Philippe Gilbert batte Nils Politt e vince la Parigi-Roubaix 2019 © Getty Images
Philippe Gilbert batte Nils Politt e vince la Parigi-Roubaix 2019 © Getty Images

Lo vogliamo usare il termine leggenda?

Un monumentale Philippe Gilbert vince la Parigi-Roubaix battendo un generosissimo Nils Politt. Sagan cresce ma non basta, Lampaert prezioso, Van Aert sciala, Italia assente… e questa corsa è sempre magica

Davvero abbiamo ancora la necessità di dire qualcosa su Philippe Gilbert? Un uomo che ha vissuto la vita che tutti noi avremmo voluto vivere, davvero. È un buono, sempre positivo e sorridente, e con questa sua attitudine alla serenità ha vinto le corse più belle, e le più belle tra le più belle le ha conquistate in età avanzata, con tutto quel portato di consapevolezza e autocoscienza che gli avrà reso ancor più dolce il trionfare. Trionfare al Giro delle Fiandre, nel 2017, 34enne; trionfare, oggi, nella Parigi-Roubaix, a 36 anni, a un’età in cui potrebbe pure non voler più chiedere altro al ciclismo.

E se quello di due anni fa fu il successo più bello, esteticamente, quello di oggi è senz’altro il più sospirato, ottenuto nella corsa più amata e voluta, e a un punto della carriera in cui sempre meno persone credevano potesse riuscirci. Ma lui continua, ostinato, nel suo progetto “Strive for five”, nel senso che le Monumento le vuole tutte e cinque e ora gliene manca solo una, giusto quella Sanremo che pure andò vicinissimo a vincere in giovane età (fu due volte terzo). Qualcuno di sicuro lo considerava un illuso, nei mesi scorsi, quando Philippe continuava a far circolare quest’hashtag: oggi, stasera, saranno molti di meno gli scettici.

Su Gilbert poi approfondiamo ulteriormente a parte, qui concentriamoci su una Roubaix che come ogni volta ci innamora e ci lascia spossati, una corsa che davvero più esaltante non potrebbe essere, e il cui mito si autoalimenta anno dopo anno, anche in edizioni atipiche come quella a cui abbiamo assistito oggi, edizioni in cui in ogni caso lo spettacolo trionfa indubitabilmente. Li si vedono in tante gare, i migliori, battagliare per 70 chilometri? Oggi proprio questo abbiamo visto.

E abbiamo visto rifiorire corridori che qualche giorno fa parevano quasi appassiti, e Gilbert è proprio uno di questi, debilitato da un virus alla vigilia del Fiandre, straordinario oggi; e abbiamo visto giovani sbocciare definitivamente, è il caso di Nils Politt, splendido secondo a proseguire una progressione di piazzamenti (27esimo nel 2017, settimo nel 2018) che condurrà, prima o poi ma inevitabilmente, al gradino più alto di quel podio magico; e abbiamo visto gregari magnifici che potrebbero vincere, se solo fossero più liberi (vedi alla voce Yves Lampaert), e capitani gloriosi che lo rifaranno presto (il vincere, intendiamo: Peter, non è che alla Liegi fai lo scherzetto?), e protagonisti impegnati ad arricchire la personale epopea di alti e soprattutto bassi (Vanmarcke, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo), e mille situazioni di corsa che ci avvincono e che al ciclismo ci avvinghiano sempre di più: come restare insensibili, ad esempio, a quanto realizzato oggi da un Wout Van Aert?

L’unica pecca, per il pubblico italiano, è che stavolta, al contrario di quanto avvenuto sette giorni fa al Fiandre, siamo del tutto mancati, coi nostri uomini migliori che si sono visti a tratti ma non troppo, e quando si son visti erano o impicciati in problematiche varie (le forature di Matteo Trentin), o attivati con tempistiche rivedibili (gli allunghi di Davide Ballerini). Diciamo che durano ancora gli effetti della sbornia di Bettiol, per gli aficionados italiani. E guardiamo oltre, alla nuova tornata di gare che avranno altri protagonisti, a partire dai prossimi giorni.

