Michael Valgren Andersen vince la Omloop Het Nieuwsblad 2018 © Astana Pro Team - Bettiniphoto
Michael Valgren Andersen vince la Omloop Het Nieuwsblad 2018 © Astana Pro Team - Bettiniphoto

Valgren, l’arte del tempismo ha un nuovo interprete

Il danese dell’Astana vince da cecchino la Omloop Het Nieuwsblad. Bravi gli italiani, Colbrelli ottavo. Van Aert, esordio d’impatto

Non per altro, ma per quel padre che, qualche minuto dopo la fine della gara, ha visto da lontano che la tv belga intervistava al volo Greg Van Avermaet, e di corsa si è fatto incontro alla telecamera, con un bambino tenuto per mano, e quando è arrivato bene nell’inquadratura, alle spalle di GVA, ha preso in braccio il bimbo, e tutti abbiamo visto che quel bimbo era vestito con la divisa della Bahrain-Merida, di sicuro non la più “belga” delle squadre del WT.

L’essenza di quel che il ciclismo è per le Fiandre, e di quel che le Fiandre sono per il ciclismo, era tutta lì. Ai lettori le personali conclusioni e deduzioni e ispirazioni.

Se come intro alla stagione delle classiche del Nord vi piace quanto scritto sopra, possiamo senz’indugio procedere al dettagliare fatti e accadimenti della 73esima Omloop Het Nieuwsblad (già Het Volk). Il vincitore è rappresentante di una nazione che mai aveva visto la propria bandiera sul pennone più alto (che linguaggio anteguerresco!) di questa corsa: un danese.

Rappresentante, inoltre, di una squadra che teoricamente sarebbe in crisi nera, roba da bancarotta o quasi, ma che invece nella pratica sta raccogliendo da settimane ottimi risultati: l’Astana. Se nei bilanci i conti non tornano, a causa dei ritardati contributi kazaki, sulla strada tornano eccome, e oggi l’ensemble celestino l’ha dimostrato non solo vincendo, ma dominando la scena nel finale, con tre uomini nel gruppetto dei dodici che andavano a giocarsi il successo.

E il vincitore, diciamolo una buona volta, è stato Michael Valgren Andersen: facciotto solare, un secondo posto all’Amstel Gold Race 2016 come massimo risultato in carriera finora, il 26enne ha davanti a sé una stagione i cui presupposti – come visto oggi – sono ottimi. Intanto una bella classichetta se l’è messa in tasca.

Non solo l’Astana ha brillato, oggi; possiamo dire la stessa cosa dell’Italia, che in quel gruppetto ne aveva quattro, di rappresentanti. Ex giovani promesse diventate solide realtà (Daniel Oss) e talvolta vincenti (Matteo Trentin), vecchi felini che saltuariamente a queste latitudini hanno brillato moltissimo (Oscar Gatto), ragazzoni destinati a togliersi diverse soddisfazioni in futuro (Sonny Colbrelli). Altri ce ne saranno nelle prossime gare (a partire da Gianni Moscon), e nel complesso lo scenario diventa abbastanza roseo per chi – i tifosi italiani – ha passato gli ultimi anni a invidiare praticamente chiunque, nel mondo, perché tutti sembravano più competitivi dei “nostri”.

Il freddo ordine d’arrivo (che recita Sonny Colbrelli ottavo, Sacha Modolo 14esimo, Marco Marcato 25esimo) non dice la verità su una prestazione complessivamente molto onorevole da parte della truppa del Belpaese (riecco il linguaggio anteguerresco).

 

Fuga di belgi, ma l’ultimo a mollare è Saramotins
196.2 km da Gent a Ninove, e l’apertura della stagione belga è stata accolta da freddo pungente in una giornata secca e soleggiata. Nei primissimi chilometri è partita una fuga piena di quei corridori del posto che tanto ci intrigano, con divise di quelle squadre del posto che tanto ci intrigano. Tutto ci intriga del ciclismo fiammingo!

