Wout Van Aert si alza sulla bici: terzo Mondiale di fila per lui! © Kramon
Wout Van Aert si alza sulla bici: terzo Mondiale di fila per lui! © Kramon

Standing WVAtion

A Valkenburg Wout Van Aert distrugge tutti e vince il terzo Campionato del Mondo di fila. Vanthourenhout secondo, Van der Poel solo terzo, Bertolini gran sesto

La sintesi più efficace della giornata l’ha prodotta lui stesso nelle interviste del dopoMondiale: “È stata la gara migliore della mia carriera”, e siamo tutti d’accordo. Dopo una stagione passata a lamentarci dell’esagerata supremazia di Mathieu Van der Poel, a 20 giorni dalla fine del calendario ciclocrossistico arriva bel bello Wout Van Aert e, con una giornata di grazia, una prestazione prodigiosa, una vittoria annichilente che intossica l’anima del suo Avversario-con-la-A-maiuscola e ammutolisce gran parte dei 25mila astanti (il pubblico di Valkenburg, provincia d’Olanda, pronto ad acclamare il giovin Fenomeno e rimasto invece con l’urlo di traverso), insomma con tutto questo po po di spettacolo che ha messo in campo, rimette a zero le lancette, ci ricorda che mai nulla è troppo scontato, e ci fa riflettere sui massimi sistemi, tipo i cambiamenti climatici, quelli che trasformano l’autunno in primavera e l’inverno in un secco infinito ottobre nordico, e tolgono dal cross il suo elemento vitale, il fango.

Non significa che in una stagione più bagnata, unta, viscida, Wout Van Aert avrebbe vinto tutto quello che non ha vinto, e Mathieu Van der Poel avrebbe fatto il comprimario. Ma più fango uguale più variabili, e più variabili uguale più incertezza, e più incertezza uguale più spettacolo, al fondo di tutto.

Al fondo di Valkenburg, reso impossibile dalle piogge e i nevischi dei giorni scorsi, dal ghiaccio di queste notti, da un’ultima nevicata poco prima della gara iridata, Van Aert erigerà forse un altarino nella sua personale sala dei trofei. Perché questa gara non potrà non restare nella top-qualsiasi-cifra delle sue vittorie più amate. Un percorso durissimo da coprire in gran parte a piedi, bici in spalla, o bici di lato, e attenzione a non spericolare troppo, a non partire col piede d’appoggio, ché di appoggi, in verità, pochi ce n’erano. Infido, invitante allo scivolone, esigente al cubo per via di tutta una serie infinita di saliscendi, di costoni, di rampe artificiali e scalinate, come se non ci fosse già abbastanza scoscesità nella naturale conformazione del terreno. E tutto intorno, in migliaia, sempre più silenziosi, traditi nelle loro attese di trionfo per mezzo dell’Eletto, del Fenomeno, di WonderPoel, ovvero dell’entità che oggi è clamorosamente mancata.

Questo è il contesto in cui Wout Van Aert ha – maramaldeggiando, rifilando a tutti dai due minuti in su – conquistato il suo terzo Campionato del Mondo di ciclocross in fila. Uno via l’altro. Il primo lo vinse da favorito, al termine di una stagione dominata; il secondo da outsider, giovandosi di intelligentissime scelte di materiali; il terzo, oggi, quasi da imbucato nella festa già imbandita per Mathieu. E ha dovuto alzarsi in piedi, sui pedali, tagliando il traguardo, per scrutare oltre, per vedere se del suo regno iridato si vedesse la fine, il momento del tramonto: no, per ora no.

 

L’unica vittoria di Mathieu: scongiurare un podio tutto belga
E se Van Aert è un Re Sole Raggiante, lo sbilenco Michael Vanthourenhout è la sorpresa del giorno, quattr’ossa e tutto nervo, occhi di palla e capello biondo-bambinesco, a vederlo transitare, in solitaria, sulla linea d’arrivo, qualcuno l’avrà senz’altro scambiato per il vincitore: per la sua esultanza esagerata, urlata, agitata tutta di mulinelli di braccia e di pensieri, e con dolci lacrime a rigarla, su quel volto stravolto un po’ anche per la sorpresa di essersi infilato tra quei due giovani monumenti, e di aver fatto meglio delle riconosciute seconde linee di Belgio e d’Olanda, guadagnandosi un gradino onorevole di un podio stellare.

