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Scolpito nella storia, tracciato nel futuro

Il Muro di Sormano © tistimavo.blogspot.it

Il Lombardia è l’ultimo grande appuntamento di stagione: fra percorso mutevole e nomi a sorpresa, la Classica delle foglie morte regala spettacolo

Nata nel 1905, da un’idea di Tullo Morgagni, padre anche di Giro d’Italia e Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia è la terza classica monumento più antica dopo Liège-Bastogne-Liège e Paris-Roubaix. Da sempre svoltasi sul finire dalla stagione, spaziando tra gli ultimi giorni di settembre e le prime settimane di novembre, la Classica delle foglie morte, così chiamata proprio per la sua collocazione in calendario, ha come propria caratteristica peculiare il percorso mutevole, con sede di partenza e arrivo che, a partire dal 1960, sono cambiate a più ripetizioni. In netta controtendenza rispetto a quanto capita nella altre quattro grandi prove del ciclismo, dove raramente si vedono cambiamenti radicali nell’itinerario di gara (in epoca recente solo al Giro delle Fiandre con lo spostamento del traguardo da Meerbeke a Oudenaarde nel 2012).

Ghisallo e Sormano, qui si è scritta la grande la storia del ciclismo
Proprio per questo motivo le salite teatro delle fasi calde della corsa sono state molteplici. Ve ne è però una che si erge a vero e proprio simbolo della Classica delle foglie morte: il Ghisallo, un’ascesa, situata in provincia di Como, lunga una decina di km con un primo tratto con pendenze costanti tra l’8 e il 9%, poi tre km in cui spiana e per finire un altro km e mezzo attorno al 10%. In cima vi si trova una chiesa dedicata alla omonima Madonna, proclamata protettrice universale dei ciclisti da Papa Pio XII nel 1949. Presente nel percorso sin dalle prime edizioni, il Ghisallo è stato teatro delle imprese di alcuni dei grandissimi di questo sport come Alfredo Binda, Gino Bartali e Fausto Coppi. Negli anni molti corridori hanno lasciato dei cimeli al Santuario, la sovrabbondanza di essi ha portato, nel 2006, alla nascita di un vero e proprio museo del ciclismo in cima al mitico valico.

Tra le altre salite simbolo del Giro di Lombardia spiccano in particolar modo il San Fermo della Battaglia e il Muro di Sormano. La prima, meglio conosciuta come Valfresca, è stata spesso presente in occasione degli arrivi a Como nel dopoguerra, in epoca recente tra il 2004 e il 2010, in occasione delle molteplici vittorie di Damiano Cunego, Philippe Gilbert e Paolo Bettini che proprio sul San Fermo si involò nel 2006 quando, in maglia iridata, vinse la centesima edizione della prova dedicandola al fratello Sauro, scomparso pochi giorni prima in un tragico incidente stradale.

Completamente diversa invece è la storia del Muro di Sormano, introdotto nel 1960 dallo storico patron Vincenzo Torriani e tolto dopo l’edizione del 1962 per ricomparire solo nel 2012. Nonostante sia stato affrontato pochissime volte tuttavia è entrato lo stesso nella storia del Lombardia per via delle sue incredibili pendenze, che toccano il 24%. Nelle prime apparizioni molti corridori erano costretti a scendere dalla bici per farlo poiché i rapporti usati molti non risultavano essere abbastanza corti per permetter loro di rimanere in sella su un’erta così ardua.

Quanti outsider nell’albo d’oro: da Mollo a Zaugg, da Landi a Bobrik
Per via della posizione in calendario, che fa sì che i corridori arrivino alla corsa abbastanza stanchi dopo stagioni lunghe e faticose, il Giro di Lombardia si presta, di tanto in tanto, a vittorie di outsider poco conosciuti al grande pubblico. È il caso, nel 1935, dell’allora ventiduenne Enrico Mollo, che scattò sul Ghisallo e si involò verso il traguardo sfruttando la non collaborazione nel gruppo inseguitore comprendente tra gli altri Gino Bartali e Aldo Bini. Mollo successivamente mostrò che la vittoria di quel giorno non fu solo frutto di una giornata di grazia ottenendo, tra gli altri risultati, un terzo e un secondo posto rispettivamente al Giro d’Italia del 1937 e del 1940.

Gli anni 50 furono il decennio delle sorprese nella Classica delle foglie morte, si aprirono con la vittoria in volata, nell’edizione del 1950, del venticinquenne Renzo Soldani, già vincitore di alcune semiclassiche italiane, contro nientemeno che Fausto Coppi. Nel 1953 all’ultima curva il vigile designato a segnalare la strada da prendere alle ammiraglie ebbe un’esitazione: i corridori si lasciarono trarre in inganno e seguirono la macchina dell’organizzazione che girò a sinistra, ma l’arrivo era a destra. Il più lesto ad accorgersene, tale Bruno Landi, che si trovava in fondo al plotoncino di testa, ne approfittò per mettere il gruppo nel sacco e involarsi verso il traguardo, dove poco dopo arrivò un furioso Fiorenzo Magni indignato per l’errore che gli aveva tolto la possibilità di giocarsi la corsa.

Nel 1955 fu la volta del ventiquattrenne Cleto Maule, che evase dal gruppo di Coppi in discesa, riprese un pugno di fuggitivi, tra cui era presenta anche Angelo Conterno, futuro vincitore di una Vuelta, e li regolò in volata. Infine nel 1957 il ventiduenne Diego Ronchini, vincitore solo due anni prima del Piccolo Giro di Lombardia, andò in fuga con Aurelio Cestari e Bruno Monti e riuscì a spuntarla superando proprio quest’ultimo allo sprint nei cinquanta metri finali, dopo aver sfruttato a lungo negli ultimi km il lavoro dei colleghi rifiutandosi di dare dei cambi.

In epoca recente tra le vittorie più sorprendenti si ricordano quelle di Vladislav Bobrik e Gianni Faresin nel biennio 1994-1995. Il primo, in compagnia di Claudio Chiappucci, riprese proprio negli ultimi 500 metri lo svizzero Pascal Richard e beffò allo sprint sia l’italiano che l’elvetico. Il vicentino riuscì a rimanere per tutta la corsa con Michele Bartoli e Daniele Nardello, sorprendendoli con uno scatto negli ultimi due km e sfruttando il mancato accordo tra i due rivali.

Infine come non citare la recentissima vittoria di Oliver Zaugg, svizzero di Lachen, che nell’allora inedito percorso con arrivo a Lecco sulla salita di Villa Vergano, l’ultima in programma quel giorno, scattò cogliendo di sorpresa i grandi favoriti e involandosi verso la prima e ultima vittoria della sua carriera. A chi toccherà, quest’anno, l’esultanza sul Lungolario?