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Judy, coraggio e fonte d’ispirazione

Judy Khodari assieme al padre al velodromo di Sharjah © Saudi Cycling

La storia della prima giovane rappresentante femminile dell’Arabia Saudita nel mondo del ciclismo

In questi giorni al Velodromo Zayed di Sharjah negli Emirati Arabi Uniti si stanno disputando le gare di varie categorie dell’ottava edizione dei Campionati Arabi di ciclismo su pista: alla rassegna, oltre ovviamente ai padroni di casa, prendono parte atleti ed atlete provenienti da Algeria, Arabia Saudita, Bahrain, Egitto e Kuwait, ma ciò di cui vi parleremo qui non è legato agli aspetti tecnici di una manifestazione che oggettivamente ha assai poco da offrire sotto questo punto di vista. Quello che vogliamo raccontarvi, invece, è una piccola pagina di storia scritta dalla giovanissima atleta Judy Khodari.

Proprio nei giorni in cui sui media rimbalza la notizia della scacchista ucraina Anna Muzychuk che si è rifiutata di difendere i propri titoli in Arabia Saudita per non dover sottostare alle rigide regole che il paese impone alle donne, Judy è diventata la prima ciclista donna a gareggiare sotto la bandiera saudita in una competizione internazionale: un piccolo traguardo, ma che può aprire le porte a qualcosa di più grande se si pensa anche alle altre recenti aperture al genere femminile volute dal giovane principe ereditario Mohammad bin Salman.

Judy Khodari, che in questi Campionati Arabi su Pista gareggia nell’Inseguimento Individuale, nella Velocità e nel 500 metri, ha solo 14 anni e ha iniziato a correre in bicicletta appena un anno fa. Quello tra Judy ed il ciclismo è stato praticamente un amore a prima vista, è bastata infatti una pedalata per scatenare in lei una grandissima passione per questo sport: «Tutto è iniziato quando ci siamo trasferiti dall’Arabia Saudita a Dubai – ha raccontato la madre Seham Bajammal a Cicloweb.it – e qui abbiamo scoperto molte strutture adatte al ciclismo: un giorno le ho chiesto se volesse venire a pedalare con me per divertirsi e da quel momento non si è più fermata».

Contrariamente a quelli che sono gli stereotipi che conosciamo del mondo arabo, è stata proprio la famiglia a spingere Judy verso l’attività all’aria aperta ed il mondo dello sport in generale: «Sono cresciuta in una famiglia dove si giocava solo in casa con le bambole – racconta ancora la madre – non perché siano rigidi, ma perché questa era la cultura al tempo. Quando ho avuto Judy come prima figlia ho sempre voluto esporla a qualcosa di nuovo: non si è mai interessata alle bambole o ad altri giochi da bambine, ma voleva sempre andare al parco o far ginnastica, si era anche appassionata molto alla corsa». E poi, come detto, è arrivato la bicicletta che l’ha portata a rompere per prima questo tabù del ciclismo femminile sotto la bandiera dell’Arabia Saudita.

Per il momento, a questa età e con pochissima esperienza alle spalle, i risultati passano logicamente in secondo piano ma la determinazione non le manca di certo e probabilmente presto potrà togliersi belle soddisfazioni anche da quel punto di vista. Ma intanto questo ruolo di pioniera la rende una fonte di ispirazione per altre giovani atlete come lei che da domani scopriranno di avere un’opportunità in più per emergere: «Il suo sogno – conclude Seham – è sempre stato e sarà sempre quello di rappresentare il proprio paese: nonostante abbia vissuto a lungo fuori dall’Arabia Saudita, il sogno di Judy è sempre stato quello di vestire quella maglia della nazionale; vuole dimostrare al mondo che noi donne saudite non siamo inferiori a tutte le altre donne!»