Geraint Thomas prima della partenza dell'ultima tappa del Tour de France © ASO
Geraint Thomas prima della partenza dell'ultima tappa del Tour de France © ASO

Tour 2018, il bilancio rimane negativo

Ripercorriamo la Grande Boucle: Thomas vincitore con merito, quanti rimpianti per Nibali!

Il 105° Tour de France è appena concluso, ma la prima sensazione è che mai come quest’anno la corsa non potrà essere ricordata per le sue imprese sportive: durante i 21 giorni di gara abbiamo sì assistito a qualche bel gesto tecnico, ma a fare notizia è stato soprattutto altro che con la corsa non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare; impossibile quindi non sentire un retrogusto amaro in questo epilogo parigino.

Ma come poteva essere altrimenti se già alla vigilia del via dalla Vandea l’attenzione non era certo puntata sull’aspetto sportivo? Il viaggio era iniziato infatti con il tentativo fatto da ASO di escludere Chris Froome visto il protrarsi della vicenda salbutamolo alla scorso Vuelta a España, con le relative polemiche che poi sono state rinvigorite dalla successiva notizia dell’assoluzione da parte di UCI e WADA del corridore britannico. Non era certo questo il miglior modo per iniziare la corsa a tappe più importante al mondo e poi lo si è visto: per tutte le tre settimane di gara l’uomo simbolo del Team Sky ha dovuto fare i conti con fischi, insulti, a volte addirittura spintoni da parte di quei tifosi anche ancora una volta si sono sentiti traditi nella loro passione e che si sono riversati solo sulle strade per contestare la corazzata britannica e non per godere del passaggio della corsa.

I tifosi poco indisciplinati sono stati purtroppo una delle note più dolenti di questi Tour de France, assieme alle grosse carenze sia da parte dell’organizzazione che da parte della gendarmeria francese: dalla guerra ai fumogeni iniziata quando ormai era troppo tardi, alla polizia che abbatte Froome scambiadolo per un amatore qualsiasi o che finisce con bloccare la corsa per almeno un quarto d’ora dopo aver utilizzato spray urticante per disperdere un manipolo di manifestati proprio in concomitanza del transito del gruppo. E questo solo per citare gli episodi più gravi.

Che rimpianti per Vincenzo Nibali!
Per noi appassionati italiani il Tour de France 2018 è anche e soprattutto la corsa dei rimpianti. L’Alpe d’Huez, un restringimento della carreggiata, i fumogeni, due moto che sono dove non devono essere, le transenne oltrepassati dai tifosi e quel cinturino di una macchina fotografia che va ad agganciarsi proprio al manubrio di Vincenzo Nibali: quella caduta grida vendetta e acuisce quel senso di amarezza che ci ha lasciato questa edizione della Grande Boucle. Come si fa a non pensare a cosa sarebbe potuto succedere con Vincenzo Nibali in gara, sia nel finale di quella tappa di grande prestigio, sia soprattutto nell’ultima settimana sui Pirenei e in quell’ultima tappa con Tourmalet e Aubisque che con il senno di poi sarebbe stata perfetta per lui?

Il Tour de France del capitano della Bahrain-Merida era iniziato bene guadagnando subito qualcosa su alcuni rivali nella prima tappa, poi una cronosquadre non eccelsa, qualche difficoltà a La Rosière ma una classifica generale che in quel momento lo vedeva in quarta posizione a 2’14” da Geraint Thomas: ma nella tappa dell’Alpe d’Huez, una frazione lunga e con molte salite come piace a lui, la gamba di Vincenzo Nibali sembra ottima, forse migliore di quella di molti suoi rivali diretti. Al momento della caduta Nibali stava seguendo una violenta accelerazione di Chris Froome e lo sta facendo con apparente facilità: poi un attimo il sogno è diventato un incubo.

Ma anche lì, con lo straordinario recupero fino a chiudere a soli 13″ da Geraint Thomas senza alcun tipo di aiuto, Vincenzo ha dimostrato che la condizione migliore era arrivata: e allora chissà come sarebbe andata più avanti, con l’accumularsi della fatica e con una Bahrain-Merida che nelle ultime tappe di montagna si è mostrata all’altezza di un leader dalle grandi ambizioni; podio o non podio, una cosa è sicura, con Nibali in gara non ci saremmo annoiati.