Altri protagonisti (ma qualcuno in realtà lo ritroveremo) per altre gare, perché queste nostre amatissime corse del pavé si chiudono qui, così, con questa magica affermazione di Gilbert, e con tanti arrivederci al 2020. Appena finite, già lasciano una voragine così nei nostri cuori…

 

Quella strana Roubaix senza fughe…
Sarà il vento contrario, sarà che alcune Parigi-Roubaix nascono così, fatto sta che l’edizione 2019 della Regina delle classiche non ha avuto neanche una fuga degna di tal definizione, e ha proceduto in condizione di gruppo compatto per gran parte dei chilometri che separavano il via dai primi settori di pavé. Non che siano mancati i tentativi, ma nessuno a prova di notes. Non che sia mancata un po’ di selezione, ma dettata sin da subito da cadute e noie meccaniche.

Comunque intorno al km 90 uno scossone l’abbiamo avuto, e pure bello grosso: il Settore 29, primo della serie, era dietro l’angolo, e si è avvantaggiato un drappello di 9 uomini, presto supportato e integrato da un secondo gruppetto, a formare un’azione di 24 che certo prometteva abbastanza, se non fosse che alcune squadre rimaste fuori dal tentativo hanno lavorato (a un certo punto anche abbastanza alacremente) per ripristinare lo status quo, e ci sono effettivamente riuscite.

Le squadre che hanno operato per ricucire erano Sky, UAE Emirates, ma soprattutto Jumbo-Visma e Bahrain-Merida; l’azione è durata circa 50 km, ed è sfumata a 120 dalla fine (in totale erano 257 i chilometri della corsa) dopo aver avuto al massimo una cinquantina di secondi di margine. L’elenco dei 24 – sappiamo che tanti di voi sono (come chi scrive) amabili ciclonerd appassionati di queste cose – lo mettiamo qui in fondo al capitolo, così chi non è interessato può saltare facilmente al prossimo titoletto: Yves Lampaert e Tim Declercq (Deceuninck-Quick Step), Kris Boeckmans (Vital Concept-B&B Hotels), Jorge Arcas (Movistar), Reinardt Janse Van Rensburg (Dimension Data), Nils Politt e Marco Haller (Katusha-Alpecin), Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), Damien Gaudin e Adrien Petit (Total-Direct Énergie), Matti Breschel (EF Education First), Michael Van Staeyen (Roompot-Charles), Stefan Küng (Groupama-FDJ), Frederik Frison (Lotto Soudal), Edward Theuns (Trek-Segafredo), Michael Schär e Kamil Gradek (CCC), Frederik Backaert (Wanty-Groupe Gobert), Maciej Bodnar (Bora-Hansgrohe), Alexis Gougeard (AG2R La Mondiale), Kenneth Vanbilsen (Cofidis), Cees Bol (Sunweb), Davide Ballerini (Astana) e Pascal Eenkhoorn (Jumbo).

 

Le peripezie di Van Aert
Diversi dei 24 si sono staccati presto, per esempio Eenkhoorn già sul Settore 28 (ecco perché la Jumbo ha poi potuto lavorare dietro), Trentin per foratura sul 27, e altri per problemi vari qua e là. Ma come abbiamo già anticipato, quest’azione – nonostante diversi bei nomi al suo interno, e quanto belli fossero alcuni di questi lo scopriremo dopo – era destinata a sfumare.

Tra i vari protagonisti alle prese con guai meccanici, come non citare Peter Sagan (Bora), Oliver Naesen (AG2R), Alexander Kristoff (UAE), quest’ultimo alle prese con una tripletta di forature, nonché Tiesj Benoot (Lotto) e Philippe Gilbert (Deceuninck)? Comunque tutti costoro son riusciti a riunirsi coi primi, a parte Kristoff che ha definitivamente salutato i sogni di gloria.