Quella lacrime che invece Mathieu Van der Poel ha fatto di tutto per ricacciare dentro, riuscendoci a stento. Anche per lui vale l’istantanea scattata al momento del taglio del traguardo, in terza posizione: sguardo ferito nel profondo, pensieri noir, delusione talmente palpabile da essere materia, la stessa materia di cui sono fatti gli incubi. Così come palpabile sarebbe poi stata la non-voglia di essere su quel podio, paradossale intruso nella festa belga, a rimuginare su tutto quello che in gara non aveva funzionato, che a ripensarci, di doversi trovare lì e fare poi tutta la trafila cerimoniale-stampa, quasi si sarebbe lasciato risucchiare, come peraltro stava avvenendo, avrebbe lasciato a Toon Aerts l’incombenza del terzo posto, ma poi una tripletta belga in casa olandese come la spieghi ai posteri?

“Oggi ha semplicemente vinto il più forte, al secondo giro ho  capito che non ci sarebbe stato nulla da fare con questo Wout, e da lì in poi è stato difficile anche reggere mentalmente”, ha candidamente ammesso il ragazzo, che non ha certo cercato scuse: non fa parte del corredo stilistico dei grandi crossisti accamparne.

 

Gioele Bertolini nel giorno più importante della carriera
E poi, dopo i mostri sacri, il nostro, di mostriciattolo, sia detto in termini affettuosi, Gioele Bertolini, al risultato migliore in carriera, definizione che non stona e non è per niente esagerata, perché un sesto posto in questo Mondiale esasperante non è una cosa che in assoluto possa dirsi strana, ma più che altro non sperata.

Il valtellinese ha tirato fuori tutta la sua forza, e non ha commesso errori, o se forse qualcuno ne ha commesso, diciamo che l’incidenza delle imprecisioni, su un percorso tanto difficile, non poteva certo essere elevata. In un modo o nell’altro, oggi a Valkenburg sarebbero comunque emerse le gambe rispetto alla capacità di guida. Va anche detto che la gara olandese, anche nelle scorse edizioni di Coppa del Mondo, era una delle più apprezzate da Gioele, che l’ha sempre trovata particolarmente adatta alle proprie possibilità.

In generale, la corsa di rimonta effettuata dall’azzurro ha avuto un che di entusiasmante: trovatosi oltre la decima posizione per metà gara, Bertolini era comunque in un gruppotto con notevoli colleghi, e via via che i giri passavano, si staccava ora l’uno ora l’altro, ma lui no, sempre lì, in compagnia degli Sweeck e dei Merlier, dei Boros e dei Soete, dei Van Kessel e dei Van der Haar, a seconda di chi tra questi componeva il drappello nei vari momenti.

Meritata e giusta l’esultanza di Gioele al traguardo, anche lui potrà dire di aver vissuto una giornata indimenticabile, la prima volta che, sul palcoscenico più importante, dimostrò di valere l’altezza di tanti altisonanti avversari. Ora gli manca uno step, e chissà, forse lo compirà il prossimo anno, se magari un team belga vorrà scommettere su di lui e seguirlo un po’, per farlo migliorare e salire stabilmente al livello non diciamo dei tre-quattro più forti, ma di quelle seconde linee che spuntano risultati egregi con una certa costanza. E a quel punto, ciò che verrebbe dopo, chi lo può dire?

 

La gara prende presto la via del Belgio di WVA
Olanda contro Belgio a Valkenburg, padroni di casa in possesso del jolly assoluto, ospiti pronti a mettere in campo uno spirito di squadra ammirevole, nella speranza che il loro capitano estraesse dal cilindro la prestazione dell’anno. Avevano ragione gli ospiti.

Tim Merlier è partito a blocco nel primo dei sette giri del Mondiale limburghese, ma poi ha presto sbagliato una curva e Mathieu Van der Poel, che era in seconda posizione, l’ha agguantato e superato e ha dato l’impressione di involarsi come tante volte ha fatto in questa stagione crossistica. “La gara oggi è durata appena tre minuti”, ha legittimamente sacramentato qualcuno in quel momento, e invece Wout Van Aert ha fatto subito vedere che non era il caschetto dello sparring partner quello che indossava oggi. Se l’altro la metteva immediatamente sul piano del testa a testa, lui era pronto a raccogliere la sfida. Michael Vanthourenhout, poco lontano dai due, pareva anch’egli in giornata di gamba piena piena.

In bici Mathieu sembrava essere il solito semidio, ma a piedi era Wout a dare l’impressione di poter fare una qualche differenza, e oggi di scarpinate da fare ce n’erano a sufficienza, viste le condizioni pietose (quindi, per il cross: meravigliose) del fondo. Comunque sia, il primo giro non ha scalfito la sensazione di superiorità costantemente espressa quest’anno dall’olandese. Che presto o tardi MVDP se ne sarebbe andato in scioltezza, restava il pensiero di tanti.

