Ciclismo e libri

Fausto Coppi, 1960-2020

02.01.2020 10:19

Un ricordo del Campionissimo nell'anniversario della morte, traendo spunto dall'anno finale raccontato al meglio da Marco Pastonesi nel suo ultimo libro


Proprio oggi ricorre il sessantesimo anniversario della morte di Fausto Coppi. Parliamo di un'epoca ormai oscura, persa nei libri di storia: il Muro di Berlino doveva ancora essere costruito, John Fitzgerald Kennedy era un semplice senatore del Massachusetts, nella Cina di Mao Zedong era in corso il "grande balzo in avanti", "Tutto il calcio minuto per minuto" sarebbe stato trasmesso per la prima volta di lì a otto giorni.

Del Campionissimo si conosce tanto, grazie anche ai quasi trecento (sì, 300) libri scritti su di lui, a cui si aggiungono fiction, film e canzoni: dalla sorprendente vittoria del Giro d'Italia 1940 a soli 20 anni alla rivalità con Bartali, dalle due doppiette Giro-Tour del 1949 e del 1952 alla vita privata diventata scandalo pubblico, non c'è stato atleta così sviscerato dalla narrazione italiana. E Coppi è anche per ciò ancora presente nell'anima del paese, come Garibaldi, Mazzini e pochissimi altri - di sicuro nessun'altro sportivo ha un simile riconoscimento.

Di fronte ad una narrazione quasi completa dell'epopea del cittadino più noto di Castellania Coppi - tra quanti sono vissuti negli ultimi 100 anni solo il fisico Guglielmo Marconi, il pittore Giorgio Morandi, il medico Camillo Golgi e il capo del governo Pietro Badoglio hanno ricevuto l'intitolazione di un comune - uno degli aspetti sinora meno raccontati è stato verosimilmente l'ultimo anno della vita dell'Airone, il 1959, che lo vede a quarant'anni gareggiare con la maglia della "sua" Tricofilina-Coppi.

Ed è proprio narrando questo ultimo anno, vissuto intensamente, senza alcun momento di respiro, che uno dei cantori per eccellenza della letteratura ciclistica nostrana ha voluto omaggiarlo. Un anno che racconta dell'Airone tanto, esattamente come quelli in cui era all'apice della carriera. Coppi ultimo, tale è il titolo del libro redatto da Marco Pastonesi (2019, ed. 66thand2nd) che ripercorre quasi giorno per giorno, cercando segni del suo transito negli archivi dell'epoca, il cammino di un Fausto desideroso di realizzare un progetto dietro l'altro. Noi lo seguiamo a ruota, come facevano i bravi gregari d'un tempo ormai lontano.

Già dal titolo è evidente che si tratti di un libro diverso dal solito: al solo pensare di accostare le parole "Coppi" e "ultimo" sembra di commettere un atto contro natura. Così non è, però, e la lettura dell'indice lo rende esplicito: la prima metà dell'opera racconta in maniera analitica gli innumerevoli spostamenti e impegni del Campionissimo, in un anno senza un attimo di respiro. «Un anno inconsapevolmente vissuto da Coppi come se non ci fosse un 1960, come se ogni volta fosse l'ultima volta. Come se lui già sentisse, dentro di sé, la fine» scrive giustamente l'autore.

È l'anno in cui Coppi è al tempo stesso corridore e dirigente, mostrando sprazzi di talento tutt'altro che banali anche come mentore: basti chiedere a Federico Martín Bahamontes, che proprio in quella stagione, l'unica per lui vissuta al fianco del piemontese, coglie il tanto agognato successo al Tour de France potendo contare sui consigli e sulle dritte del Campionissimo. È l'anno del debutto alla Vuelta a España, conclusa con un prematuro ritiro dopo tanta difficoltà. È l'anno del Coppi giramondo, invitato e ancora idolatrato in ogni parte d'Italia, Francia, persino Irlanda e, ahilui e ahinoi, Burkina Faso.

È un Coppi che è veramente agli sgoccioli, e forse qualcosa più in là, della carriera. Ma è un Coppi che, conviene ripeterlo una ulteriore volta, non si risparmia. A mo' di esempio, il 12 luglio si ritira, entrando nel cortile di una casa, a San Daniele del Friuli; e il giorno seguente si piazza nono in Francia, a Mont-de-Marsan. E così per tutto l'anno, fra consigli ai giovani sotto la propria ala protettiva e progetti con il rivale di sempre Gino Bartali, per disputare, il toscano da direttore e il piemontese da corridore, l'anno finale, il 1960.

Ma il 1960 non ci sarà mai: Coppi muore il 2 gennaio, per quella maledetta malaria non curata a dovere. Ed è da qui che inizia la seconda, non meno importante, parte del libro: perché, come dice bene Pastonesi, quanto Coppi ha lasciato come eredità a familiari e compagni, colleghi e amici e al mondo del ciclismo tutto merita medesimo riconoscimento. È il primo atleta moderno, dal punto di vista della preparazione, dell'alimentazione, della ricerca tecnica. Ma è anche il capitano di Sandro Carrea ed Ettore Milano, l'ancora di Meo Venturelli, il papà di Marina e Faustino e tanto, tantissimo altro. Il campione rispettato, temuto al limite della venerazione da parte dei rivali, che lo richiamano alla mente con momenti solo in apparenza banali, ma che lo raccontano fedelmente.

Perché se Coppi è morto in una stanza dell'Ospedale di Tortona, oggi adibita ad anonima sala d'aspetto, talmente impersonale che la targa che lo ricorda si perde fra le locandine degli appuntamenti cittadini, Coppi tuttora è presente nel ciclismo. E lo sarà per sempre, con le qualità e le debolezze di un uomo, prima ancora del campione.
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