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Cicloproiezioni: American Flyers

Kevin Costner in una scena di American Flyers © TomRowan.co.uk

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema: partiamo da un classico degli anni ’80 con un giovane Kevin Costner

Lo sport agonistico è sempre stato rappresentato nel cinema, con la boxe a recitare la parte del leone. Da un lato metafora assoluta della vita, fra pugni dati e presi, vittorie e sconfitte, dall’altro più facile da rendere sullo schermo rispetto ad altre discipline. Di certo sono più semplici le riprese e di due soli antagonisti in uno spazio (il ring) relativamente piccolo, che non muovere decine di persone su campi di cento metri.

Ma pure calcio, basket, football americano, hockey, baseball, atletica, motori, hanno le loro pellicole di culto, pur se con risultati alterni dal punto di vista della resa cinematografica. Realizzare questi film di genere porta con sé sempre parecchi rischi e incognite, e nella maggior parte dei casi costi non indifferenti, e questo probabilmente scoraggia a volte le produzioni. Anche il ciclismo, nel suo piccolo, può in ogni caso vantare alcuni interessanti tentativi di trasposizione.

Qui intendiamo naturalmente il ciclismo agonistico, competitivo, mentre la bicicletta come oggetto e mezzo di locomozione è presente in numerosissime occasioni. In particolare vogliamo concentrarci su quello che, qualunque sia lo sport, è l’aspetto che più prende l’appassionato quando si mette a guardare un film sportivo: la rappresentazione fedele della gara.

E il ciclismo per sua natura (strade aperte, tanti atleti, azioni di corsa non sempre di comprensione immediata per chi non è dell’ambiente) non è facilissimo da rendere fedelmente. Alcune opere ci riescono meglio e altre peggio, con risultati a volte risibili che, pur apprezzando lo sforzo produttivo, proveremo a sottolineare in questa rubrica.

Spaziando da Hollywood all’Europa, dall’India all’animazione nipponica, presenteremo quelle pellicole che (al contrario delle commedie che scelgono in principio di non essere verosimili) vorrebbero rappresentare lo sport in maniera realistica, ma non sempre ci riescono.

Senza mai dimenticare come il ciclismo sia sempre stato amato nel cinema, a ogni latitudine:

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American Flyers è del 1985, e probabilmente non sarà ricordato come il miglior film sul ciclismo. Ma fra i protagonisti annovera un non ancora famoso Kevin Costner e questo gli ha consentito svariati passaggi televisivi nel decennio successivo. Quindi non si va lontano dalla verità affermando che sia il prodotto hollywoodiano sul ciclismo più trasmesso, almeno qui da noi.

Siamo in pieni anni Ottanta, e i film americani a tematica sportiva non possono fare a meno di prendere posizione sulla guerra fredda. Così, anche se il dualismo con il villain sovietico occupa una parte tutto sommato relativa della trama – e non si tratta nemmeno dell’antagonista principale dei due fratelli protagonisti, che è yankee al cento per cento – l’immagine iniziale ci ricorda qual è il punto focale del discorso:

Del resto siamo nello stesso anno in cui esce al cinema Rocky IV, e perché American Flyers (tradotto dalla distribuzione italiana in Il vincitore) dovrebbe essere diverso? La pellicola è dunque tutta figlia del suo tempo, con una spolverata di ideologia su una base narrativa che cerca di barcamenarsi fra comedy e drama, estetica da videoclip e colonna sonora rock e tastiere. Nonostante un budget non misero e un product placement intenso, e la regia di un ottimo mestierante come John Badham (La febbre del sabato sera, Tuono blu, Wargames, Corto circuito, Due nel mirino), il film non riscosse particolare successo né di pubblico né di critica. Non aiutò la causa una trama piuttosto sgangherata, ma le immagini di corsa risultano parecchio realistiche rispetto ad altri prodotti analoghi, anche perché furono riprese durante una edizione della Coors Classic, vera e discretamente importante gare a tappe dell’epoca (la vinse anche Hinault, tanto per dire).

Il protagonista della storia è David, un ragazzo che vive in simbiosi con la sua bici da corsa, tanto da muovercisi persino in casa – e ovviamente cadendo quando cerca di rispondere al telefono. Vive con la madre, ha abbandonato gli studi, e insomma sembra non abbia voglia di combinare molto nella vita.

Ma le cose cambiano quando Marcus (Kevin Costner), il fratello maggiore, li va a trovare. Qui scopriamo che fra il figlio più grande e la madre ci sono forti dissapori, che in realtà non sembrano più gravi dei classici scazzi di qualsiasi famiglia, ma per tutta la durata del film rimangono incombenti e mai completamente spiegati.

La madre dei ragazzi è preoccupata che David – che soffre di emicranie, vertigini, ha perso peso – possa avere lo stesso problema che ha ucciso il padre, un aneurisma celebrale. Marcus, che è un medico sportivo, decide allora di portarlo con sé per fargli fare tutti gli esami necessari.

