dimostrato una persona di tutt’altra caratura morale rispetto ai predecessori, però per molte cose si è limitato a seguire la strada già tracciata da chi è venuto prima di lui, facendo storcere il naso a più di qualcuno. Lappartient promette di essere sicuramente più rivoluzionario e speriamo che alla fine si concentri sui punti forti del suo programma e si dimostri una persona totalmente imparziale in grado di mettere gli interessi del ciclismo al primo posto. Per il ciclismo, sarebbe infine un bene il non dover esultare nuovamente alla caduta di un presidente UCI come fatto con McQuaid prima e Cookson poi.