- Cicloweb - http://www.cicloweb.it -

Vedo e prevedo: 10 corse con il risultato già scritto

Proviamo ad analizzare, in maniera semiseria, come finiranno i grandi appuntamenti del ciclismo nel nuovo anno. Tra possibili conferme e grandi sorprese

Mentre si attende con ansia l’inizio della nuova stagione che vedrà il via ufficialmente con la prima prova World Tour in Australia il 16 gennaio, ci siamo divertiti ad immaginare cosa potrà accadere in dieci corse tra le più importanti del calendario ciclistico 2018.

Strade Bianche: Teuns perfetto, in un pomeriggio di un giorno da lupi
Il maltempo che sta colpendo la Penisola in queste settimane non risparmia il giorno tanto atteso delle Strade Bianche, corsa che ogni anno che passa assume sempre più i connotati della grande classica e che si fregia anche dell’onore di avere al via alcuni tra i migliori interpreti della stagione ciclistica come Nibali, Aru, Quintana, Dumoulin,  Valverde, Kwiatkowski, Sagan, Van Avermaet. Un parterre da serata di gala, insomma. Ma sono proprio lo slovacco campione del mondo e il belga campione olimpico i due grandi assenti dalle fasi calde, mancando per l’ennesima volta l’appuntamento con il successo nella splendida cornice senese, in una corsa che per loro appare quasi stregata. Sagan fora un paio di volte nella prima parte di gara ed è vittima di una caduta approcciando il tratto sterrato di San Martino in Grania, e si ritira non riuscendo a recuperare il gruppo che andrà a giocarsi il successo dalle Sante Marie in avanti. Van Avermaet invece incappa in una proverbiale giornata no a causa di un mal di pancia, scomparendo quasi subito dalla corsa. Negli ultimi 50 km succede di tutto: sulla lunga salita delle Sante Marie va via un gruppetto frazionato dal forcing di un Nibali che non ti aspetti, già brillante e tirato a lucido. Col siciliano restano in pochissimi che a fasi alterne si riuniranno al termine di una discesa resa ancora più pericolosa dal maltempo e lungo la quale si segnalano diverse cadute, dove restano coinvolti tra gli altri Stybar, Keldermann e Battaglin che avevano scollinato insieme ai migliori. Restano così Nibali, Majka, Wellens, Kwiatkowski, Teuns, Urán e Kreuziger che escono dalla polvere e dal fango in testa alla corsa e vanno a giocarsi il successo. Il polacco del Team Sky, vincitore uscente, proverà di nuovo il forcing nello stesso punto in cui lo scorso anno stacco i suoi avversari, ma stavolta senza fortuna e così tra un attacco e l’altro senza esito, a cinque km dalla conclusione di Piazza del Campo, colgono l’attimo buono Dylan Teuns e Urán che si involano per una volata a due che non avrà storia: vince facilmente il belga della BMC, che si consacra dopo la grande estate 2017, cogliendo la vittoria più importante della sua giovane carriera. Secondo l’eterno piazzato Uáan, mentre arrivano uno dietro l’altro i restanti componenti della fuga decisiva, nell’ordine Majka che completa il podio, Kwiatkwoski, Nibali (al suo miglior risultato nella corsa toscana), Kreuziger, Wellens. Da dietro anticipano il gruppo degli inseguitori Trentin, Degenkolb e Moscon che concludono la top ten, pezzi da novanta per le grandi classiche in arrivo.

