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Il Cannibalismo tornerà di moda

A 19 anni Evenepoel firma un numero impossibile a San Sebastian, confermando di essere già competitivo ai livelli più alti. E sul podio, con Van Avermaet, anche i 20 anni di Marc Hirschi

L’estate 2019 sarà ricordata tra molti anni come uno spartiacque tra ere, anno di evidenza di diversi cambiamenti epocali: da una parte la devastazione dell’Artico, con lo scioglimento dei ghiacci a ritmo serrato e gli incendi boschivi in Siberia e Alaska che stanno cambiando probabilmente per sempre il mondo che conoscevamo; dall’altra, la vittoria al Tour de France di Egan Bernal, alla quale segue di una settimana l’incredibile successo di Remco Evenepoel alla Clasica di San Sebastian e a pochi mesi di distanza dall’incredibile numero di Mathieu Van Der Poel all’Amstel Gold Race, stanno progressivamente cancellando tutto quello che sapevamo o che credevamo di sapere del ciclismo moderno.

Tiratevi un pizzicotto. Poi uno schiaffo, poi uno ancora più forte se volete, ma ciò non cambierà la realtà dei fatti: un corridore di 22 anni ha vinto il Tour de France, e uno di 19 ha dominato la Clasica di San Sebastian (ed un altro atleta sale sul podio con 21 anni non ancora compiuti). Un altro ancora di 24 è campione mondiale ed europeo di Ciclocross, “soltanto” europeo di MTB (ma quando è in coppa vince che è una bellezza: anche oggi Van Der Poel ha dominato nello Short Track in Val Di Sole)  e su strada vince quasi ogni volta che attacca un numero. E dove vanno a finire tuti i discorsi sull’esperienza, sulla maturazione, sulla specializzazione? Tutti al macero, mandati da una generazione terribile che oltre a distruggere decenni di dogmi di santoni e preparatori sta massacrando l’autostima di tutti gli altri ciclisti “normali”.

Anche le catastrofi hanno il loro perverso fascino. E così, come non si può negare la bellezza disarmante dei limpidi torrenti d’acqua ghiacciata che camminano sul permafrost in questo preciso istante, così non si può che restare attoniti e affascinanti nel modo unico che ha Remco Evenepoel di correre e vincere. Anche oggi, che non sembrava la sua giornata: staccato sulla penultima salita, forse un po’ sorpreso dal cambio di ritmo dei suoi stessi compagni, è rientrato tenacemente per assistere i compagni portando loro le borracce. Un contropiede ai -20 di apparente utilità tattica, come fanno i migliori comprimari: vai avanti così fai tirare gli altri. C’è da dire che i Movistar hanno sentito puzza di bruciato, ma niente: il giovane Remco se n’è andato di forza, col povero Toms Skujins che vedendolo avvicinarsi ha cominciato a immaginare che si sarebbe preparato a venti minuti di inferno. E nonostante le fatiche in salita, il corridore in questione è comunque in grado di profondere una potenza devastante sul passo, tale da ricordare “lui”, sì, Eddy Merckx: è sempre brutto fare dei paragoni a questa età, ma ora che ci sono le vittorie di peso cominciano anche a essere giustificati. E soprattutto la somiglianza nella postura che comincia a essere inquietante, quasi una reincarnazione in vita.

L’ultima di Irizar vissuta tutta in fuga
Per un astro che comincia a splendere nel firmamento un’altra stella muore. Ok, è molto poetico, però non è proprio il caso di Mikel Irizar: il basco lascia il ciclismo a 39 anni lasciando ottimi ricordi più per il suo servizio ai capitani che per i suoi successi, scegliendo per il ritiro un giorno speciale, quello della corsa di casa, ed un modo speciale, ovvero andare in fuga dal mattino. In compagnia di Irizar, il vincitore del Giro di Turchia Felix Grossschartner (Bora-Hansgrohe), Josef Cerny (CCC Team), Koen Bouwman (Jumbo-Visma), Angel Madrazo (Burgos BH), Jon Irisarri (Caja Rural), Cyril Lemoine (Cofidis) e Fernando Barcelo (Euskadi Murias). Un’azione che non riceve tantissimo spazio da parte del gruppo, dato che il vantaggio massimo non va oltre i 4’30” dopo 80 km di gara.
La prova, rispetto alle ultime edizioni, è stata ancora una volta ritoccata: i 227 km nel nord della penisola iberica costellati di salite e strappetti sono stati induriti con due nuove salite, Erlaitz e Menditzorrotz (quest’ultima variante della salita finale di Tontorra), spostando ancor più indietro lo Jaizkibel e lasciando l’Alto de Arkale alla prova femminile. Ne viene fuori una corsa in cui la selezione viene fatta un po’ più prima, anche se non cambia di molto l’empasse tattico generato dalla salita di Tontorra.

