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Cicloproiezioni: Breaking Away

Dennis Christopher nel film Breaking Away (in Italia "All American Boys") © Amazon

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, seconda puntata: ecco a voi la pietra miliare nota in Italia col titolo All American Boys

Se c’è un film che più di tutti ha fatto conoscere il ciclismo agli americani, questo è Breaking Away, in Italia distribuito con un titolo differente ma curiosamente sempre in inglese, All American Boys.

Siamo nel 1979 e la storia vede protagonisti quattro amici di Bloomington, Indiana, che a un anno dal diploma ancora non hanno deciso cosa fare delle proprie vite. Di estrazione proletaria, per un paio di loro i genitori sognano il college come forma di riscatto sociale, ma tutti e quattro sono consapevoli che sta per finire l’età della spensieratezza.

Come premesse dunque – fra ragazze, scherzi, delusioni d’amore, tuffi nella piscina naturale alla scenografica cava di pietra – siamo nel classico racconto coming of age, e dentro questi confini possiamo pure dire che si tratta di un bel film. La particolarità è la passione di Dave (interpretato da Dennis Christopher) per la bici e tutto quanto sia italiano. Gli amici lo prendono bonariamente in giro quando spiega che non può tuffarsi nella cava con loro perché ha letto che un allenatore italiano dice che non fa bene farsi il bagno dopo essere andati in bici (sicuramente un allenatore zozzone, di quelli che ne incontri tanti quando torni a casa dal lavoro in autobus).

Così Dave pedala verso casa puzzolente, con la coppa appena conquistata, e canticchiando arie d’opera.

“E dire che era sempre stato un bambino normale” commenta una coppia di vicini al suo passaggio.

Dave è talmente dentro la sua passione che usa anche diverse espressioni italiane, che nella versione originale sono semplici “ciao”, “bambini”, “papà”, “mama”, e nel doppiaggio nostrano vengono rese con dialetto e accento veneziani, lasciando perlomeno perplesso lo spettatore.

Ma è soprattutto suo padre che non riesce ad accettare questo suo cambiamento: “Ora fisicamente sta bene” dice alla moglie, “ma gli è partito il cervello”. Del resto chi non sarebbe preoccupato nel sentire il proprio figlio cominciare a usare da un giorno all’altro espressioni come “ciao vecio”, “ciao vecia”, “ciao putei”?

Dave, che ha pure un gatto di nome Fellini, a suo padre che lo invita a combinare qualcosa nella  vita risponde con un “Ma lo sai che c’è anche un Gimondi che canta”?

Pensavate anche voi fosse una cazzata? E invece:

Suo padre non ne può più di queste arie d’opera, va per rimproverare il figlio ma torna indietro dalla moglie senza parole. Evidentemente l’America degli anni settanta ancora non è pronta a vedere uomini che si depilano le gambe. Forse a New York o Los Angeles sì, ma non in America.

“Si fa la barba alle gambe” dice l’uomo sconvolto.

Ma quello familiare in fondo è un conflitto bonario, quasi affettuoso. La differenza generazionale porta a litigare, ma è chiaro che ci si vuole bene.

È arrivato dunque il momento di introdurre nella storia i veri villain: i ragazzi del college. Ricchi, guidano costose auto sportive con a fianco ragazze belle ed eleganti, mentre i nostri eroi hanno le pezze al culo (un paio di loro proprio letteralmente), dividono una macchina scassata con la marmitta che promette di esplodere ogni volta si mette in moto, ed escono con ragazze che sognano di fare le cassiere.

Come se non bastasse gli universitari si sanno pure tuffare con miglior stile alla cava di pietra:

“Gli italiani sono poveri, ma felici” dice Dave, provando a consolare i suoi amici, senza ottenere riscontro, confermando come in ogni tempo e luogo la decrescita felice non sarà mai tanto popolare quanto il denaro.