Milano-Sanremo: Kristoff, che volata! Viviani che beffa!
Dramma sportivo in via Roma a Sanremo per l’arrivo dell’edizione numero 119 della Classicissima; come pochi mesi fa all’Europeo di Herning, il norvegese Alexander Kristoff beffa al fotofinish l’azzurro Elia Viviani, da quest’anno portacolori della Quick Step Floors e mai così vicino al successo di una Classica Monumento. Il ventinovenne veronese giunge a tanto così dal riportare in Italia l’ambito Mondiale di Primavera dopo l’ultimo successo di Pozzato datato 2006. All’annuncio della vittoria dello scandinavo l’olimpionico di Rio scoppierà in lacrime perché, in un primo momento, sembrava che il lungo sprint di Kristoff si fosse ritorto contro il velocista di Oslo, ma il colpo di reni del portacolori del UAE Team Emirates risulta più efficace. Prima dell’epilogo thriller la corsa scivola via nel modo più ordinario possibile: dopo le piogge dei giorni precedenti, sulla Riviera splende il sole, il vento non è un fattore e le temperature primaverili permettono al gruppo di pedalare in relativa tranquillità e sicurezza per oltre 280 km. La solita lunga fuga di giornata con protagonisti Ballerini, Mosca, Ladagnous, il neo-professionista Carboni, Skujins (già presente lo scorso anno) e Marczynski narcotizza quanto basta la corsa. I sei vengono ripresi sulla Cipressa dal tentativo che vede protagonisti Oss, Riabushenko (altro neopro subito brillante tra i grandi) e Valgren. Scollinano assieme, ma è un tentativo velleitario, in quanto vengono raggiunti dal gruppo nel lungo tratto che dalla discesa di Costarainera porta al Poggio. Proprio sulla collina che guarda Sanremo arriva il secondo attacco di Oss, seguito a ruota da Majka che conferma lo stato di grazia di questo inizio di stagione. Il plotone resta a tiro con in testa un brillante Ulissi a mettere in fila tutti e tenere un’andatura costante per il capitano Kristoff. Ripreso il duo Bora, parte il contrattacco di Sagan che come un anno fa prova a staccare di ruota tutti nel tratto finale del Poggio. La differenza però stavolta è minima: scollinano in scia al Campione del Mondo, uno dietro l’altro, Thomas, Colbrelli, Terpstra, Gilbert, Moscon, Benoot, Urán, Bettiol, Van Avermaet, poi un leggero buco ed ecco Viviani aiutato da Stybar, la coppia Trek Brambilla-Degenkolb, un ottimo García Cortina e a chiudere Trentin e Juul Jensen. In discesa i distacchi restano invariati, si piomba d una velocità supersonica nei 2 km finali con il gruppo che si allarga e permette ad un’altra dozzina di uomini, fra cui Kristoff ben scortato da Marcato, di rientrare, componendo il gruppo di 29 corridori che si giocheranno il successo. L’epilogo è noto, dietro al campione europeo e al suo vice, sul podio sale Degenkolb, poi Cort Nielsen, Sagan, Stuyven, Benoot, Bouhanni, Naesen e Colbrelli a completare una top ten di assoluto rispetto.

Giro delle Fiandre: Moscon il muro del rimpianto, finalmente Stybar
Il ciclismo italiano è andato così vicino a conquistare di nuovo il Giro delle Fiandre, che scrivere poche ore dopo la beffa subita da Moscon fa ancora male. La Ronde 2018, per molti la classica più bella e spettacolare, regala una giornata intensa al pedale azzurro che ha dimostrato una volta di più di aver trovato un gruppo di ragazzi capaci di primeggiare anche nelle classiche più importanti. Al via c’è pure Nibali, che si vedrà nelle fase centrali scollinare con i migliori il quale però nel finale alza bandiera bianca (concluderà in ogni caso nel terzo gruppo con un onorevole 45° posto). Ma il vero protagonista di giornata è Moscon. A soli 24 anni essere già capitano di una corazzata come quella britannica fa effetto, ma l’alfiere del Team Sky sul campo ha già dimostrato la sua classe. Dopo aver scremato il gruppo dei migliori sull’Oude Kwaremont a poco più di 50 km dalla conclusione, al primo passaggio sul Paterberg, il noneso è lesto a portare via prima un gruppo di 11 corridori e poi dopo aver ripreso i primi fuggitivi di giornata, si invola solitario sul Kruisberg a 27 km dal traguardo, con un gruppo che non riesce a chiudere su di lui restando sempre intorno ai 30/35″ di ritardo. Ma l’ultimo passaggio sul Paterberg è quanto di più sadico potrebbe scrivere uno sceneggiatore: un salto di catena, poi la troppa foga nel recuperare la pedalata e il cambio si rompe. Da dietro nel frattempo il gruppo dei migliori comprendente circa una quarantina di unità, in una giornata secca e soleggiata come ormai sta diventando abituale anche a tali latitudini, approccia l’ultimo strappo con in testa uomini Mitchelton-Scott e Quick Step. Ripreso Moscon fermo a bordo strada , è proprio un Quick Step Floors, ovvero sia Stybar a scollinare in testa. Con lui a pochi metri Sagan ancora incapace di fare la differenza come nei giorni migliori, Terpstra, Naesen, Kristoff, Colbrelli e Van Avermaet. Il meglio del meglio su queste strade. Poi un buco che diventerà decisivo con un gruppetto che si formerà negli ultimi chilometri e comprendente tra gli altri i nostri Bettiol, Trentin e Marcato. Il gruppo davanti all’inizio sembra trovare la collaborazione, poi all’improvviso gli uomini di Lefevere smettono di collaborare, sapendo di partire battuti dagli altri componenti del gruppetto. Così a turno ci provano prima Stybar, controllato da Sagan, poi Terpstra due volte e sempre chiuso da Colbrelli, prima dell’attacco decisivo a 2.2 km dall’arrivo di Zdenek Stybar che sembra una moto rispetto agli altri. Le annunciate scaramucce tra Van Avermaet e Sagan proseguono, permettendo al ceco di involarsi verso la vittoria che lo consacra dopo una miriade di piazzamenti fra Fiandre e Roubaix. Alle sue spalle ad una manciata di secondi il colpo di reni premia il belga della BMC (lui al quarto podio nelle ultime cinque edizioni), davanti a Naesen (primo podio in una Monumento), Sagan che dopo la Sanremo è ancora fuori dal podio e Colbrelli. Quinto Kristoff, che aveva provato l’inseguimento nel finale prima di staccarsi di qualche metro, quindi dietro di lui Terpstra esulta per la vittoria del compagno di squadra. Ad oltre 40″ giunge il gruppo dei più immediati inseguitori, con Degenkolb che precede Van Baarle e Greipel per i piazzamenti nei migliori dieci, dai quali restano fuori di poco Trentin (11°) Bettiol (13°) e Marcato (16°).