Oltre a forature e quant’altro, anche tante cadute, come al solito: da menzionare quelle occorse a Taco Van der Hoorn (Jumbo), Daniel Oss (Bora), Iljo Keisse (Deceuninck), Matej Mohoric (Bahrain). Ridendo e scherzando, cadendo e forando, si è giunti ad Arenberg, il tratto di pavé (Settore 19) che a 95 km dal traguardo apriva le fasi decisive della Roubaix.

Greg Van Avermaet (CCC) l’ha preso in testa con gran vigore, poi è scattato in contropiede Stijn Vandenbergh (AG2R), e nel frattempo una sbandata di Sagan ha mandato per prati Wout Van Aert (Jumbo), il quale si è ritrovato col cambio bloccato, e sbalzato indietro non solo di molte posizioni, ma pure di molti secondi: il RollingStone di Herentals è uscito da Arenberg con 40″ di ritardo da Vandenbergh, e su una bici non sua (quella di Eenkhoorn).

Il battistrada (Vandenbergh) ha capito che da solo non sarebbe andato lontano e si è rialzato ai -90, poco prima del Settore 18 (quello di Pont Gibus), un tratto su cui Van Aert ha fatto i numeri saltellando tra un’ammiraglia e l’altra e rimettendosi di fatto in scia al gruppo. Era finalmente tempo di cambiare bici e riprendere la propria, switch operato ai -85, però forse al buon Wout conveniva restare con l’altra bicicletta, dato che non appena si è rimesso sulla sua è scivolato come un asino in un’ampia curva, e a questo punto il ritardo dal plotone era di nuovo consistente, superiore al minuto.

 

Parte da lontano la luminosa azione buona di Gilbert e Politt
Bisogna dire grazie all’innocua iella di WVA, perché proprio per questo abbiamo potuto bearci di un altro po’ di spettacolo, col fiammingo che continuava la sua guida spericolata tra le ammiraglie, sul lunghissimo pavé di Hornaing-Wandignies (Settore 17 ai -80). Purtroppo Wout è stato più tardi (sul Settore 16 ai -75) indirettamente coinvolto in un incidente che ha avuto come vittima Benoot: il non aerodinamico Tiesj aveva ri-forato, e si trovava proprio con Van Aert quando ha tamponato l’ammiraglia Jumbo, sfondandone il lunotto posteriore e provocandosi sanguinose ferite e una frattura alla clavicola destra che l’ha obbligato al ritiro, in lacrime. Wout invece ha proseguito convinto, completando di nuovo l’inseguimento quando i contachilometri segnavano -71 al traguardo. Qualcuno pensò: ha finito qui le sue energie, il crossista? Non proprio, guys.

Sul Settore 17 si era avvantaggiato un quartetto, con Nathan Van Hooydonck (CCC), Anthony Turgis (Total), Cyril Lemoine (Cofidis) e Wesley Kreder (Wanty), e costui aveva poi staccato gli altri tre sul Settore 16 per cui la situazione, a 70 dalla fine, vedeva proprio Kreder solo al comando con pochi secondi sul plotone dei migliori, ridotto dalle mille vicissitudini della corsa a una cinquantina di unità.

Sul Settore 15, da Tilloy a Sars-et-Rosières, ai -69 uno degli snodi principali della Roubaix 2019: da codesto gruppo sono emersi Rüdiger Selig (Bora), Nils Politt (Katusha) e Philippe Gilbert (Deceuninck). Ai -66 i tre erano su Kreder, ai -65 l’avevano già mollato, più che altro perché si era giunti al Settore 14 e Gilbert stava già tirando il collo ai suoi amici in fuga. Il gruppo era tirato dalla Trek-Segafredo che provava a chiudere quei 15″ di gap, e nelle prime posizioni faceva pure bella mostra di sé la maglia di campione slovacco indossata da Peter Sagan: l’impressione destata dal capitano Bora era decisamente migliore rispetto alla versione mandata in scena 7 giorni fa al Fiandre.