Così ci ritroviamo tutti in Wisconsin, nell’appartamentino di Marcus che sarà pure un medico ma si capisce subito qual è la sua vera grande passione, come testimonia questo poster di Fignon attaccato al frigo:

David si aggira per la casa e si sofferma su un altro poster che, se volete vedere Kevin Costner in maglia 7-Eleven, è questo:

L’altro corridore ancora non lo conosciamo, ma lo ritroveremo presto nella storia.

I due fratelli escono in bici e Marcus ha una curiosa tecnica per allenarsi col fuori soglia: quando arrivano nei pressi di una fattoria fischia a un pitbull che parte subito al loro inseguimento per azzannarli. Diciamo che la teoria dei marginal gains era ancora abbastanza grezza, verso la metà anni ottanta. Un elemento classico dei film dell’epoca è però l’ammiccamento soft in chiave erotica, ma purtroppo fra biciclette, malattie potenzialmente mortali, crisi familiari, non sembra esserci terreno per mostrare gente poco vestita. Però gli sceneggiatori sgamati sanno trasformare quella che a parole è una facoltà di medicina dello sport in una palestra alla moda con uomini e donne coperti da pochi centimetri di tessuto. Per la cronaca, quella a sinistra nella foto è la fidanzata di Marcus, anche lei medico sportivo. Non so voi, ma io il laboratorio di Conconi me lo immagino un po’ diverso.

Dopo aver fatto i test e aver scoperto che David è sano come un pesce, i nostri eroi decidono di spostarsi in Colorado per andare a gareggiare alla famosa Hell of the West. Lungo la strada raccolgono una autostoppista carina, perché va bene i corpi unti in palestra, ma bisogna sempre trovare il modo di far vedere un paio di tette:

Ma in Colorado sta andando anche Barry Muzzin con il suo team 7-Eleven. Barry è quello che avevamo visto nel poster nell’appartamento di Marcus: è il suo grande rivale nonché campione uscente della Hell of the West, soprannominato senza timore di ridicolo “il cannibale”. Incidentalmente la fidanzata di Marcus è anche la ex moglie di Barry. Probabilmente lo ha lasciato perché troppo tamarro:

Abbiamo superato da un po’ la boa di metà film, quando finalmente inizia la corsa. Sulla linea di partenza vediamo i vari concorrenti, e fa il suo ingresso il team sovietico guidato dal campione olimpico di Mosca, Sergei Belov. Il campione comunista sfoggia un ciuffo cotonato poco in linea con l’ortodossia sovietica ma curiosamente coincidente con il profilo del casco:

Il doppio antagonista rischia di incasinare non poco l’afflato nazionalistico dell’opera, anche perché Belov porge la mano a Barry, e quello con sprezzo gli dà una banana, mostrando allo spettatore chi è il più cattivo dei due.

Per compensare c’è Eddy Merckx che dà il via alla prima tappa.

Come detto le immagini di gara sono state in larga parte realizzate durante la Coors Classic, dove il vero Cannibale fece una volta da starter.

Dal canto suo Belov non vuole essere da meno di Ivan Drago, e con il suo fisico da culturista e la barba da filosofo esistenzialista ci fa capire che la moda dei ciclisti anoressici non ha mai varcato la cortina di ferro:

Per motivi regolamentari poco chiari, solo i primi 48 classificati della prima frazione potranno accedere alle successive due tappe, e se Marcus è forte e sfida i migliori, David lotta nelle posizioni di rincalzo. “David sei cinquantaduesimo, pedala più forte!” strilla l’ex autostoppista, ormai promossa sul campo a direttore sportivo.

Marcus però fora, e la fidanzata si prodiga nel cambio ruota mentre lui bello comodo le grida di sbrigarsi, in qualcosa che probabilmente si avvicina parecchio al sogno erotico di tanti ciclisti amatoriali. Comunque è qui che si vede la professionalità del medico sportivo:

Marcus in ogni caso riesce a rientrare sui primi, mentre si avvicina il traguardo – uno strappetto spezzagambe degno della Vuelta. Indovinate chi si presenta sul rettilineo finale a giocarsi la tappa?

Lo sprint è tiratissimo e Marcus porta a casa il successo parziale per una manciata di centimetri. Barry la prende ovviamente malissimo. Una giornalista che cerca di intervistarlo dopo il traguardo viene presa a male parole, ma soprattutto il nostro antieroe si lancia in una filippica nella quale accusa i politici per il boicottaggio olimpico che gli ha impedito di coronare il lavoro di quattro anni. Se dal punto di vista di un atleta il concetto non è certo sbagliato, è piuttosto curioso che venga pronunciato in maniera così esplicita in un film narrativamente schierato in periodo di guerra fredda.

Barry dunque per protesta non sale sul podio, dove Marcus veste la maglia di leader e Belov sembra un giovane Bud Spencer:

Ma la tappa per David non è finita. Sullo strappo si sta giocando l’ultimo posto utile, quando un avversario lo fa cadere durante la volata. Si rialza, ma la ruota è danneggiata. Allora non resta che mettersi la bici in spalla, più regolamentare di Froome sul Ventoux e spiritato come Dorando Pietri:

La sera ci si va a riposare in un alberghetto e David festeggia i suoi 2’11” di distacco nella generale facendo robe con la ex autostoppista.