Parigi-Roubaix: l’Inferno di Sagan, la doppietta di Degenkolb
Il rapporto tra Peter Sagan e le grandi classiche Monumento ormai è diventato un genere letterario e la Parigi-Roubaix 2018 non è che una nuova opera. Dopo aver fatto il diavolo per tutta la corsa, selezionato il gruppo sin dall’imbocco dalla foresta di Arenberg con l’aiuto di un Oss in forma smagliante e di una coppia di fedelissimi come Burghardt e Pöstlberger, le streghe si imbattono sulla strada del tre volte campione del mondo sotto forma di foratura a poche centinaia di metri dall’entrata nel velodromo di Roubaix. E no, non si tratta di una foratura normale, dove la ruota si sgonfia a poco a poco dandoti la possibilità di sprintare le ultime centinaia di metri, con un avversario veloce come Degenkolb. Il tubolare scoppia del tutto e in un attimo Sagan si ritrova a dover fare i miracoli per stare in piedi, figuriamoci a disputare lo sprint. La volata per così dire, in realtà non ci sarà, è vinta da un enorme John Degenkolb che, dopo il podio alla Sanremo e le top ten tra Strade Bianche e Fiandre, dimostra di aver ritrovato lo smalto dei giorni migliori, diventando il primo tedesco nella storia a conquistare due Roubaix, agganciando alcuni mostri sacri della specialità (fra i quali Ballerini, Kelly e Van Steenbergen). Sagan è quasi incredulo e dopo il traguardo riesce comunque ha trovare la voglia di scherzare, a differenza di un Van Avermaet che arriva terzo (tre podi a Roubaix che sommati ai quattro del Fiandre ne fanno l’interprete più continuo del dopo Boonen e Cancellara) arrabbiato e pieno di escoriazioni, a causa di una brutta caduta nella prima fase di gara. Inizialmente gli uomini di Bora, Quick Step e BMC Racing Team tengono sotto controllo la situazione, non permettendo fino ad Arenberg nessun attacco degno di nota. Dopo il passaggio nella Foresta (dove una caduta metterà fuori gioco Gilbert), quando davanti restano una sessantina di uomini pronti a giocarsi la Roubaix, è nel tratto di Mons-en Pévèle che va via la prima fuga decisiva grazie al forcing di Oss. È sul tratto di Carrefour de l’Arbre però, che Sagan fa partire l’attacco decisivo, riprende e stacca un Greipel in avanscoperta. Vanmarcke, Langeveld, Stannard e Keukeleire provano a stargli dietro, ma rimbalzano. All’uscita del tratto di pavé più duro della seconda parte di gara è Degenkolb che da solo con un’incredibile azione di forza rientra sullo slovacco. I due si involano verso il traguardo resistendo alle trenate degli inseguitori sotto forma di Moscon, Stannard, Van Avermaet, Theuns, Boom e Stybar, con uno Stuyven che non collabora. Il finale è noto, Van Avermaet nel frattempo avvantaggiatosi è terzo, la volata per il quarto posto è vinta da Stuyven che eguaglia il 4° posto dello scorso anno, mentre nell’ordine completano la top ten Vanmarcke, Theuns, Moscon, Boom, Stybar, Stannard tutti classificati, insieme a Biermans (vincitore nel 2015 di questa corsa, versione Under 23), Allegaert, Langeveld, Keukeleire e Benoot con lo stesso tempo del terzo.