Sul pavé di Orchies, Settore 13 ai -60, il plotone è stato attraversato da grandi correnti di pensiero e soprattutto di azione, si è mosso Luke Rowe (Sky) ma non ha fatto la differenza; invece poco dopo, ai -56, è andato al contrattacco Mister Sette Vite Wout, esatto, proprio quello che ti saresti aspettato di trovare esanime prima o poi, aveva invece ancora energie da scialare. La chiamata alle armi di WVA ha trovato risposte fertili in Iván García Cortina (Bahrain), Marc Sarreau (Groupama), Christophe Laporte (Cofidis), e soprattutto in Peter Sagan, Yves Lampaert e Sep Vanmarcke (EF): grossi nomi, e la conferma – per lo slovacco – di una giornata positiva.

Conferma confermata (…) dalle belle trenate che Peter ha dato sul pavé di Bersée, Settore 12 ai -54; dal terzetto di testa si rialzava Selig, subito pronto a dare un tangibile contributo al drappello di capitan Sagan, per contribuire allo scavo di un solco rispetto al gruppo in cui Van Avermaet si mangiava le mani per non aver avuto gambe (o lungimiranza) per accodarsi a quel trenino che metro dopo metro assumeva sempre più i connotati di “quello buono”.

 

Ma nella lotta per la vittoria c’è anche Peter Sagan!
A 50 km dalla fine la situazione andava delineandosi in maniera piuttosto chiara: al comando c’era tutto solo Philippe Gilbert, che aveva da poco staccato Politt, in un saggio di forza e sfrontatezza che sarebbe rimasto fine a se stesso, almeno in questo frangente; a 10″ dal Vallone Aerostatico il drappello di Sagan, Van Aert, Lampaert e Vanmarcke, con Laporte, Sarreau e Politt al gancio, e ormai privo della presenza di Selig (che aveva dato tutto) e García Cortina (foratura!); a 25″, poi, il gruppo da cui tentava di evadere (troppo tardi) Davide Ballerini, e in cui i Deceuninck (Zdenek Stybar su tutti) si spendevano nell’antica arte dello stopperaggio.

A 48 km dalla fine il drappello di Sagan ha ripreso Gilbert e tutti insieme si è entrati su un altro dei tratti di pavé più duri e significativi, quello di Mons-en-Pévèle. Qui subito il grano si separò dal loglio, Laporte e poi Sarreau si sono staccati, Lampaert dava trenate paurose, Politt resisteva trovando nuove energie diesel una volta superati i 200 km di gara, e Sagan-Gilbert-Vanmarcke-Van Aert incominciavano a vestire, agli occhi di tutti, i panni di favoriti di giornata certificati, dato che il margine sul gruppo cresceva e, si sa come vanno le cose in queste corse, in tanti abbiamo presto capito che questi non sarebbero più stati ripresi. Tantopiù che il gruppo si ritrovava sempre più esiguo numericamente, settore dopo settore. Da sottolineare una grande morìa (agonistica) degli italiani, destinati a una giornata sottotono dopo il trionfo di Bettiol al Fiandre. Giusto Van Avermaet si dibatteva, ma era il dibattersi del pesce nella rete, velleitario e destinato a non risolver nulla.

I cinque tratti in pavé di questa fase, tra i -40 e i -20, sono stati passati in cavalleria, dato che sia davanti che dietro si demandava tutto al Carrefour de l’Arbre. La situazione dei battistrada era ottima, la collaborazione buona e il margine sugli inseguitori continuava a crescere, fino a raggiungere il minuto. Quanto a quelli dietro, no way direbbero gli inglesi.