Alaphilippe e Bernal si ritirano presto
Le arcigne strade basche fanno subito capire a molti dei big se è giornata o meno: il primo ad abbandonare è il vincitore uscente Julian Alaphilippe (Deceuninck – Quick Step), che dopo 80 km capisce di non aver recuperato le eccezionali fatiche del Tour. A fare poi da primo filtro sarà la salita di Erlaitz a 75 km dall’arrivo, 7.5 km di cui i primi 4 con pendenze a doppia cifra. Il vincitore del Tour Egan Bernal getta la spugna, ma è in ottima compagnia: cadono anche Ilnur Zakarin (Katusha), Adam Yates (Mitchelon-Scott), e lo stesso Mikel Landa fa fatica a stare al passo dei compagni della Movistar, che tengono sotto controllo la situazione praticamente dall’inizio della corsa: aiuterà in pianura per poi staccarsi. Davanti la fuga si dsperde, con Barcelo che difendendo i colori casalinghi cerca di mettersi in bella mostra tenendosi avanti il più a lungo possibile. Pochi e timidi i tentativi di sfuggire all’empasse tattico, con qualche mossa in salita da parte di Pello Bilbao (Astana) e Jan Bakelants (Sunweb), ed un tentativo ai -50 sul lungomare di San Sebastian di Johnathan Caicedo (EF Education First), Omar Fraile (Astana) e Rui Alberto Faria Da Costa (UAE Team Emirates), subito rintuzzato. Ripreso Barcelo, è un gruppo di un ottantina di corridori che passa sul traguardo a 45 km dall’arrivo, pronto ad affrontare l’ottovolante del doppio circuito finale.

Il forcing per Valverde dei Movistar
La salita di Menditzorrotz altro non è che una variante, più lunga e meno ripida, dell’Alto de Murgil-Tontorra. Che comunque ha un certo impatto, con i sui 3,8 km al 7,8% di pendenza media: all’imbocco i Deceuinck si portano in testa, ma Evenepoel è uno dei primi a soffrire l’andatura e a finire nelle retrovie, smorzando gli interessi dei compagni che lasciano spazio ai numerosi Trek e ancora ai Movistar, comandati da un Antonio Pedrero che non ha nulla da invidiare al sé stesso visto al Giro d’Italia. In cima alla salita ne restano pochi, in fondo alla discesa ne rientreranno alcuni, tra i quali Evenpoel stesso che ne approfitta per rifornire Mas e Devenyns di borracce, per un totale di 35 corridori: segue un lungo tratto di pianura, di solito ambito di attacchi velleitari e di attesa verso la salita finale. Non questa volta.

Evenepoel al contrattacco, Woods il più attivo dei big
A 20 km dal termine, sfruttando la superiorità numerica della squadra, Toms Skujins (Trek-Segafredo) rompe il ghiaccio e attacca: dopo poco, Evenepoel si lancia per agganciare la sua ruota. La Movistar, nonostante le difficoltà del belga, intuisce il pericolo e alza l’andatura, ma non riesce a chiudere: a quel punto il duo comincia a prendere margine, sotto le terribili trenate di Remco che portano il vantaggio nel giro di 10 km ad essere di 50”. Un vantaggio importante, che Movistar e Astana cercano di lesinare, ma neanche nella prima parte di salita qualcosa sembra cambiare.
Inzia la salita vera, i quasi 2 km dell’Alto del Murgil, e Skujins non ne può più: Evenepoel procede del suo passo e a questo punto, i big devono muoversi in prima persona per colmare un gap ancora importante.
È dunque Alejandro Valverde a prendersi le sue responsabilità: ma il campione del mondo non riesce a fare la differenza e lascia spazio ad altri, tipo Patrick Konrad (Bora-Hansgrohe). Verso la fine della salita accelera Hugh Carthy (Education First), anticipando di poco l’accelerata di uno dei favoriti, il suo compagno di squadra Michael Woods, che porta allo scollinamento un gruppo di sette atleti: Valverde, Woods, Konrad, Enric Mas (Deceuninck), Giulio Ciccone e Bauke Mollema (Trek-Segafredo) ed il sorprendente Marc Hirschi (Sunweb), classe 1998 e campione del mondo uscente degli under 23: è giornata di giovani rivelazioni, insomma.

Inarrestabile Remco, tra i big nessuna collaborazione
Il belga scollina con un vantaggio ancora importantissimo, 35”, e pesta come un dannato prima della discesa verso San Sebastian. Ormai la vittoria è vicina: e a rendere le cose ancora più semplici, la scarsa collaborazione nel gruppo inseguitore, sul quale grazie al rallentamento alcuni riescono a rientrare, tra cui Greg Van Avermaet (CCC Team). Il vantaggio torna addirittura a salire e insomma, l’impresa giunge a termine: e Remco è il primo a mettersi le mani in testa, ne ha ben donde vista la sua situazione a 45 km dal termine. Alle interviste dirà che oggi “non aveva buone sensazioni”. Chissà cosa sarebbe successo se si sentiva bene.
Per il secondo posto ce la si gioca in volata a 38”  ed è Greg Van Avermaet a spuntarla, siglando una doppietta belga e prolungando così la sua maledizione verso San Sebastian (nel 2015, lanciato verso la vittoria, fu investito da una moto). Terzo gradino del podio per Marc Hirschi, che ottiene così anch’egli una grandissima prestazione e si candida a un luminoso futuro, sebbene sia in ottima compagnia.
4° posto per Gorka Izagirre (Astana), che non riesce a rompere la maledizione degli atleti locali almeno sul podio: l’ultimo è stato Igor Astarloa nel 2002. 5° per Bauke Mollema, una presenza fissa nelle prime posizioni di questa corsa: è sempre in top ten dal 2012.  Poi Konrad, Jelle Vanendert (Lotto Soudal), Enric Mas, Michael Woods e Valverde, tallonato da Giulio Ciccone che col suo 11° posto è il miglior italiano e continua a sorprendere positivamente per la sua crescita come corridore. Nel gruppo dei migliori anche Rudy Molard (Groupama – FDJ), seguono Skujins a 41”, Carthy a 46” ed Eddie Dunbar (INEOS) a 56”, per completare la top 15.