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Le donne lo Sanne, c’è poco da fare

econdo oro mondiale per Sanne Cant © Cor Vos

La Cant conferma l’iride dopo un duello con l’eterna Compton. Delusioni azzurre nelle prime tre prove, tra i giovani ride la Gran Bretagna

Che Valkenburg sarebbe stato un mondiale gradevole, almeno a livello di tracciato, era qualcosa che potevamo aspettarci. Se poi Giove Pluvio ci mette del suo, irrorando a dovere un percorso già duro, rendendolo fangoso e scivoloso al punto giusto, ecco che viene fuori “la corsa più difficile della mia vita”, come l’ha definita Sanne Cant appena scesa di sella, dopo aver conquistato il suo secondo titolo mondiale consecutivo. Neve o no (che domani dovrebbe esserci, ma più che altro con una spolveratina per dar colore al terreno), domani sarà una bella domenica di ciclocross, anche se Mathieu Van Der Poel dovesse dominare dall’inizio alla fine come usa fare nei tempi recenti. Ed intanto un bel preambolo (e che preambolo!) ce lo siamo goduti con la prova femminile e le prove juniores e donne under 23, da una parte con la legittimazione della leadership mondiale del contraltare femminile di Sven Nys, vincitrice con molta sofferenza contro una eroica Katherine Compton, a 39 anni per la quarta volta argento ai mondiali, e mai vincente; dall’altra con la crescita del movimento britannico,  in testa al medagliere grazie alle vittorie di Ben Tulett ed Evie Richards, che domani potrebbe anche fare tris con Pidcock tra gli under 23 e magari credere davvero in un “terzo polo” che spezzi il dominio Benelux attualmente imperante in questo sport. E all’ombra, in un angolo, il movimento italiano, uscito a orecchie basse da questa prima giornata di gare: erano le prove dove avevamo più speranze di medaglia e dove i nostri portacolori, per un motivo o per l’altro, han deluso tutti. Si prospetta un mondiale a secco, a meno di un miracolo.

Eva Lechner parte in testa, ma è un fuoco di paglia
La prova élite femminile è quella che ci ha dato la delusione più cocente. Le speranze su Eva Lechner erano solide, anche in virtù delle ultime convincenti prove di Coppa del Mondo, ed il percorso tecnico, sulla quale la Lechner ha anche ottenuto una delle sue due vittorie in Coppa del Mondo, si addiceva alle sue caratteristiche. La partenza della campionessa italiana è stata ottima, schizzata in testa dopo il toboga iniziale con la volenterosa Christine Majerus alle sue calcagna; più dietro Ellen Van Loy e Sanne Cant ricucivano lentamente il gap. Una partenza nelle previsioni, come quella di Alice Arzuffi, ventesima dopo la prima curva, ma decisa a rimontare almeno la metà delle piazze nel corso del primo dei quattro giri previsti, assieme ad altre due protagoniste finite indietro, Pauline Ferrand-Prevot e Marianne Vos.

Tuttavia, una caduta in discesa a metà del primo giro mina le sicurezze di Eva, che non riesce più a riprendere il passo delle migliori; le cadute e gli incidenti fanno rimbalzare anche Ellen Van Loy, finita presto nelle retrovie, mentre sulla prima salita a piedi Christine Majerus, rimasta in testa dopo la caduta della Lechner, viene passata a doppia velocità da Sanne, impareggiabile nelle scalate, da purista qual è.  Insomma, la Cant alla fine del primo giro si ritrova già in testa solitaria, ma la gara è tutt’altro che finita, perché dalle retrovie avanza come una macchina da guerra Katherine Compton, 39 anni di potenza sulle due ruote.

Compton mette in seria difficoltà Sanne
Katie Compton è un’atleta tanto forte quanto sfortunata, in un certo senso. Sfortunata poiché, nonostante sia da più di 10 anni sulla cresta dell’onda nel ciclocross, si è sempre trovata davanti atlete che avevano una marcia in più nei singoli eventi, come ad esempio Marianne Vos, dietro la quale ha ottenuto due dei suoi tre argenti mondiali. Arrivata ormai a 39 anni, la Compton sembrava ormai nella fase discendente della sua carriera, ma è riuscita a prepararsi bene per sparare quella che forse è la sua ultima cartuccia; lo ha dimostrato a Nommay, dove ha sbaragliato la concorrenza su un percorso difficile quasi quanto quello odierno. Era quindi lecito aspettarsi una Compton col piglio della vincente oggi, capace addirittura di recuperare tutto il ritardo sulla Cant nel corso del secondo giro, arrivando anche a staccarla e a metterla in  difficoltà, quando la belga si arena inaspettatamente sulla salita a piedi. I sogni di Katie si fanno sempre più concreti, ma la gara è ben lontana dalla conclusione e la lotta per il successo è ancora aperta. Anche quella per il podio, con Lucinda Brand che riesce a staccare Lechner e Nash ed agganciare la Majerus.