A 23 km dalla fine, nuova punturina di spillo di Gilbert, che ha provato a sorprendere tutti sull’asfalto, dando luogo a un’ennesima svolta, dato che sulle prime solo Sagan e Politt son riusciti ad accodarsi. Lampaert correttamente faceva da stopper nei confronti degli altri due, poi in ammiraglia Deceuninck devono aver pensato che fosse rischioso lasciar andare Gilbert con Sagan, e che fosse meglio conservare la superiorità numerica, sicché da bravo soldatino l’inesauribile Yves si è rimesso le giberne in spalla ed è ripartito, tenuto dal solo Vanmarcke: si chiudeva qui, a 21 km dal traguardo, la grande tregendosa giornata di Van Aert, che da lì alla fine avrebbe solo perso terreno nei confronti di chiunque. Esausto, avrebbe chiuso 22esimo, a 1’42” dal vincitore.

Ma non le avevamo ancora viste tutte: ci mancava l’allungo dal gruppo di Evaldas Siskevicius (Delko Marseille Provence); il lituano un anno fa era arrivato più che ultimo a un’ora da Sagan, dopo esser salito pure su un carro attrezzi per recuperare una ruota dopo una foratura (la bizzarra vicenda la narrammo dettagliatamente qui); stavolta ha voluto a suo modo riscattarsi, e a 20 dalla conclusione è scattato, inseguendo il sogno – tangibile – di una top ten.

 

Politt e Gilbert fanno il vuoto dove non te l’aspetti
Ma torniamo a chi guidava la corsa: sul Camphin-en-Pévèle, duro tratto ai -19, Gilbert ha di nuovo forzato, causando il mal di testa a Politt mentre Sagan chiudeva con apparente agevolezza. Il rallentamento successivo all’attacco di Philippe ha permesso a Lampaert e Vanmarcke (che non erano comunque lontani) di chiudere il gap, e il drappello è diventato a 5. Lampaert subito s’è messo a disposizione, del resto si era capito che la gamba a Gilbert scappava, e il Carrefour era ormai dietro l’angolo.

Ai -17 si è entrati nel Settore 4, appunto il Carrefour de l’Arbre. Lampaert ha tolto il fiato a tutti, Gilbert ci ha riprovato e di nuovo Peter ha chiuso, lui sì ma gli altri no: son rientrati, alla spicciolata (per ultimo Lampaert) dopo il Carrefour, che di fatto non è risultato decisivo ai fini dell’ordine d’arrivo. Di sicuro lo è stato, decisivo, per le tossine lasciate nelle gambe dei protagonisti. Tossine che puntualmente hanno fatto la propria parte sul successivo pavé, incomparabilmente più facile rispetto al CdlA, eppure per una volta determinante.

Parliamo del tratto di Gruson, a 14 dalla fine. Dopo tanto affannarsi di Gilbert, è stato Politt stavolta a piazzare l’allunghetto; e Philippe subito si è tuffato sul tedesco, e quando ci aspettavamo che anche gli altri avrebbero fatto la medesima cosa ci siamo resi conto che Sagan aveva finito gli argomenti: staccato, inesorabilmente!

Lampaert ovviamente non avrebbe più tirato un metro, quindi toccava al generoso Sep trascinare i vagoncini fino a un nuovo eventuale ricongiungimento. Ma bisognava fare i conti con la vanmarckata del giorno, e anzi già che al Fiandre non fosse successo nulla di spiacevole al Paperino del ciclismo fiammingo, e che la Roubaix volgesse al termine senza intoppi per lui, dev’essere stato un piccolo record all time. E allora, puntuale, la noia meccanica che non ti aspetti ha sgonfiato ambizioni e motivazioni del corridore EF ai -13; e con le sue, pure quelle di Sagan, trovatosi solo nella metaforica tormenta. Quando Vanmarcke ha risolto i propri problemi al deragliatore del suo cambio, il distacco da Gilbert e Politt era già prossimo ai 30″, e alla fine mancavano 9 chilometri, e insomma il finale l’avete già capito tutti: nessuno sarebbe più rientrato su nessuno.