Geraint Thomas, ha vinto il più forte
Anche il miglior Vincenzo Nibali, in questo Tour de France poco o nulla avrebbe potuto contro lo strapotere del Team Sky che ha fatto sua la corsa per la sesta volta in sette anni: tutti si aspettavano l’ennesima perla di Chris Froome che aveva lanciato una sfida alla storia con la caccia alla doppietta Giro-Tour che mancava da 20 anni esatti ed il tentativo di vincere il quarto Grande Giro consecutivo, ed invece è sbucato fuori l’uomo che nessuno si aspettava, il gallese Geraint Thomas. Questa è una altra vittoria costruita in casa da Dave Brailsford e soci con un progetto partito diverse stagioni fa: come Wiggins, infatti, Thomas ha un passato da ottimo pistard con ori olimpici e mondiali, poi ha lentamente iniziato la propria evoluzione in uomo da corse a tappe iniziando a vincere prima un Giro di Baviera, poi anno dopo anno ha conquistato la Volta ao Algarve, la Parigi-Nizza, il Tour of the Alps ed il Critérium du Dauphiné.

Quello che sempre era mancata a Geraint Thomas prima della stagione 2018 era la tenuta sulle tre settimane di corsa: nel 2015 era crollato nelle ultime due tappe alpine, complice anche una caduta precedente, quando si trovava a ridosso del podio, l’anno scorso altre due cadute l’avevano buttato fuori prima dal Giro d’Italia, poi dal Tour de France; fatto sta che prima di questo Tour de France, Thomas aveva solo due quindicesimi posti come migliori prestazioni. A 32 anni, stessa età a cui Wiggins ha vinto il suo unico Tour per continuare i paragoni, è arrivata l’annata giusta per il corridore gallese che fin dalla prima settimana ha iniziato a mettere secondi tra sé e tutti gli altri.

Sulle Alpi un grande show con due vittorie di tappe e la conquista della maglia gialla, ma anche a quel punto più d’uno faceva ancora fatica a credere in una sua possibile vittorie: “prima o poi crolla” si diceva, “Froome è il vero capitano” si diceva, ma alla fine chi è calato di rendimento è stato proprio Chris, mentre Geraint è stato solidissimo in tutte le tappe decisive, mai ha mostrato il benché minimo segno di cedimento e anche nella cronometro finale è sembrato il più forte finché non ha deciso di alzare un po’ il piede nell’ultimo tratto per non rischiare di compromettere tutto con una salita. Insomma, per quello che si è visto Geraint Thomas è stato il giusto vincitore di questo Tour de France: vedremo se resterà un’exploit isolato o se questo successo lo lancerà in una nuova dimensione, ed in caso sarà interessante vedere come la Sky gestirà le ambizioni di due corridori come Froome e questo Thomas.

La doppietta Giro-Tour era vicinissima
Questo Tour de France è stato anche il teatro dell’ennesimo tentativo fallito di realizzare una doppietta vincente dopo essersi imposti al Giro d’Italia: Chris Froome infatti non ce l’ha fatta e non solo perché ha trovato un compagno di squadra che è andato più forte di lui. Ma a distanza di 20 anni dall’impresa di Marco Pantani, mai la doppietta era sembrata possibile quanto quest’anno: Froome, pur accusando qualche difficoltà nelle ultime salite pirenaiche, è riuscito a salvarsi ed a concludere la corsa in terza posizione. Da un certo punto di vista, ancor più notevole è stata la prestazione di Tom Dumoulin: secondo in Italia a soli 46″ da Froome, secondo anche in Francia con un ritardo di 1’51” da Geraint Thomas di cui 1’10” persi per una sfortunata foratura (e relativa penalizzazione) nella tappa di Mûr de Bretagne.

L’impressione è che con un pizzico di fortuna in più, per Tom Dumoulin questo potesse essere l’anno buono: al Giro d’Italia l’esito poteva essere molto diverso cambiato solo una piccola variabile nella tappa del Colle delle Finestre, dal ruolo di Sébastien Reichenbach alle difficoltà di Domenico Pozzovivo che avrebbe potuto essere un alleato prezioso, e anche qui in Francia senza il forfait dell’ultimo minimo di un potenziale ottimo aiutante come Wilco Kelderman qualcosa poteva andare diversamente. Lo stesso vale anche per Chris Froome: se l’obiettivo del Team Sky fosse stato di vincere il Tour con lui, e non vincerlo e basta, anche con le difficoltà degli ultimi giorni ci sarebbe potuta essere una strategia per favorirlo.

