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Vamos a La Planche, oh oh oh oh oh!

Giulio Ciccone conquista una clamorosa maglia gialla nel giorno in cui Dylan Teuns lo batte sul primo arrivo in quota del Tour 2019. Ottimo Thomas, Nibali si pianta male nel finale, Aru salva il salvabile

Sono appena 5 giorni che hai fatto la conoscenza della corsa più importante del mondo, questo è il sesto e sai che per la prima volta troverai un terreno adatto alle tue caratteristiche. Dici vado in fuga. Non così scontato, ci sono tappe in cui si battaglia per chilometri e chilometri prima di conquistarsi il via libera per partire. In altre giornate invece si va via senza colpo ferire. Oggi si va via senza colpo ferire.

Ti ritrovi all’attacco con altri 13, uno è un tuo compagno di squadra, poi ci sono alcuni grandi nomi della specialità, c’è Thomas De Gendt e basta la parola, spesso il suo nome fa rima con “fuga all’arrivo”. Certo, dal chilometro 1 al 160 c’è di mezzo il mare, o meglio ci son di mezzo le montagne, quelle dei Vosgi in questo caso: paura? Ma quando mai.

Tu le montagne le conosci bene, hai appena domato quelle del Giro, non fisicamente tutte, ma simbolicamente sì, perché chi conquista la classifica dei Gpm al termine di una grande gara a tappe cos’è se non il domatore delle montagne di quella corsa? Non ti sei limitato a vestirti d’azzurro, al Giro, hai pure vinto una tappa e che tappa, quella del Mortirolo, praticamente un successo lì vale come un master ad Harvard. Solo che il master ad Harvard emoziona chi lo consegue e al limite i suoi cari; a vincere la tappa del Mortirolo emozioni milioni di persone.

Sei al Tour, avresti anche la legittimità di sentire la pancia più o meno piena, dopo il Giro di cui sopra, e invece ti piace sporcarti la maglia, ti piace sudare e faticare, e lottare e stringere i denti, e allora vai. Vi lasciano spazio. Vi lasciano moltissimo spazio. Ti guardi intorno, vedi i tuoi compagni di fuga e ti accorgi di una cosa che ti lascia per un attimo senza parole: non ce ne sono tanti che vanno bene in salita come te. Anzi, forse non c’è proprio nessuno che possa giocarsela con te in una tappa con 7 Gpm. Sì, qualcuno di loro si spenderà per conquistare i traguardi volanti, ma quello più importante, quello di La Planche des Belles Filles, è clamorosamente alla tua portata.

La gamba ti scappa, l’esuberanza è quella di sempre, la voglia di far bene è pari alla sfrontatezza, alla sicurezza nei tuoi mezzi. Sulla penultima salita il gruppetto perde pezzi, i metri di dislivello nelle gambe sono già tantissimi, ma mancano i più duri; restate in 4, tu e tre belgi, scollinate, “sull’ultima li sistemo io”, pensi, e ci provi in effetti. Qualcuno dei quattro è al lumicino: Tim Wellens, e si stacca. Xandro Meurisse resiste un po’ di più ma si deve arrendere pure lui al ritmo tuo e del terzo belga, Dylan Teuns. Restate in due. “Ma tra tutti proprio Teuns doveva restarmi accanto?”, ti chiedi; perché quel Teuns lì è uno che le pendenze arcigne le mastica eccome, uno che ha fatto bene sul Mur d’Huy non sarà un parvenu a La Planche. Ma è un pensiero di un attimo, da una sinapsi ti entra e dall’altra ti esce, non può farti paura l’avversario perché tu sei Giulio Ciccone e, per definizione, non hai mai paura.

Il gruppo si è svegliato tardi, troppo tardi per raggiungervi. In salita pedalate bene, sarete voi due a giocarvela. Tra le altre cose c’è quel discorsetto della maglia gialla virtuale, che è tutto il giorno che la indossi e peccato che alla fine quei tartufi del plotone aumenteranno il ritmo e ridurranno il gap, e di tanto, vi arriveranno a ridosso, il giallo sfumerà via e andrà a vestire qualche torace più blasonato del tuo. Pensiamo alla tappa, piuttosto. Vincere una tappa al Giro e una al Tour lo stesso anno, sai che figata? Neanche Taccone ci è mai riuscito, neanche Di Luca.

