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Niyonshuti: «Sogno di lanciare i giovani verso il professionismo»

Intervista al simbolo del ciclismo ruandese e fondatore della Skol Adrien Cycling Academy che si è messa in luce al debutto al Tour du Rwanda

Tra le 16 squadre che si sono date battaglia sulle strade della dodicesima edizione del Tour du Rwanda, ce n’è una che ha completato le pratiche per la registrazione all’UCI e ha quindi avuto la certezza di esserci solo un paio di settimane prima della partenza: stiamo parlando della Skol Adrien Cycling Academy, formazione ruandese che proprio nella massima corsa di casa ha debuttato come Continental. Sulla squadra, ovviamente, non c’erano grosse aspettative ed invece fino all’ultimo è rimasta in ballo per fare il colpaccio: Moise Mugisha ha sfiorato in due occasioni la vittoria di tappa, ha chiuso secondo nella generale, secondo tra i giovani, secondo nei gpm e ha portato a casa la maglia ciclamino di miglior atleta ruandese.

La Cycling Academy del nome è quella di Adrien Niyonshuti, una vera e propria leggenda del ciclismo ruandese ma anche un simbolo della rinascita del paese attraverso lo sport. Sopravvissuto al genocidio del 1994 quando aveva solo 7 anni (il padre e sei fratelli sono stati uccisi), Niyonshuti è stato per diversi anni professionista con la MTN Qhubeka ed il Team Dimension Data e la sua grande fama nel paese è legata alle due partecipazioni ai Giochi Olimpici, a Londra 2012 nella Mountain Bike e a Rio 2016 nella prova su strada, sfilando entrambe le volte come portabandiera della piccola rappresentativa del Ruanda.

Il ciclismo ha cambiato la vita di Niyonshuti che dopo la prima partecipazione ai Giochi Olimpici ha capito di non poter restare con le mani in mano e si è attivato per provare a dare ai giovani ciclisti ruandesi un’opportunità di svolta come l’ha avuta: nel 2013 è stata quindi fondata la Adrien Niyonshuti Cycling Academy, un progetto che anno dopo anno è cresciuto fino a diventare in questo 2020 una squadra Continental vera e propria con grandi ambizioni per futuro. Al termine dell’ultima tappa del Tour du Rwanda abbiamo incontrato Niyonshuti che ci ha raccontato qualcosa di più dei suoi ragazzi e dei suoi progetti per l’accademia.

Il Tour du Rwanda è appena concluso e immaginiamo che sarai orgoglioso dei tuoi ragazzi
«Sono molto orgoglioso dei miei atleti, siamo arrivati lì ad un soffio. Tutta la squadra è molto giovane, anche lo stesso Moise [Mugisha, ndr] ed è per questo che da Lucca mi sono trasferito qui, per seguire e allenare i miei ragazzi, a insegnare loro quello che so del ciclismo. Per la prima volta siamo una squadra Continental, da neanche un mese, ma i ragazzi hanno mostrato che i ruandesi sono molto forti e che hanno talento per andare in bicicletta. Questo è il mio sogno: aiutare giovani ciclisti a diventare professionisti, e spero che un giorno possano trasferirsi in Italia, in Belgio o in Spagna dove c’è tutto il mondo del ciclismo e dove possono crescere e fare esperienza per portare il Ruanda ad essere come l’Eritrea o il Sudafrica a livello africano»