Era dal 1994 che due corridori sul podio al Giro d’Italia non erano tra i migliori tre anche al Tour de France, ma per quanto riguarda la doppietta Giro-Tour purtroppo toccherà aspettare ancora: Tom Dumoulin non ha ancora vinto un Tour in carriera e ha già annunciato che il prossimo anno punterà tutto proprio sulla Grande Boucle, Chris Froome invece il prossimo maggio compirà 34 anni e potrebbe quindi avere l’ultima occasione per vincere il suo quinto Tour e raggiungere quindi Anquetil, Hinault, Indurain e Merckx. Magari in futuro potrebbero essere Primoz Roglic ed Egan Bernal a lanciarsi nella sfida della doppietta: lo sloveno ed il colombiano sono andati forte per tutta la stagione ma hanno dimostrato qui di poter essere fantastici protagonisti anche lungo le tre settimane di gara ed in futuro aspettiamoceli spesso a volentieri a lottare ai piani alti della classifica generale.

Gaviria, Groenewegen e Sagan i re degli sprint
Sul fronte dei velocisti, il Tour de France ha confermato il ricambio generazionale in atto già da tempo: Mark Cavendish sembra un lontanissimo parente di quello che solo due anni fa era stato capace di conquistare ben quattro successi di tappa, ma il tempo passa anche per André Greipel che a 36 anni non sembra più avere lo spunto dei vincente dei giorni migliori pur avendo guadagnato qualcosa in termini di resistenza. Poi c’è il caso di Marcel Kittel che la velocità ce l’ha ancora e ogni tanto si vede, ma che sistematicamente si perde negli ultimi chilometri: è tutta la stagione che va così ed i tecnici della Katusha si sono anche stufati di alcuni suoi atteggiamenti; per lui al massimo è arrivato un terzo posto.

Il presente ed il futuro è nelle mani di Fernando Gaviria e Dylan Groenewegen che hanno chiuso con due vittorie a testa nelle prime quattro volate pure di questa edizione: il colombiano della Quick-Step Floors è forte, talentuoso e in più ha il supporto di una squadra organizzata alla perfezione che spesso e volentieri lo mette nelle condizioni di rendere al meglio; l’olandese del Team LottoNL-Jumbo invece sembra essere potenza pura, forse il migliore di tutti in termini di velocità massima, ma dovendosi arrangiare con meno compagni a disposizione non sempre riesce a trovare il posizionamento giusto.

Tutti i velocisti citati in precedenza hanno concluso il loro Tour de France con netto anticipo: Cavendish e Kittel sono andati fuori tempo massimo nell’undicesima tappa con arrivo a La Rosière, si sono arresi invece il giorno successivo Gaviria, Greipel e Groenewegen; addio anticipato anche per Michael Matthews che è durato solo quattro giorni. Chi è arrivato a Parigi invece è stato Peter Sagan che ha vinto le tappe di La Roche-sur-Yon e Quimper ipotecando la sua sesta maglia verde con quasi sei tappe di anticipo: non c’è stata partita perché oltre ai successi e ai piazzamenti, come sempre, lo slovacco della Bora è andato a prendersi punti anche grazie alle fuga in tappe non proprio per lui.

Nel finale Sagan se l’è vista brutta per una caduta nella minitappe del Col du Portet, ma pur soffrendo a Parigi ci è arrivato e ha assistito ai successi prima di Arnaud Démare e poi del campione europeo Alexander Kristoff, che ottengono entrambi una bella soddisfazione ma solo nel momento in cui la concorrenza è calata a livello numerico. Dietro alla vittoria del francese della Groupama-FDJ c’è stata anche qualche piccola polemica per presunti aiuti a superare le tappe di montagna, la UAE Team Emirates invece ha chiuso in bellezza trionfando sui Campi Elisi e portando sul podio finale anche Daniel Martin, premiato come Supercombattivo del Tour de France.

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