Pensiamo alla tappa anche perché il primo della classifica, Julian Alaphilippe, decide di andare a chiudere da solo il grosso del vantaggio che vi rimane – a te e a Teuns – negli ultimi 2 km. Non vi piomberà addosso, ma la gialla la salverà. La salva, sì, vedrete che la salva. Pensiamo alla tappa.

Ci pensi, ma ci pensa pure l’altro. Quello delle pendenze arcigne. Non perde una pedalata, poi arriva l’ultimo chilometro, e lì la strada si fa impossibile, finisce pure l’asfalto e ci si ritrova nella polvere, su un muro di impressionante pendenza, dove ogni metro costa un mese di vita, ma noi siamo highlander, la fatica il nostro pane, la bici la nostra sciabola, la strada il nostro destino.

Ci provi, a sopravanzare Teuns. Ma è un diavolo. Non ti concede nulla, vuole la vittoria quanto te, forse è pure più convinto di te, ha più esperienza, chi lo sa. Spinge e spinge e non riesci a superarlo, in quei 100 metri verticali che portano alla linea d’arrivo non riesci più neanche ad affiancarlo. Ti affanni, zig-zaghi, perdi la sua ruota, si spegne il sole e chi l’ha spento è quel Teuns. Vince lui. 11 secondi, ti affibbia in 50 metri. Un incubo di acido lattico e delusione.

Superi il traguardo e forse vorresti correre al bus, a sfogare in qualche modo l’amarezza. Però aspetta, aspetta un attimo, anzi aspetta e conta fino a 103, 103 perché tanti sono i secondi che ti dividono in classifica da Alaphilippe. Alaphilippe che era partito come una iena ma poi s’è piantato, quel 20% è stato troppo pure per lui. Ma arriva, il francese, arriva troppo presto. 90, 91, 92, eccolo lì, 93, 94, 95. 95 secondi dopo di te, un minuto e 35, non basta, resti dietro.

No, ferma, rimetti ordine ai pensieri, c’è l’abbuono. Sei secondi d’abbuono perché sei comunque arrivato secondo. Sei più 95 fa 101, manca ancora qualcosa per i fatidici 103, accidenti a te, uno zigzag in meno e ce la facevi. Resti dietro.

No, ferma, rimetti ordine ai pensieri, c’è il Col des Chevrères, la penultima salita. Come che c’entra? C’era l’abbuono in cima, questa nuova invenzione del Tour, c’era l’abbuono al Gpm. Come ti sei piazzato alle Chevrères? Primo. Quanto era l’abbuono? Otto secondi. 95 più 6 più 8, 109. 109 contro 103. Sei secondi per te. Sei secondi per il tuo sogno a occhi aperti. Sei secondi per la tua felicità infinita. Sei sul tetto del mondo, per un giorno almeno, sei il più fotografato il più invidiato il più cercato, per un giorno almeno. Sei in vetta al Tour de France. Giulio Ciccone, per sei secondi, soli sei secondi, Giulio Ciccone da Chieti, per sei secondi sei in vetta al Tour de France. Applausi. Sipario. Vertigine.

 

Una fuga destinata al successo
La sesta tappa del Tour de France partiva da Mulhouse e la grafia di questo nome è talmente vicina a Milhouse… e invece questo non era destinato a essere giorno da bimbetti piagnucolosi, tutt’altro. La prima frazione di montagna della Boucle 2019, con arrivo a La Planche des Belles Filles, conteneva all’interno dei suoi 160.5 km ben 7 Gpm messi quasi in ordine di crescente durezza. Di sicuro il penultimo, il Col des Chevrères, era il secondo più difficile della giornata; l’ultimo, quello dell’arrivo, di gran lunga il più arduo.