Liegi Bastogne Liegi: un canadese nel regno di Valverde
Già pochi giorni prima alla Freccia (vittoria di Alaphilippe su Henao e Dan Martin) qualche scricchiolio si era intravisto con il quinto posto. Dopo la Liegi si può dire come Valverde, complice anche l’età e il grave infortunio patito lo scorso anno al Tour, abbia abdicato dal trono delle Ardenne. Bel tempo sulla Liegi, corsa che negli ultimi anni è diventata sempre meno spettacolare e selettiva. Lunga fuga iniziale con interessanti nomi tra i protagonisti come Bouet, Lammertink, Riabushenko, Fraile e che infatti non prenderà mai un margine superiore ai 4′ e che verrà ripresa ai piedi del Col du Rosier. A 40 km da Ans, sulla mitica Redoute, l’attacco di Calmejane, Gerrans, Moreno, Haas, Ravasi e Gallopin sembra poter far saltare il banco, L’azzurro della UAE va in difficoltà a 20 km dall’arrivo, mentre sul Saint Nicolas arriva il contrattacco decisivo di Woods e Teuns che raggiungono i superstiti davanti. Moreno e Gerrans tirano a tutta per far lievitare il vantaggio e permettere ai compagni di squadra di guadagnare un margine di sicurezza. Nel gruppo ci si guarda, Valverde, i Quick Step, Nibali e gli Sky si punzecchiano e i sette arrivano sullo strappo finale con oltre 30″ di vantaggio. Moreno si fa da parte sotto lo striscione ed ecco che parte Teuns, convinto come un mese e mezzo prima alle Strade Bianche di poter di nuovo avere la meglio su un uomo EF. Michael Woods, però, ha uno spunto migliore e lo beffa vincendo a braccia alzate e regalando alla compagine di Vaughters la quarta vittoria in una Monumento (Roubaix ’11, Liegi ’13, Lombardia ’14). Completano il podio Teuns e Dan Martin che nel frattempo, con una progressione incredibile, è riuscito a staccare il resto dei favoriti. Completano la top 10 Gallopin, Albasini, Henao, Valverde, Calmejane, Kwiakowski e Poels, con Moscon, 15° e primo azzurro al traguardo.

Giro d’Italia, il segno rosa di Chaves
Nel 2016 ci arrivò vicinissimo, poi un finale strepitoso di Nibali lo costrinse al secondo posto. Lo scorso anno gli è successo un po’ di tutto e la sua stagione è stata da buttare. Il 2018 di Esteban Chaves invece ha preso tutta un’altra piega e la vittoria finale del Giro d’Italia premia uno dei corridori più amati dai tifosi, anche italiani. Pazienza se al secondo posto arriva proprio un corridore di casa, Fabio Aru, vincitore della tappa di Cervinia: la frazione valdostana permette comunque al sardo di scavalcare Henao (capitano in contumacia di Froome, ritirato con l’influenza al secondo giorno di riposo). Il colombiano viene superato sul podio anche da Kruijswijk (l’olandese ha cambiato all’ultimo i programmi), finalmente sul podio di un Grande Giro. Quinto l’esperto Pozzovivo, che eguaglia il miglior piazzamento in carriera, seguito dal giovane López, maglia bianca e maglia azzurra oltre che vincitore di tappa sullo  Zoncolan e a Sappada, entrambe le volte davanti a Chaves, per due frazioni rivelatesi decisive per le sorti finali. Chiudono nei migliori dieci Formolo, Simon Yates, il regolare, ma stavolta senza picchi Jungels (anch’egli dirottato in Italia da Lefevere) e il quarto colombiano in top ten, vale a dire Jarlinson Pantano. La maglia ciclamino finisce sulle spalle, per la terza volta in quattro anni, di Giacomo Nizzolo, che quest’anno però finalmente sfata il tabù vittoria (1° a Tel Aviv) e che porta a casa la maglia a punti grazie soprattutto alla regolarità (altre quattro volte nei primi cinque) e grazie ai ritiri di Viviani e Kristoff, capaci di vincere due tappe a testa. Il Giro segna anche il ritorno al successo di Pozzato, alla sua ultima stagione in gruppo e a digiuno da cinque anni (Plouay 2013).