La mattina successiva i due fratelli si svegliano presto per andare a visionare il percorso della seconda tappa. Marcus ne approfitta per spiegare a David le basi della tattica ciclistica: essendo indietro in classifica e sconosciuto ai più, se attacca da lontano nessuno farà caso a lui, e potrà raccogliere gli abbuoni lungo la strada. Infatti per sempre più ignoti motivi regolamentari – tranne l’esigenza narrativa di far rientrare in classifica David – solo in questa frazione ci sono quattro traguardi volanti con 30″ ciascuno di premio, quando nelle altre tappe gli abbuoni non sono contemplati nemmeno all’arrivo.

David esegue il piano studiato al mattino e va in fuga, e se Barry all’inizio si mostra tanto per cambiare sprezzante, con l’andare avanti della corsa capisce che lui e i suoi della 7-Eleven si devono mettere in testa per ridurre il distacco.

Le riprese di gara si confermano buone e realistiche, anche quando abbiamo gli attori e non la vera Coors Classic:

Sembra tutto sotto controllo quando Marcus comincia a perdere sangue dall’orecchio e poi dal naso, oltre ad accusare vertigini e sbandamenti. Capiamo che non è il fratello più giovane ad avere la stessa malattia del padre, ma lui.

La scena che segue vuole essere la più drammatica del film, ma risulta perlomeno incongrua. Marcus pare prossimo a perdere i sensi e sbanda da un lato all’altro della strada, costeggiando il bordo strada che dà direttamente su un burrone delle Montagne Rocciose. Il nostro è comunque ancora abbastanza lucido per cercare di aggrapparsi al furgoncino della sua squadra, eppure non pensa alla cosa più semplice – tirare i freni – né qualcuno del suo team glielo suggerisce. Questo però è plausibile se consideriamo che, delle due sul furgoncino, fino a pochi giorni prima una era un’autostoppista hippie, mentre l’altra ungeva di olio canforato i culturisti in un molto presunto dipartimento di medicina dello sport.

Alla fine Marcus si salva ma è una di quelle cose che se hai dietro la motoripresa è squalifica sicura per traino prolungato:

Mentre il fratello lotta contro i danni cerebrali, David si è pappato tutti gli abbuoni lungo la strada, ma il gruppo tirato da 7-Eleven e sovietici lo risucchia ai duecento metri dal traguardo. Probabilmente se non avesse passato la notte a copulare la tappa l’avrebbe portata a casa:

Lo sprint è vinto invece nettamente da Barry, che diventa così anche il nuovo leader della generale.

Ma David è giustamente più preoccupato per la salute del fratello. Per fortuna Marcus stesso è un medico e le sue dotte competenze scientifiche gli permettono di risolvere il grave problema con una terapia all’avanguardia: uno straccio bagnato sulla fronte.

Alla corsa però non si può rinunciare, e se Marcus è ormai fuori gioco, solo 11″ separano David dal primo posto. Così il fratello maggiore prende posto in ammiraglia e il minore punterà a vincere anche in suo nome.

La frazione finale è assai combattuta, Belov attacca per ribaltare la classifica mentre i suoi compagni cercano di rallentare il leader con sporchi trucchi comunisti:

 

Ma Barry è un uomo di mondo e con un pugno al diaframma riesce a sbarazzarsi del gregario sovietico. Così rientra su Belov e solo David riesce a seguire il loro ritmo. A questo punto è proprio il più giovane a lanciare il suo attacco, e il campione olimpico di Mosca cede: la Hell of the West ormai è una corsa a due.

Barry si mostra generoso, dicendo a David che se si mette buono a ruota avrà il secondo posto garantito. Quello fa finta di accucciarsi dietro il leader ma, appena l’altro si rilassa per bere dalla borraccia, attacca. Barry naturalmente si incazza, e per una volta non gli si può dare torto.

Raggiunge David e cerca di buttarlo fuori strada, senza dimenticare che si corre sempre sul ciglio di qualche burrone:

Ma David, ormai sgamato, si libera a sua volta della pressione con un pugno, costringendo l’avversario a rallentare e prendendo vantaggio. Ci ritroviamo così all’improvviso a cinquecento metri dal traguardo, con 11″ da recuperare per il nostro eroe, ricordando che non ci sono abbuoni al traguardo. Ce la farà?

Per forza di cose sì, e il distacco sulla linea d’arrivo sarà giusto di undici secondi e una manciata di centesimi.

E poi più niente, nel senso che il film finisce in circa un minuto di abbracci e promesse di rivincite l’anno successivo, e non sappiamo che ne sarà della malattia di Marcus né tantomeno dei sovietici.

Pur senza riscuotere particolare successo, American Flyers si è guadagnato negli anni uno status di film culto (oltre ad aver ispirato un remake indiano su cui torneremo), tanto che volendo si possono addirittura comprare le magliette replica di team e classifica generale viste nella pellicola.