Erano 8, i belgi Michael Van Staeyen e Kenneth Vanbilsen (Cofidis, Solutions Crédits), Edward Planckaert (Sport Vlaanderen-Baloise), Dries De Bondt (Vérandas Willems-Crelan) e Ludwig De Winter (WB Aqua Protect Veranclassic); l’olandese Brian Van Goethem (Roompot-Nederlandse Loterij), il tedesco Marco Mathis (Katusha-Alpecin) e il danese Michael Carbel (Fortuneo-Samsic). In seconda battuta si sono aggiunti il lettone Aleksejs Saramotins (Bora-Hansgrohe) e l’olandese Tim Ariesen (Roompot).

Non ci dilungheremo nel raccontare tutti i fatterelli della fuga, se non per puntualizzare che il vantaggio massimo ha sfiorato a più riprese i 5′, ma formazioni come Quick-Step Floors, BMC e AG2R La Mondiale hanno lavorato di concerto per tenere il gruppo non troppo distante. E da un certo punto in avanti (diciamo dai -80) lì davanti è cominciata una selezione naturale che, muro dopo pavé e pavé dopo muro, ha lasciato al comando tutto solo Saramotins, rimasto unico superstite ai -47, poi raggiunto da Alexis Gougeard ai -42, poi pure dal gruppo sul Berendries ai -38, e fine della storia.

 

La “fase Benoot” della OHN 2018
Elenco delle cose interessanti che avevamo visto, dalle parti del plotone, nel periodo non collegato (ovvero mentre era in azione la fuga): varie cadute, tra cui una che ha coinvolto Giacomo Nizzolo (Trek-Segafredo) ai -83, dolorante il brianzolo; una prima punturina di Philippe Gilbert (Quick-Step Floors) subito dopo il secondo passaggio sul Leberg, ai -77; un altro assaggetto di Gilbert sul Kokkerelle ai -66; uno Zdenek Stybar (Quick-Step) molto attento e reattivo in ogni fase della corsa; un tentativo sul piano di Jelle Wallays (Lotto Soudal) ai -59; un bel forcing di Bryan Coquard (Vital Concept) sul Molenberg, ai -53, che non ha permesso al francese di fare la differenza, ma di fiaccare un po’ di gambe in gruppo sì.

Da questo sfarinamento del plotone è nata una fase ben combattuta, con un gruppetto formatosi intorno a Stybar con Chris Juul-Jensen (Mitchelton-Scott), Stefan Küng (BMC), Viacheslav Kuznetsov (Katusha), Silvan Dillier (AG2R) e Boy Van Poppel (Trek); e con un secondo drappello rientrato sul primo, con Tim Wellens (Lotto), Arnaud Démare (FDJ), Oliver Naesen (AG2R), Michael Matthews (Sunweb), Amund Grondahl Jansen (LottoNL-Jumbo) e Dries Van Gestel (Sport Vlaanderen). Ma il gruppo, tirato a tratti dalla Bahrain-Merida (evidenti le ambizioni di Sonny Colbrelli) non ha concesso spazio, e sul terzo e ultimo Leberg tutto si è rimescolato.

Qui è cominciata la “fase Benoot” della OHN 2018. Ovvero la parte di gara in cui Tiesj Benoot, super promessa belga ancora alla ricerca della prima vittoria da pro’, ha fatto i numeri. Primo spunto sul Leberg, a vuoto (Stybar in marcatura); secondo spunto sul Berendries ai -38, ed ecco che qui si è formato un promettentissimo plotoncino di una decina di unità che abbiamo a questo punto l’obbligo di elencare: oltre a Tiesj avevamo Greg Van Avermaet (BMC), tra i primi a rispondere alla sollecitazione, Sonny Colbrelli, Sep Vanmarcke (EF Education First), ancora Stybar e poi Tim Wellens (Lotto), Edward Theuns (Sunweb), Jasper Stuyven (Trek), Yves Lampaert (Quick-Step). Tanta nobiltà, poco accordo: azione destinata a sfumare, e allora Benoot ha tentato un rilancio ai -35 mentre da dietro si susseguivano i rientri sul drappello; è stato ripreso da Theuns e da Scott Thwaites (Dimension Data); e li ha di nuovo staccati sul Valkenberg, decimo dei 10 muri, ai -33.