Sanne invicibile, la Brand si prende il bronzo
Ma la Cant funziona come le duracell: quando le altre calano lei mantiene lo stesso vigore atletico e spinge fino in fondo. Riagganciata la Compton, nella seconda metà del terzo giro continua a spingere sullo stesso passo, e sebbene sia trasfigurata dallo sforzo, distanzia notevolmente la collega americana, costringendola al quarto argento in carriera a 10″ di ritardo. Anche Lucinda Brand dimostra di averne nettamente di più della Majerus, e termina con un’ottima progressione sul podio che mancò di non molto l’anno scorso, a 27″; la lussemburghese, molto generosa e molto brava nelle ultime prove, arriva sfinita a 55″. Molto lontane tutte le altre; le varie protagoniste di categoria sono state sfinite dal fangosissimo tracciato, tant’è che al quinto posto si piazza una sconosciuta, la tedesca Elisabeth Brandau, più biker da marathon che crossista, spinta sulla lunga distanza da un tracciato che richiedeva doti di endurance. Chiudendo a 1’26”, si è piazzata davanti a Kathlin Keough a 1’45”, Eva Lechner a 1’49”, Elle Anderson a 1’57”, e le francesi  Marlene Petit a 2’10” e Caroline Mani a 2’38”. Si è spenta Alice Arzuffi, con la rimonta che si è interrotta bruscamente nel corso del secondo giro, finita 16esima a 3’36”, davanti le due maggiori delusioni di giornata, Marianne Vos (18esima) e Pauline Ferrand-Prevot (24esima).

Evie Richards, “sprecata” per le under 23
È stata invece a senso unico la prova femminile tra le under 23, condizionata dalla presenza di un talento come Evie Richards che, c’è da scommetterci, l’anno prossimo già potrebbe dar battaglia per la Coppa del Mondo. Di sicuro c’è che quest’anno ha già vinto, a Namur, in una gara tutt’altro che facile, e che oggi ha viaggiato su tempi che nella prova élite sarebbero valsi il podio. Aggiungiamoci che in categoria, a parte la ceca Nikola Noskova, attualmente non ci sono altre atlete con un simile motore, ed otterremo una spiegazione della facile vittoria ottenuta oggi, nonostante tante difficoltà meccaniche nell’ultima parte di gara. Si godono il podio una olandese dalle chiare origini esotiche come Ceylin Del Carmen Alvarado, giunta a 38″, e l’austriaca Nadja Heigl, finita a 1’04”, brave a sorpassare la britannica Harriet Harnden evitando una doppietta britannica. Per questa prova potremo dire tanto delle azzurre, vista anche la folta presenza con ben 5 atlete. Da una parte c’è da ben sperare per l’alto livello medio, e per la prova delle due giovanissime Sara Casasola, giunta sesta ad 1’40” perdendo allo sprint dall’olandese Fleur Nagengast, e Francesca Baroni, undicesima a 2’51”, entrambe hanno davanti altre tre edizioni di mondiali di categoria e potranno crescere per ambire a un podio; dall’altra, oltre Silvia Persico (13esima a 3’09”) e Rebecca Gariboldi (15esima a 3’33”),  c’è la grande delusione per Chiara Teocchi, come in altre occasioni quest’anno partita forte ma poi incapace di reggere il ritmo. Ha terminato mestamente in 19esima posizione a cinque minuti di distacco dalla vincitrice, in una posizione che non competerebbe ad una campionessa europea, e ora c’è da chiedersi cosa vorrà fare da grande, con la Mountain Bike che fa sentire il suo richiamo, per lei come per altri.

Ben Tulett e la “nouvelle vague” inglese
L’oro di Evie Richards non è stato l’unico oro inglese di giornata. Ben Tulett è riuscito dove il fratello Daniel, due anni più grande, l’anno scorso non è arrivato di poco: sul tetto del mondo nella categoria juniores. E parliamo di un risultato notevole, dato che Ben è nato nel 2001, ed è dunque solo al primo anno nella categoria: un impresa riuscita negli ultimi 25 anni solo ad un certo Mathieu Van Der Poel. Certo, Daniel aveva davanti un altra scheggia che corrisponde al nome di Thomas Pidcock, che domani vedremo impegnato in un interessante duello contro Eli Iserbyt per il titolo under 23, e se a questi aggiungiamo Ben Turner, bronzo l’anno scorso e già ingaggiato dalla squadra di Van Der Poel, e Sean Flynn, sfortunato protagonista della gara juniores odierna ma capace di soffiare il titolo nazionale all’attuale campione del mondo, abbiamo un bel quadretto di almeno 5 atleti inglesi che promettono molto bene, e con un po’ di sostegno e incoraggiamento da parte di una federazione che si è in passato spesa volentieri per la multidisciplinarietà potrebbero togliersi grandi soddisfazioni in futuro e allargare la platea ciclocrossistica.

Tulett è partito al momento giusto, in una gara caotica e poco controllata (gli juniores hanno quasi la velocità degli adulti, ma non ne hanno decisamente la tecnica, il che ne fa su questi percorsi tanti piccoli kamikaze) , ossia a metà gara, trovando in Tomas Kopecky, ceco vincitore della coppa del mondo, il più ostico rivale, il quale si è però dovuto arrendere nel corso dell’ultimo giro ad un onorevole argento davanti all’olandese Ryan Kamp. In questa categoria i risultati peggiori per gli azzurri: erano in cinque, ma nessuno si è visto nelle prime posizioni. Neanche Filippo Fontana, il quale in tutto il mese di gennaio si è rivelato essere solo il lontano parente dell’atleta visto finora, 26esimo a 3’34” davanti a Federico Ceolin a 3’48”. Lontanissimi Tommaso Della Valle, 56esimo a 6’39”, e Davide Toneatti, 60esimo a 7’44”, mentre la corsa di Leonardo Cover è terminata bruscamente al terzo giro. Tinte fosche dunque per il futuro azzurro nella categoria, col solo Jakob Dorigoni che domani, nella categoria under 23, ha qualche lievissima speranza di medaglia.

Nicola Stufano :