Con questa consapevolezza 14 uomini, pungolati da Natnael Berhane (Cofidis) e dal più quotato Thomas De Gendt (Lotto Soudal), si sono messi in cammino dopo 1.5 km di tappa. C’era Tim Wellens, compagno di De Gendt nonché portatore della maglia a pois, stimolato dall’idea di mettere in cascina tanti altri punti Gpm; c’erano alcuni uomini veloci che ci si chiedeva cosa mai ci facessero in fuga in una tappa del genere, il vecchio André Greipel (Arkéa-Samsic), il nostro Andrea Pasqualon (Wanty-Gobert), Nikias Arndt (Sunweb); e poi in ordine sparso c’erano due Trek-Segafredo, ovvero Julien Bernard e Giulio Ciccone, e un altro Wanty ovvero Xandro Meurisse (pure lui coinvolto nella lotta dei Gpm), e poi Benoît Cosnefroy (AG2R La Mondiale), Dylan Teuns (Bahrain-Merida), Serge Pauwels (Dimension Data), Fabien Grellier (Total Direct Énergie), Nils Politt (Katusha-Alpecin).

Il gruppo ha dato ampio margine alla fuga, per vari motivi: nessuno se la sentiva di assumersi il peso di far la corsa, dato che alla prima tappa di montagna le forze in campo sono sempre poco intellegibili, per cui chi avrebbe mai voluto tirare tutto il giorno per poi scoprire che sulla salita finale il capitano di turno non ne aveva per far la differenza? Tutti guardavano il Team Ineos, sulla carta il più forte, di sicuro quello che schiera il campione del Tour 2018, per cui al limite sarebbe toccato a loro assumersi la responsabilità; ma loro non se l’assumevano. D’altro canto la squadra della maglia gialla, la Deceuninck-Quick Step di Julian Alaphilippe, viveva gli stessi rovelli, lavorare per quale risultato?, per cui era lì davanti a tirare per modo di dire: un’andatura regolare (si legge: moderata) di Kasper Asgreen, e via andare per decine e decine di chilometri.

Decine e decine di chilometri che passavano, insieme ai Gpm uno dopo l’altro, mentre il margine dei battistrada cresceva oltre ogni misura, fino a raggiungere gli 8’30” a 66 km dalla conclusione. Uno sproposito, e la certezza che almeno qualcuno dei 14 sarebbe arrivato a braccia alzate (a patto di avere la forza di alzarle!) in cima a LPDBF.

Intanto Wellens raccoglieva, come da copione, copiosi punti: Ciccone, Meurisse, a tratti Berhane provavano a contrastarlo, a volte ci riuscivano. Vi evitiamo l’ozioso elenco di tutti i passaggi, vi basti sapere che a fine giornata Tim conserva la pois con 43 punti, Ciccone lo insegue a 30 (ne aveva 0 alla partenza, mentre il belga partiva da quota 17), Meurisse è terzo a 27; a 13 ci sono Teuns e Berhane.

 

È la Movistar a fare la prima mossa in gruppo
Greipel è stato il primo dei 14 a perdere terreno, sul Ballon d’Alsace ai -65. Più avanti lungo la stessa salita uno snodo importante: la Movistar ha sostituito la Deceuninck al comando del plotone, e se ciò da un lato segnalava progetti ambiziosi per Nairo Quintana o Mikel Landa, dall’altro indicava che erano finite le vacche grasse per i fuggitivi: il loro margine sarebbe stato inesorabilmente eroso da lì in poi. Così è stato, in effetti.

Sulla discesa successiva il gruppo si è spezzato, davanti son rimasti in 50-60, non è che a quel punto mancasse un’eternità all’arrivo (una quarantina di chilometri), ma nella prima tappa di montagna la regola aurea è: nessuno osi troppo! Nessuno ha osato, infatti.