E qui Mike (interpretato da un giovane Dennis Quaid) replica con una frase che da sola giustifica il premio Oscar per la miglior sceneggiatura a Steve Tesich (fra l’altro lo stesso che pochi anni dopo scriverà American Flyers): “Io a vent’anni sono solo Mike. A trenta sarò solo Mike, a settanta sarò il vecchio Mike. Invece i ragazzi del college non diventeranno mai vecchi o fuori forma, perché ogni anno ne arriveranno di nuovi”.

È in questo contesto che Dave ha l’idea geniale per svoltare un po’ di questa bella vita universitaria: spacciarsi per uno studente italiano.

“Sì, me ciamo Enrico Gimondi”.

Notare l’inconfondibile espressione da tipico diciannovenne col cervello ridotto in marmellata dal desiderio.

In questo modo il nostro fa amicizia con Kathy, una bella ragazza in Vespa, che perde un quaderno all’uscita del campus, e lui la insegue in bici per riportarglielo.

Se nel ragazzo col quadernone in bocca come un cagnetto volete vederci una metafora del rapporto di coppia, è affar vostro e io non l’ho detto.

Il film sinora scorre gradevole, ma è già passata mezz’ora e ancora non si è vista una scena di gara. Ma nessun problema, perché in città arriva il famoso Team Cinzano, arrivano gli italiani.

Chissà con cosa brindano, nella foto:

Così Dave, con la sua Masi Gran Criterium, intensifica gli allenamenti. Il dietro motori ad esempio lo fa incollandosi ai camion sull’interstatale.

Qualche timido dettaglio ci fa intuire quale marchio abbia voluto investire in product placement nella pellicola:

Certo, il nostro eroe passa anche le sue serate andando a fare le serenate a Kathy, mentre i suoi amici scatenano risse con gli universitari. È dura essere atleti di livello se fai la vita del fuorisede.

Dave intanto accetta pure di aiutare il padre nella sua rivendita di macchine usate, senza comunque dimenticare che deve allenarsi per la gara.

Così fa i rulli. Ma sotto la pioggia, che fa più scena:

Siamo ormai a due terzi del film quando finalmente arriva la il giorno della corsa. Che si chiama – chi l’avrebbe mai detto? – Cento Miglia Cinzano.

I concorrenti hanno la stessa aria professionale dei ragazzi italiani che vogliono giocare a football americano in Lo chiamavano Bulldozer.

Tranne ovviamente quelli della Cinzano con le loro divise sciccosissime, che si capisce subito sono organizzati, cattivi e probabilmente pure un po’ stronzi.

Dopo tanta attesa si vede un po’ di corsa. Le tattiche a quel tempo erano sconosciute al ciclismo a stelle e strisce, quindi tutti pancia a terra fin dal primo metro. Quelli della Cinzano, manco a dirlo, si mettono subito in testa e fanno il ritmo.

Piccola curiosità: uno degli attori che interpreta gli italiani è il padre di quel Christian Vande Velde che sarà professionista con Us Postal, Csc e Garmin.

Non fatevi ingannare dal tipo in maglia T-Raleigh alle loro spalle: a parte Dave gli altri sono tutti delle pippe clamorose. Infatti i quattro staccano il resto del gruppo nonostante il percorso piattissimo, e a quel punto decidono di prendersela comoda.

Parlano fra loro in dialetto siciliano, e mentre disquisiscono di granite e arancine Dave rientra.

Lui cerca di spiegare quanto li ammiri, e in cambio viene apostrofato con un “Svignatella, sennò ti piglio a sputazzate”.

Dave, da vero appassionato dell’italianità, ringrazia.

I Cinzano continuano a schernirlo, gli mettono un rapporto più pesante, gli fanno il gesto dell’ombrello, ma Dave non si schioda dal gruppetto di testa.

Certo, devono pensare gli italiani a quel punto, è praticamente impossibile vincere una corsa in un finale quattro contro uno, meglio mettergli la pompa fra le ruote per farlo cadere e andare sul sicuro.

In fondo la scarsa conoscenza della tattica ciclistica è nulla al confronto della presenza della pompa, manco fossimo ai tempi di Bartali e Coppi.