Invece nel secondo giro è esplosa la supergigante e il buco nero che ne è conseguito ha aspirato prima i pensieri e poi le azioni di Van der Poel. È successo che Van Aert, passato a tirare proprio nel finale di primo giro, abbia aumentato il ritmo, facendo scoprire all’avversario che le streghe erano lì lì per tornare. Su una curva, Wout ha correttamente stretto una traiettoria (era davanti), e Mathieu si è ritrovato adagiato su uno striscione delimitante il tracciato: metri persi.

Li ha recuperati rialzandosi istantaneamente, ma un altro po’ di certezze le ha forse perse, nel vedere il rivale così catatonicamente battagliero, in piena trance agonistica. Sulla susseguente fangaia Van Aert ha dato una zappata terrificante e Van der Poel ha più o meno perso un paio di pedalate, e si è trovata ad esserci luce fra i due. Cinque secondi, dieci? Abbastanza perché Wout capisse che era il momento di non scherzare più: affondo sontuoso, buco aperto e anzi dilaniato, talmente tanto spazio guadagnato in mezzo giro da permettere al belga di poter anche scivolare al box, nel mezzo del cambio della bici. Per Van der Poel, luce spenta di colpo, tanto che su di lui è riuscito a rientrare Vanthourenhout.

 

Van Aert spaventoso, e anche Vanthourenhout batte MVDP
Al passaggio Van Aert è transitato con 25″ sulla coppia inseguitrice: il suo secondo giro sarebbe stata la tornata più veloce della gara (9’31”); a 57″, quarto era in quel momento Toon Aerts; da un minuto e venti in giù, tutti gli altri, compreso Gioele Bertolini in mezzo a Michael Boros, Tim Merlier, Laurens Sweeck, Daan Soete, Steve Chainel, Lars Van der Haar, Quinten Hermans, Corné Van Kessel.

Paradossalmente, le prime quattro posizioni si sarebbero cristallizzate da lì in avanti. Van Aert, come in una gara parallela rispetto a tutti gli altri, ha continuato a guadagnare enormemente giro dopo giro, sfondando al penultimo passaggio il muro dei due minuti di margine. Sul velluto, praticamente.

Tutto il contrario di Van der Poel, che non solo vedeva il rivale sempre più imprendibile, ma si ritrovava pure a dover fare i conti con quest’inaspettato Vanthourenhout, che tanto per cominciare non mollava la presa, e poi non perdeva occasione, quando possibile, per punzecchiarlo. Al quarto giro MVDP è parso per un attimo trovare una certa continuità per staccare Michael, ma è durata un attimo; e al quinto e terz’ultimo giro (mentre Van Aert si ribaltava sul piedino di una transenna, altro intoppo superato in splendida scioltezza), su una rampetta Mathieu si è piantato malamente, dovendo scendere dalla bici, mentre da dietro Vanthourenhout lo superava in piena scorrevolezza, in sella. Ciao secondo posto per il Fenomeno, che anzi si è proprio definitivamente incupito, ed è stato raggiunto – di lì a poco – anche da Aerts, tenace come al solito.

Al penultimo giro Toon ha staccato Van der Poel, per un attimo, ma evidentemente quell’umiliazione sarebbe stata troppo per il campione di casa (addirittura fuori dal podio? Impossibile!), che infatti ha infine reagito con un ritorno di fiamma d’orgoglio che gli ha permesso di rimettere a posto Aerts, e addirittura di rimettere nel mirino Vanthourenhout. Ma il traguardo era ormai vicino, e al biondino è bastato controllare la situazione, evitando di far danni, per salvare questo gioiosissimo secondo posto, a 2’13” da Van Aert.

Van der Poel ha chiuso a 2’30”, Aerts (anche per lui un cenno di esultanza, orgoglio fiammingo) a 3’16”; Van der Haar, tardiva rimonta per ipotizzare una podiabilità della gara, quinto a 4’29”, pochi secondi davanti a Bertolini, sesto a 4’42”. La top ten è stata completata da Merlier a 4’56”, Sweeck a 5’21”, Soete a 5’30”, Chainel a 5’51”. Appena in 22 hanno completato la gara a pieni giri (ultimo Stan Godrie a 9’05”), tutti gli altri doppiati, e a 2 giri dal vincitore sono stati classificati Marco Aurelio Fontana (29esimo) e Daniele Braidot (30esimo); ritirato invece Luca Braidot.

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