Il secondo posto finale è un risultato che ti aspettavi o è stata una sorpresa?
«Avere un atleta sul podio del Tour du Rwanda era un sogno quando ho creato la squadra e riuscirci subito quest’anno è stata ovviamente una sorpresa. L’anno scorso ho parlato con Ivan Wulffaert, il grande capo di Skol, e gli ho chiesto se poteva aiutarmi con la mia academy per dare ai ragazzi un’occasione di mostrare il loro talento: lui ha capito subito quello che volevo fare perché conosce la mia storia come ciclista professionista e ha detto “Ok, proviamo!”. Non sapevamo cosa avremmo potuto fare e alla fine la generale ci è sfuggita per meno di un minuto. Ma soprattutto sono contento che tutti e cinque hanno concluso la corsa: al Tour du Rwanda, come in ogni corsa a tappe, hai bisogno di corridori di esperienza, dei miei ragazzi invece solo Moise aveva già due partecipazioni e una l’aveva Seth [Hakizimana, ndr], per gli altri era la prima volta in una corsa UCI 2.1 o 2.2. Abbiamo lottato, abbiamo il secondo in classifica, il miglior ruandese e nell’ultima tappa ho sperato che potesse arrivare una vittoria: era un sogno ed un obiettivo per me ed i miei ragazzi, non è arrivata ma questo ci deve essere da stimolo per tornare qui l’anno prossimo e provare a fare ancora meglio»

Adesso nel vostro programma ci sono altre corse del calendario UCI, magari in altri paesi africani?
«Nel calendario dell’Africa Tour mi pare ci siano 11 corse e se tutto va bene voglio portare i ragazzi a fare alcune di queste corse per fare esperienza, magari in Camerun, Senegal o in Burkina Faso. Poi in estate tra giugno e agosto andremo per un mese, un mese e mezzo, in Belgio per avere modo di conoscere un mondo diverso, per abituarsi a correre in gruppi più numerosi e su percorsi insidiosi. Poi spero che quando la squadra crescerà tra qualche anno, potremmo trasferirci e avere proprio una nostra base in Belgio, è il mio sogno da qui al 2023: e poi spero che nel 2025 il Ruanda riesca ad ospitare i Campionati del Mondo e che i miei ragazzi tornino qui per disputare il Tour du Rwanda ed il Mondiale e per mostrare quando è importante portare i corridori ruandesi a correre all’estero»

Oltre ai grandiosi risultati ottenuti da Moise Mugisha, nell’organico della Skol Adrien Cycling Academy non è passata inosservata la prestazione del giovanissimo Jean Eric Habimana, un ragazzo di appena 19 anni che nelle categorie giovanili s’era messo in luce come uno dei migliori prospetti ruandesi vincendo per due volte il titolo nazionale a cronometro ed una volta quello della prova in linea. Il più giovane del team è riuscito a concludere il Tour du Rwanda, sorprendendo un po’ lo stesso Niyonshuti per come è stato capace di superare le giornate più lunghe e impegnative: «L’esperienza fatta quest’anno – dice il suo direttore sportivo – lo aiuterà ad essere un buon corridore tra due o cinque anni, magari per finire il Mondiale, o addirittura vincere una medaglia o il Tour du Rwanda». Due battute veloci le abbiamo scambiate anche con lo stesso Habimana, un ragazzo che non è bravo solo in bicicletta…

Il tuo primo Tour du Rwanda, che sensazione è stata?
«Stavo bene e sono molto contento di essere riuscito a concludere la corsa e di aver fatto tanta esperienza che spero possa aiutarmi in futuro. All’inizio l’obiettivo era di provare a vestire un giorno la maglia gialla o vincere i gran premi della montagna, ma poi abbiamo fatto un grande lavoro per Moise e anche questo mi ha insegnato molto: abbiamo lottato fino alla fine per la vittoria, ma anche se non è arrivata è un risultato fantastico per la squadra visto che era la prima volta per noi al Tour du Rwanda. Chissà, spero che il prossimo anno possiamo riuscire a fare meglio, magari con Moise, o con me, o con un altro ragazzo della squadra»

Però sappiamo che oltre ad andare in bici, sei anche un bravo musicista: come è nata questa passione?
«Un po’ viene dalla mia famiglia, un po’ dalla mia curiosità. Suono la chitarra fin da quando ero bambino e anche adesso appena ho un momento libero la prendo e suono qualcosa per tenermi allenato ed esercitarmi. È come la bicicletta, è una parte della mia vita»

E in cosa sei più bravo, la bicicletta o la chitarra?
«In tutte e due!»