Richard Carapaz © LaPresse
Richard Carapaz © LaPresse

La rubrica pensieRosa #14 – Figlio di un continente

Pillole di Giro 2019 in libertà: il Sudamerica che si stringe intorno ai suoi eroi, la neve che stringe il Gavia in una morsa insuperabile

I promossi della Saint Vincent-Courmayeur
La Locomotora del Carchi è un soprannome abbastanza stentoreo e al contempo pittoresco per non piacerci subito. Con esso, promuoviamo anche il suo degno portatore, Richard Carapaz, nuovo padrone del Giro. Voti alti per un tignoso Simon Yates che ha inseguito per gran parte della tappa ma che alla fine è riuscito a trovare lo spunto per anticipare gli altri big (Carapaz escluso). E promossissimo anche Damiano Caruso, gregario magnifico e mai domo, sempre pronto a rifarsi sotto per dare un altro po’ di mano a capitan Nibali.

Non rimandare domani chi puoi rimandare oggi
Ilnur Zakarin ha speso tutto ieri, praticamente, e oggi non gli rimaneva altro che far gruppetto (uno dei tanti) cercando di salvare il salvabile. È rotolato giù, lontano dai primi posti, anche se non dalla top ten, nella quale potrà agevolmente rientrare se conosciamo un minimo i cicli dei GT. Sam Oomen si è proprio ritirato, ma non era cosa, era partito per spirito di servizio, ma non era in gran condizione, poi ha perso strada facendo il capitano, e lui pure s’è perso abbastanza. Un Giro da incubo per la Sunweb. Rimandiamo infine Bob Jungels, altre 5 posizioni perse in classifica (ora è 26esimo): che gli passava in mente quando si è convinto di poter fare una buona classifica quest’anno?

La non-unità politica del Sudamerica
Una delle cose che saltano all’occhio quando ci si accosta all’America Latina è come quei popoli, divisi da confini e certo da abitudini, da politiche e problemi diversi tra un paese e l’altro, e pure da rivalità che possono affiorare qua o là, al fondo di tutto sentano una forte radice comune, e spesso non fatica a venir fuori un senso di appartenenza transnazionale, verrebbe da dire continentale. Certo la lingua comune (quasi ovunque) aiuta molto in tal senso, però emoziona lo stesso notare come ad esempio oggi per la vittoria e la maglia rosa di Carapaz non abbiano esultato solo gli appassionati ecuadoriani, ma anche quelli dei paesi vicini, i colombiani come i venezuelani, i costaricani come i peruviani. Insomma una festa per tutti. A ben vedere, non era neanche una gioia riservata agli appassionati di ciclismo, ma un sentimento che ha travalicato i ristretti margini sportivi. Domani in Europa si vota: c’è chi ha l’unità politica ma non quella dei popoli; altrove c’è chi ha l’unità dei popoli e non quella politica. Che mondo bizzarro.

Il Giro degli altri
Solitamente è uno dei suoi obiettivi, in tutti i GT a cui partecipa; stavolta la Movistar la sta accompagnando anche a grandi risultati individuali, fatto sta che la classifica a squadre resta un must per il team spagnolo. Un vero e proprio dominio, un vantaggio che al momento ammonta a 27’37” sulla EF seconda e a 31’18” sulla Bahrain terza: e manca ancora una settimana di Giro. Tutte le altre classifiche vedono confermati i rispettivi leader. Qualcuno allunga, come ad esempio Giulio Ciccone nei Gpm, 166 punti per lui contro i 64 di Carapaz e i 42 di Zakarin, altri restano immobili, da Démare nella classifica a punti e in quella per la combattività, a Cima nei traguardi volanti, da Frapporti nelle fughe a Sivakov nella graduatoria dei giovani, nella quale comunque López resta vicinissimo al russo (solo 35″ a dividere i due).

Una montagna di sogni cancellati
Dovremmo essere ormai vaccinati, ma ogni volta questa cosa ci ferisce in maniera indelebile. Ogni volta che una montagna viene cancellata dal Giro ci resta il segno del rimpianto, marchiato a fuoco nella nostra anima di appassionati. Perché non è solo una montagna che non verrà affrontata, è anche tutta la montagna di pensieri che su di essa abbiamo fatto nel corso dei mesi. È tutta l’impalcatura di sogni che abbiamo costruito intorno all’idea del transito della corsa su quella vetta. Stavolta è toccato al Gavia saltare, e non è la prima volta che succede: purtroppo quando si vuole andare così in alto, il rischio del maltempo – presente, passato, futuro – è sempre incombente. A volte si riesce a fare il miracolo, a volte no. Stavolta è stato no. Ci abbiamo sperato fino a oggi, ma la doccia nevosa era in agguato, e ce la siamo sorbita tutta. Poi parleremo di piani A e piani B, approfondiremo la questione sviscerandone ogni aspetto. Per stasera, ci teniamo solo questo groppo in gola.

La discesa del San Carlo
Tutti ricordavamo oggi Ivan Basso alle prese con la discesa bagnata del San Carlo, nel 2006. Una tremebonda mezz’ora, quella che visse all’epoca il varesino, e che ha suonato come uno spauracchio nell’attesa della pioggia che, come allora, era destinata a influenzare pesantemente la tappa. Poi però stavolta non è scesa neanche una goccia, e non è la prima volta che previsioni meteo tra il catastrofico e il terroristico mettono la coda nello svolgimento di questo Giro. L’unica su cui ci hanno preso sul serio è stata quella della neve sul Gavia. Porca miseria!

La discesa del San Carlo / bis
In realtà leggendo il nome del San Carlo oggi tutti abbiamo per un attimo pensato pure alle patatine. Dite la verità!

La Mercatone Uno
Oggi è stata ufficialmente dichiarata fallita quest’azienda che per chi ama il ciclismo qualcosa ha significato. Qualcosa di tenero e struggente al contempo. E intanto fugge questo reo tempo…

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