Il Col des Croix era la terz’ultima salita di giornata, in cima De Gendt ha allungato ed è rimasto solo al comando per un po’, comunque senza un grosso margine. Sul successivo Col des Chevrères è stato raggiunto (a 20 km dalla fine) quando i più forti tra i fuggitivi hanno cambiato ritmo: il momento del ricongiungimento col mitico TDG è stato successivo a un forcing, operato da Bernard, che aveva già dissolto il drappello: tutti saltati a eccezione di Ciccone, Teuns, Wellens e Meurisse. In quest’ordine i quattro son transitati al Gpm, i primi tre raccogliendo pure l’abbuono speciale di 8″-5″-2″ rispettivamente. Il gruppo è passato dopo oltre 4′, da lì all’arrivo mancavano meno di 19 km, per la fuga era ufficialmente fatta. Anche perché in discesa i quattro non hanno perso nulla, per cui si son presentati ai piedi della Planche con il medesimo vantaggio: quattro minuti.

Il gruppo aveva peraltro lasciato qualche pedina rilevante sulla salita precedente, per esempio si erano persi per strada alcuni Ineos (Wout Poels, Gianni Moscon, Luke Rowe), fatto che lanciava segnali incoraggianti ai loro avversari: che il trenino ex-Sky non sia all’altezza delle precedenti edizioni?

Anche sull’ascesa conclusiva la Movistar ha continuato a pestare, con Marc Soler a pie’ di salita, poi con Mister Iride Alejandro Valverde non appena LPDBF è ufficialmente cominciata, ai -7. 25 in gruppo alle spalle del murciano, non di più, e pezzi e pezzetti che continuavano a staccarsi in fondo.

Il Campione del Mondo ha trainato il drappello per un chilometro, poi ha passato il testimone a Michal Kwiatkowski (Ineos) che ha inserito il suo solito cruise control, poi ha dato un’altra bottarella Alejandro, e a 4.5 dalla vetta è scattato Warren Barguil (Arkéa), campione nazionale francese caduto in precedenza (senza conseguenze), e voglioso di tornare a esser protagonista sulle strade del Tour. Sarà per un’altra volta, perché nell’occasione l’azione di Warren è durata molto poco: il tempo per lui di essere raggiunto e superato in tromba da un vero attacco pesante, quello messo in campo da Mikel Landa ai 4 km. Parte Landa e il mondo si fa subito più bello (a vedersi) ma anche più amletico (a esser vissuto): sarebbe durato, l’alavese? Quanto?

 

La vittoria di Teuns sulle pendenze impossibili di LPDBF
Lasciamo lì Landa e torniamo sui battistrada. Il passo di Ciccone faceva molto male ai colleghi. A 4.4 dalla vetta un Wellens al gancio si è spostato di lato, ha abbassato lo sguardo e quello era il segno della sua resa. Meurisse non è sopravvissuto molto di più: staccato a 4.2 dalla fine, ma destinato a gestire meglio di Tim i 4000 metri conclusivi. Restavano insieme Ciccone e Teuns, con 3′ ancora da gestire.

I due hanno proceduto di pari passo, non si può dire “in buon accordo” visto che su quel tipo di pendenze c’è poco da accordarsi, e le scie lasciano il tempo  che trovano. Comunque procedevano. Nessuno dei due ha pensato di anticipare, e tutto è stato rinviato alla volata a due in quegli ultimi assurdi 100 metri, molto Vuelta-Style.

Teuns ha preso in testa lo sprint, Ciccone avrebbe dovuto e più che altro voluto trovare le energie per superare il belga della Bahrain, ma così non è stato: scafato il giusto l’ancor giovane Dylan (27 anni per lui), e molto portato per le pendenze estreme. Braccia alzate e vittoria in ogni caso meritata per lui, che aggiunge questa piccola perla a un palmarès ancora scarno ma contenente tracce preziose: i podi conquistati a Freccia Vallone (2017) e Lombardia (2018) dicono più di molte vittorie; che fosse in un ottimo momento l’aveva peraltro già fatto capire al recente Delfinato, dove si era imposto in una tappa. Ciccone è passato 11″ dopo Teuns, e a 1’05” ha chiuso al terzo posto Meurisse, ultimo dei fuggitivi a precedere i big della classifica.