Tour de France: Dumoulin implacabile, Nibali ennesimo podio
L’accoppiata Giro-Tour nello stesso anno è qualcosa di davvero difficile, ma anche vincere il primo Giro e poi il primo Tour a distanza di una stagione è qualcosa per pochi eletti. Nella storia ci sono riusciti solo Koblet (1950, 1951), Merckx (1968, 1969), Nibali (2013, 2014) e Tom Dumoulin che dopo essere stato il primo olandese nella storia a vincere il Giro d’Italia nel 2017, porta a a casa da favorito (viste le difficoltà di Froome) la maglia gialla. Il passista di Maastricht ha cambiato idea e ha rinunciato a presentarsi al Giro, ricalibrando la stagione solo sul Tour de France. Dopo essersi difeso nella tappa del pavé (vinta dal giovane compagno di squadra Andersen), tra cronometro e salita costruisce il successo respingendo gli attacchi di Bardet (di nuovo sul podio dodici mesi dopo) e Nibali, che centra il terzo posto. L’altro olandese Poels finisce a soli 12″dal siciliano della Bahrain mentre Quintana si deve accontentare del 5° posto e della vittoria sull’Alpe d’Huez, a causa del ritardo accumulato a Roubaix. Delusione per Froome, sesto e mai veramente in palla dopo i problemi dell’inverno e l’influenza che l’ha mandato ko al Giro. Dietro di lui chiudono Mollema, Adam Yates, un Urán sottotono e Richie Porte che, tra cadute e ventagli, riesce a vincere comunque una bella tappa a Carcassonne. La maglia verde è questione tra Sagan e Gaviria, risoltasi a vantaggio del campione del mondo: i due danno spettacolo non solo negli sprint, ma anche nelle fughe battagliando per i traguardi intermedi fino all’ultimo giorno. La maglia a pois rimane sulle spalle di un francese, ma su quelle esperte di Rolland che, dopo un brutto Giro d’Italia, conduce un Tour sempre all’attacco che lo premierà anche come vincitore di tappa a Bagnères de Luchon e come supercombattivo. Per l’Italia a parte la strenue difesa di Nibali che gli regalerà l’ennesimo podio in un Grande Giro (sono 12, nettamente primo fra i corridori in attività), poco altro, con nessuna vittoria di tappa.

Vuelta a España, dal cilindro Movistar spunta Landa
La Vuelta 2018 è vinto da Mikel Landa, portacolori di una Movistar ancora con il dente avvelenato per un Tour non andato secondo piani, ma capace di dominare la corsa a tappe di casa. Per il ventottenne basco è il primo grande successo in una corsa a tappe, dopo il podio al Giro 2015 e il quarto posto al Tour del 2017. Una Vuelta per le aquile navarre, se è vero che al secondo posto a 1’20” conclude il compagno di squadra Quintana. Vuelta che parla spagnolo anche per il terzo gradino del podio, finito ad appannaggio di David De la Cruz (a 2’50”), portacolori del Team Sky che, complice anche una flessione di Valverde, conquista il suo miglior risultato della carriera impedendo una clamorosa tripletta alla squadra di Unzué. Quinto il redivivo Nicolas Roche, ritrovatosi strada facendo capitano della sua squadra. Approfittando del fatto che molti big sono andati in Spagna per prepararsi al meglio per il mondiale (vedi Nibali, Pinot, Urán, Bardet) raggiungono un gran piazzamento l’olandese Oomen, sesto a 7’49”, e il francese Gaudu, chiude settimo a 8’18”, ma soprattutto capace di conquistare due bellissime tappe. All’ottavo posto la sorpresa di un ritrovato Diego Rosa, anche lui al miglior risultato in carriera in una corsa di tre settimane e che precede van Garderen e Ion Izagirre. Per l’Italia una Vuelta sufficiente ma decisamente inferiore a quella del 2017, caratterizzata dalle vittorie di tappa conquistate da Trentin, Brambilla e Moscon, con questi ultimi due che saranno a stretto giro di posta, insieme a Rosa e Aru, spalle fondamentali di Nibali per il mondiale austriaco.