 

Volata senza storia, Gilbert imbattibile, Deceuninck dominante
Gli ultimi due settori di pavé non hanno mutato le cose, anche se sul tratto di Hem, ai -8, Gilbert ha tentato di staccare un Politt che ormai non avrebbe più mollato. Una volta che il margine dai primi era di assoluta sicurezza (superiore ai 40″), Lampaert, che ne aveva davvero tantissima, ha mollato Sagan e Vanmarcke e si è involato solo soletto verso il bronzino di giornata: a suo modo, 6 chilometri di gran gloria e soddisfazione per lui, nell’attesa che Philippe coronasse la giornata Deceuninck col risultato più atteso e scontato.

Politt, nemmen fermo in volata e pure con esperienze pregresse in pista (che potevano tornare buone in un epilogo in velodromo), non ha fatto mancare la propria collaborazione a Gilbert che si sentiva con buone ragioni il favorito assoluto nello sprint a due col giovane collega. Bisogna dire che la prospettiva di una piazza d’onore alla Roubaix, centrata all’età di 25 anni e quindi con la certezza di potersi giocare tante di queste corse nel prossimo decennio, potrebbe aver un po’ fiaccato l’animus pugnandi di Politt, che magari in altri contesti avrebbe potuto essere più severo ma giusto con il titolato collega.

Invece Nilsone ha accettato di buon grado il ruolo dello sparring partner, è entrato in testa nel Vélodrome e la volata l’ha presa lui davanti, restando a fendere l’aria al vallone fino all’ultima curva. Qui Gilbert ha deciso che non era più tempo di titubare, e con cattiveria si è tuffato dalla balaustra verso il centro della pista, dando subito due biciclette a Politt e tenendo quel vantaggio fino alla sospiratissima linea d’arrivo, raggiunta la quale si è potuto lanciare in una delle esultanze più sentite della sua vita.

Nel bailamme del velodromo, con campanelle che suonavano ora per questo ora per quel gruppetto a segnalare l’ultimo giro da coprire sull’anello, e corridori sparsi un po’ ovunque, abbiamo fatto in tempo a veder comparire poco dopo, alle spalle di un gruppetto che in realtà gli stava dietro, esultando contemporaneamente a Gilbert, anche Lampaert, felice per questo primo podio in una corsa tanto importante.

Yves ha chiuso a 13″ da Gilbert e Politt, poi a 40″ Vanmarcke si è preso il quarto posto, staccando addirittura un Sagan scarichissimo (quinto e cronometrato a 42″), quindi il gruppetto successivo è giunto a 47″ con Florian Sénéchal a vincere la volatina e a integrare la presenza Deceuninck in top ten: sesto lui, ottavo Stybar; in mezzo, Mike Teunissen (Jumbo), poi Siskevicius al nono posto (ripreso dopo il precedente scatto, ma bravo a sprintare nei 10!) e Sebastian Langeveld (EF) al decimo, davanti a Küng, Van Avermaet e Naesen a chiudere il drappello. Primo italiano al traguardo, Davide Ballerini, solo 31esimo a 4’25”, in una Parigi-Roubaix risultata alla fine durissima, conclusa da 100 corridori (ultimo Filippo Fortin della Cofidis a 27’17”, penultimo Edoardo Affini della Mitchelton a 24’12”; per l’Italia all’arrivo anche Trentin, 43esimo a 10’20”, e Gianni Moscon della Sky, 84esimo a 15’51”), con diversi uomini andati fuori tempo massimo, tra i quali Joseph Areruya (Delko), primo africano subsahariano in gara nell’Inferno del Nord: gli andrà meglio al prossimo tentativo.

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