 

Thomas meglio di tutti i big, Nibali piantato nel finale
I big su cui torniamo rapidamente: con Landa allo scoperto e 20″ di margine per lui, s’è di colpo svegliata la Groupama-FDJ, che a 3 km dal traguardo ha cominciato a trenare forte per opera di David Gaudu (con Thibaut Pinot a ruota). Il lavoro del giovane francese ha messo in croce tanti, ed è stata questa la fase in cui si sono staccati tra gli altri Valverde e poi, ai 2500 metri, Fabio Aru (UAE Emirates) e Barguil. In coda si segnalavano pure Romain Bardet (AG2R) e Steven Kruijswijk (Jumbo-Visma).

Quel che più preoccupava i tifosi italiani era però l’andamento di Vincenzo Nibali, che fino ai 2 km era ben messo nelle prime posizioni del gruppetto, salvo poi cominciare a perdere metri proprio mentre Landa veniva rimesso nel mirino. Di lì a non troppo, lo Squalo avrebbe perso contatto dai migliori.

La cosa è avvenuta quando tutti aspettavano un affondo di Pinot (o di un Quintana in contropiede), e invece all’ultimo chilometro è stato a sorpresa Julian Alaphilippe a partire secco. Però la maglia gialla in carica ha forse sopravvalutato le proprie gambe, o ha sottovalutato la durezza di quel chilometro, fatto sta che un errore di valutazione c’è stato, se è vero che il corridore della Deceuninck ha finito la tappa boccheggiando e venendo risucchiato.

Risucchiato principalmente da Geraint Thomas, autore di un 300 metri finale spettacolare per esplosività e sapienza autogestionale; e poi pure da Pinot, che ha atteso forse 100 metri di troppo per mettersi in moto seriamente. In ogni caso parliamo di questioni di secondi nel ballo dei big: senza star qui a dettagliare ogni sorpasso e controsorpasso, andiamo direttamente a riportare l’ordine d’arrivo alle spalle dei primi tre.

Thomas ha chiuso quarto a 1’44” da Teuns, poi troviamo Pinot a 1’46” insieme ad Alaphilippe, Quintana ed Emanuel Buchmann (Bora-Hansgrohe) a 1’51”, Jakob Fuglsang (Astana) a 1’53” insieme a Landa, Richie Porte (Trek-Segafredo) ed Egan Bernal (Ineos), Adam Yates (Mitchelton-Scott) e Daniel Martin (UAE Emirates) a 1’58”, Rigoberto Urán (EF Education First) a 2’02” insieme al compagno Michael Woods e a George Bennett (Jumbo-Visma), Enric Mas (Deceuninck) a 2’17”, Bauke Mollema (Trek) e Kruijswijk a 2’19”, Barguil a 2’27”, e solo 22esimo un piantatissimo Vincenzo Nibali a 2’35” (le ultime pedalate del messinese pesavano come macigni); non lontano dallo Squalo, Fabio Aru ha chiuso in 25esima posizione a 2’46”; Bardet, che nel finale ha davvero visto le streghe, ha chiuso con un molto negativo 27esimo posto a 2’53” dal vincitore.

La nuova classifica vede Giulio Ciccone primo, a conferma che La Planche des Belles Filles sorride molto agli italiani: vittorie di Nibali nel 2014 e di Aru nel 2017, e oggi questa consacrazione per l’abruzzese. Il corridore della Trek ha 6″ su Alaphilippe, 32″ su Teuns, 47″ su Bennett, 49″ su Thomas, 53″ su Bernal, 58″ su Pinot, 1’04” su Kruijswijk, 1’13” su Woods, 1’15” su Urán, 1’19” su Fuglsang, 1’22” su Buchmann, 1’23” su Mas, 1’24” su Yates, 1’39” su Meurisse, 1’41” su Quintana, 1’43” su Landa, 1’46” su Dan Martin, 1’52” su Gaudu e 1’56” su Nibali, ventesimo con lo stesso ritardo di Porte. Bardet è 26esimo a 2’57”, Aru 29esimo a 3’25”. Domani la settima tappa porterà il gruppo da Belfort a Chalon-sur-Saône, 230 km chiaramente destinati ai velocisti. La lotta per la maglia gialla tornerà in scena tra sabato e domenica.