A questo punto l’azione di Benoot è lievitata, il margine che ha messo insieme sul gruppo ha sfiorato il mezzo minuto, ma se non diremo che il corridore della Lotto è rimasto lì davanti a cuocersi è solo perché, date le temperature prossime allo zero, ciò era fisicamente impossibile. Cionondimeno, il quasi 24enne di Gent ha dovuto arrendersi alla legge di troppe squadre con troppi gregari in gruppo (circa 70 componenti, a 30 km dall’arrivo), e tra BMC, Quick-Step e AG2R, l’obiettivo di rendere inoffensiva quell’offensiva è stato centrato. E il fuoriuscito è stato raggiunto subito dopo il Tenbosse, a 25 km dal traguardo.

 

Sep VanMuurcke, gli italiani e il Rollingstone di Herentals
A questo punto tirava in forze l’Astana, qualcuno continuava a cadere (Michael Matthews ai -18, messo fuori causa da un capitombolo con Ivan García Cortina della Bahrain e Dimitri Claeys della Cofidis), altri si preparavano a sparare il colpo che avevano in canna.

Di quest’ultimo club faceva parte la BMC, che aspettava il Muur e i suoi dintorni per muoversi. Parentesi Muur: che emozione, ogni volta!

A Geraardsbergen, ai piedi della mitologica rampa, i rossoneri hanno sganciato Jempy Drucker, che ha guadagnato un po’ di metri sul gruppo ma in realtà non s’è capito bene cosa avesse in mente (lui o chi per lui), dato che quando si è giunti sul Muur, il lussemburghese è stato risucchiato, e il suo capitano Greg Van Avermaet, benché atteso all’affondo, benché in testa al plotone, non ha fatto proprio nulla. In compenso si è mosso, con bello scatto, Sep Vanmarcke insieme alla sua faccia antica e minerale, e alla sua maglia rosafante della EF Education First.

È inutile star qui a segnalare ogni minimo sorpasso e scarto dei vari protagonisti sul Muur: tanto è salita che alla fine si fa la conta, chi c’è c’è e chi non c’è, si prega ripassare. C’erano: Stybar, davanti a tutti gli altri, all’inseguimento solitario di Vanmarcke; non uno, non due, ma ben tre Astana, Michael Valgren, Oscar Gatto e uno abbastanza pronosticato alla vigilia, Alexey Lutsenko; ovviamente Gregga; in maglia da campione nazionale belga, Oliver Naesen (AG2R); infornata di Italia con Matteo Trentin (Mitchelton), Daniel Oss (Bora) e Sonny Colbrelli (Bahrain); uno che ci strapilla il cuore come solo un tricampione del mondo di ciclocross può fare, parliamo di Wout Van Aert, 23enne che fino a pochi giorni fa era nel fango a contendere a Mathieu Van der Poel traguardi importanti, ma che ora curerà il vecchio progetto di ben figurare anche su strada. Alla prima corsa dell’anno, la sua bella maglia azzurra della Véranda’s Willems-Crelan era lì coi migliori: non si nasce a Herentals per caso, non si diventa Rollingstone per caso.

 

Chi spende troppo, chi fa lo scatto giusto
Non rimaneva che il più pleonastico dei muri, il Bosberg, già il più delle volte pleonastico ai tempi gloriosi della Ronde, figurarsi oggi. Subito dopo il Muur, Stybar aveva ripreso Vanmarcke, ma dopo un paio di chilometri, ai -13, il lavoro degli Astana nel gruppetto aveva portato a un ricongiungimento coi due battistrada. 11 al comando, destinati a diventare 13 ai piedi del Bosberg, visto il rientro di Lukasz Wisniowski (Sky) e Yves Lampaert (Quick-Step), destinati a ritornare 11 dieci metri più avanti, visto che i due poveretti, già in asfissia per l’inseguimento, si s0no ritrovati con le pendenze del citato Bosberg sotto alle ruote proprio nel momento in cui sono rientrati, per cui, in totale afasia, si sono di nuovo staccati. Poi però Wisniowski, dopo il muretto (su cui non è successo niente di rilevante, a parte un accenno di Naesen), è stato ancora superlativo a rientrare per la seconda volta sul drappello.