Dave cade e deve ritirarsi. Non si fa particolarmente male, ma capiamo subito che qui finisce la carriera di Enrico Gimondi. Tornato a casa in lacrime, Dave strappa i suoi poster e getta via i suoi trofei. Gli italiani malvagi lo hanno deluso, e così confessa tutto a Kathy, che lo schiaffeggia e corre via.

Suo padre allora capisce che è giunto il momento di mettere da parte le divisioni: racconta al figlio di quando faceva il tagliapietre (come i padri di tutti i suoi amici), e proprio quella cava dove adesso loro vanno a tuffarsi è servita a costruire l’università.

Intanto il rettore del college, dopo i casini fra studenti e indigeni, dice che così non va bene. Aggiunge che se ci si sfida, la competizione deve essere sul campo, e che quindi quest’anno ammetterà una squadra locale alla tradizionale Piccola Indianapolis delle confraternite. La Little 500 è una corsa reale che si disputa all’Indiana University dagli anni cinquanta, e anche lo sceneggiatore Steve Tesich a suo tempo vi partecipò.

Si corre in quattro, in staffetta, ma ci si dà il cambio quando si vuole, quindi il piano dei nostri eroi è semplice: “Dave fa tutti i giri e noi vinciamo!”

Il giovane così ritrova gli stimoli, e torna ad allenarsi assiduamente con una dieta di hamburger e patatine, spizzando le ragazzette, proprio come ci si aspetta da un giovane atleta che in futuro probabilmente diventerà il preparatore atletico di Jan Ullrich.

La Piccola Indianapolis si corre con bici a scatto fisso e su pista di ghiaietta. Con le loro magliette fatte a mano i tagliapietre sono pronti a sfidare gli spocchiosi universitari.

I giri da fare sono duecento, e gli atleti all’inizio procedono compatti, così nell’attesa degli sviluppi ci possiamo gustare pure una bella inquadratura da dentro il gruppo, parecchio in anticipo sulle televisioni europee.

Presto Dave conquista la testa, mentre i suoi compagni di squadra si prodigano soprattutto nell’incitarlo da bordo pista. Gli avversari intanto si esibiscono in cambi volanti. Non nel senso che si fanno i cambi all’americana, no, ci si passa proprio la bici.

Dopo cento giri, cioè a metà gara, anche senza cambi Dave ha ormai distaccato tutti, e gli organizzatori si chiedono se ce la farà a reggere fino al traguardo.

Ma sarebbe troppo semplice se tutto andasse linearmente. Infatti durante un doppiaggio un corridore sbanda, e fa cadere involontariamente il leader della corsa, che batte lo stesso ginocchio dolorante dopo la gara contro i Cinzano.

Quando si dice l’immagine della sofferenza:

Dave non ce la fa a continuare e tocca ai suoi compagni provare a gareggiare. Gli altri purtroppo per lui sono pippe assolute a livello di gambe, mentre stilisticamente fanno rivalutare i partecipanti alla Kobram.

Il ragazzo è comunque colpito dallo sforzo profuso dai compagni scarsi, nonché dalla presenza di suo padre fra gli spettatori, e decide di rimettersi in gioco.

Come un novello Vittorio Alfieri, si fa legare i piedi ai pedali: anche col dolore, non potrà che continuare a pedalare.

Sanguinante, claudicante, sofferente, inverosimile, Dave recupera tutti gli avversari e va a vincere di un soffio all’ultimo giro, come prevede il finale di ogni film del genere che si rispetti.

I ragazzi poveri hanno la loro rivincita, Dave farà il test d’ingresso al college, il film avrà successo di pubblico e critica (candidato all’Oscar come miglior film e miglior regista – Peter Yates – vincendo come detto la statuetta per lo screenplay) e genererà l’anno seguente una serie tv dal medesimo nome (in Italia passata su Rai2 nel 1981 con uno strambo titolo da documentario, L’America in bicicletta).

Il nostro protagonista alla fine diventa un universitario e conosce una studentessa francese, dimostrandosi ormai più interessato ai cugini d’oltralpe. Se in questo volete vederci una metafora del sorpasso del Tour sul Giro, è affar vostro e io non l’ho detto.

Gianluca Colloca :