Podio stellare al Mondiale di Innsbruck: Kwiatkowski raddoppia, Nibali sfata la maledizione
Un podio stellare per una corsa che come era prevedibile da quando sono stati presentati i percorsi, sarebbe stata selettiva al massimo, con l’aggravante di una giornata fredda e piovosa che rende il tutto più difficile. L’oro ritorna in Polonia, grazie ad un Michał Kwiatkowski capace di bissare il successo del 2014 a Ponferrada. Anche quel giorno pioveva, ma si correva su un percorso completamente differente a dimostrazione dell’immenso talento del corridore del Team Sky, capace di portare a casa Sanremo, Mondiale, Strade Bianche, Amstel, Harlbeke svariati podi e numerosissime altre corse di livello. Un podio stellare, perché con lui ci sale Nibali che conquista una medaglia che mancava all’Italia dal 2008 e Quintana, uscito in grande forma dalla Vuelta, giunti rispettivamente a 47 e 59 secondi dal vincitore. Era dai tempi del mondiale colombiano di Duitama che non si vedeva una selezione del genere: ai piedi del podio finiscono due francesi Pinot e Gaudu, già nell’elite mondiale sui percorsi duri, staccati rispettivamente di 1’06” e 1’15”. Sesto posto per l’altro baby Bernal davanti a Poels (3° Sky nei primi 7) e al belga Teuns, staccati di oltre 2 minuti. Chiudono la top ten Van Garderen e Woods, a oltre due minuti e mezzo. Ritirati invece tutti gli azzurri ad eccezione di Moscon 17° (e terzultimo all’arrivo), totalmente votati alla causa del siciliano. Con la vittoria di Kwiatkowski significa che sono solo due i vincitori degli ultimi cinque mondiali, fatto inedito nella storia del ciclismo.

Il Lombardia parla francese con Alaphilippe e Pinot
L’ultima grande classica del calendario internazionale, come da tradizione è rappresentata da Il Lombardia, corsa che negli ultimi anni ha visto di nuovo riprendere quota e interesse negli ordini di partenza (con svolgimenti sempre spettacolari) e che quest’anno rappresenta una vera e propria rivincita rispetto al Mondiale di pochi giorni prima. L’iridato Kwiatkwoski è però al via per onore di firma, difatti si ritira dopo un centinaio di chilometri. Nibali tenta una storica tripletta, ma stavolta non va tutto come da copione. Il percorso è quello del 2016, con l’arrivo a Bergamo dopo il suggestivo passaggio a Bergamo Alta con lo strappo in ciottolato e la ripida picchiata verso il traguardo. Francia sugli scudi dopo la beffa di Innsbruck: a 60 km dall’arrivo, sulla dura ascesa di Sant’Antonio Abbandonato, è addirittura Bardet a rompere gli indugi dopo il ritmo imposto dai suoi compagni di squadra. Dal suo forcing restano in pochi, i primi a scollinare con lui sono Nibali, Gaudu, Fuglsang e Urán ma in fondo alla discesa rientrano altri capitani, molti dei quali isolati. Gli unici ben rappresentati sono gli uomini della Groupama (protagonisti anche con la fuga della prima ora grazie ad Artur Vichot) che infatti sulla salita di Miragolo San Salvatore partono al contrattacco con Reichenbach raggiunto da lì a poco dal compagno di squadra Molard, con Gaudu e Pinot ben coperti dietro. I due guadagnano fino a 55″ al termine della discesa, approcciando ancora al comando la salita di Selvino. Da dietro si muovono a questo punto i grossi calibri: ci prova Bardet, stoppato ancora da Nibali il quale tenta tre sparate tutte inefficaci, fino a che non è proprio Pinot a provare l’attacco che sembra quello decisivo a 1 km dalla vetta. Nel frattempo davanti resta solo Reichenbach, che rallenta in discesa e si fa riprendere da Pinot: il loro margine su Nibali, Alaphilippe, Bardet, Teuns e Valverde è minimo. Sulla salita di Bergamo Alta attacca Teuns, ma nel tratto in pavè, in mezzo a due ali di folla, sono Nibali e Alaphilippe ad avvantaggiarsi scollinando in scia a Pinot, nel frattempo è rimasto da solo. I tre si lanciano nella velocissima discesa che culmina a poche centinaia di metri dal traguardo: allo sprint non c’è storia, Julian Alaphilippe taglia la linea bianca a braccia alzate su Pinot e Nibali, che raccoglie l’ennesimo podio di una stagione che lo ha visto secondo al mondiale e terzo al Tour. A 45″ giungono Valverde, Teuns e Bardet, a 1’50” Poels, Guillaume Martin, Chaves, con Daniel Martin che chiude la top ten a oltre 2 minuti.