A questo punto avevamo i 12 destinati a giocarsi la vittoria. Il gruppo, a 10 km dalla fine, distava 34″, e il distacco cresceva ancora ad onta delle trenate del solito Benoot, dietro, che lavorava per Jens Keukeleire.

Non rimaneva che attendere per vedere i classici attacchi e contrattacchi di questi finali. Il primo a muoversi è stato Oscar Gatto agli 8.5 km, Naesen (che ha speso tanto, troppo, per tirare e contenere) e Van Aert hanno operato per ricucire, mentre a centro gruppetto Trentin faceva lo scherzetto a Van Avermaet, piazzandogli un inatteso buco: si  ragionava già in ottica volata, si provava a innervosire o a far spendere energie preziose al rivale più temuto, il bicampione uscente della corsa.

Tra i favoriti, Colbrelli certo non sfigurava, e tra l’altro si è mosso in maniera molto accorta, stando coperto e concedendo trenate di 20 centimetri prima di lasciare il compito al collega di turno. Gatto è stato ripreso rapidamente, poi non è successo niente fino ai 3.5 km (il vento contrario bagnava diverse polveri), allorquando si è mosso un altro Astana, Valgren: ma i tempi non erano ancora maturi, Stybar ha chiuso subito. Ai 2.5 km ci ha provato allora Vanmarcke, ma anche in questo caso Stybar ha chiuso subito. Andare a tamponare un bell’affondo di Sep prosciuga, nel breve, e infatti allo scatto successivo Zdenek non ha più avuto la forza di fare da stopper. E lo scatto in questione, realizzato ai 2 km da Valgren, è stato quello decisivo.

 

Michael Valgren, prima vittoria di grande rilievo
Il danese ha preso un buon margine a tutto turbo, gli altri si sono guardati un po’ troppo, e la recensione della giornata poteva essere già scritta lì. Trentin non ha avuto energie sufficienti per sobbarcarsi l’inseguimento da solo (anche perché aveva Lutsenko alle spalle, pronto a uccellarlo in caso di riavvicinamento al compagno Valgren); Vanmarcke ha tentato un’ultima carta della disperazione poco prima dell’ultimo chilometro, dietro di lui anche Wisniowski si è mosso, ma dietro a quest’ultimo c’era già il gruppo, che aveva approfittato dei fisiologici rallentamenti davanti (fasi di studio-scatta uno-lo prendi-ti fermi-aspetti che scatti un altro…) per piombare su quasi tutti i battistrada.

Valgren ha amministrato alla perfezione le ultime energie che gli restavano, è arrivato al traguardo a braccia alzate, e 12″ dopo sono arrivati tutti gli altri, Wisniowski e Vanmarcke a completare il podio, e il gruppo che li ha presi (ma non superati) proprio sulla linea d’arrivo, con Stuyven a conquistare un platonico quarto posto davanti a Gilbert, Theuns, Bert Van Lerberghe (Cofidis), Colbrelli (ottavo), Démare e Marcus Burghardt (Bora).

Si dice che chi vince la Omloop Het Nieuwsblad poi non possa vincere nello stesso anno il Giro delle Fiandre. A dirlo è proprio la storia, che, a spulciare gli albi d’oro anno per anno, non restituisce nemmeno un caso in cui tale doppietta si sia verificata. È piuttosto presto per prevedere se Valgren possa ambire a cancellare questo tabù; ma di sicuro da oggi le classiche dei muri e del pavé hanno un nuovo personaggio su cui poter contare.

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