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Gira una volta – Montefiascone

Situata ad un’altitudine di 590 metri sul livello del mare, che ne fanno il comune più elevato della provincia di Viterbo (dal cui capoluogo dista poco meno di 20 chilometri), Montefiascone è una cittadina che conta circa 13200 abitanti, adagiata su un versante dei Monti Volsini in un’antica zona vulcanica, che costituisce un punto splendidamente panoramico, da cui si può godere una vista privilegiata del vicino lago di Bolsena. L’origine del toponimo risale al latino Mons Faliscorum, che andava a caratterizzare la zona in cui fu costretto a rifugiarsi l’antico popolo dei Falisci, emigrato dal territorio originario dopo essere stato sconfitto nelle contese con i Romani. Importante centro sia in epoca etrusca che romana, testimoniato dai vari ritrovamenti nel territorio comunale, ebbe il periodo di maggior splendore in epoca medievale, soprattutto grazie alla costruzione dell’imponente Rocca dei Papi (uno dei simboli della cittadina), eretta nel XII secolo ove sorgeva un precedente insediamento, allo scopo di difendere il territorio dalle frequenti invasioni operate principalmente da Normanni e Saraceni.

Fautore della realizzazione della Rocca fu papa Innocenzo III ma, in seguito, altri pontefici come Martino IV, Urbano IV e Urbano V vi soggiornarono, finanziando anche lavori di ampliamento e restauro. Inoltre, durante il periodo della cosiddetta Cattività avignonese, la Rocca divenne il centro di coordinamento per gli affari pontifici nell’Italia centrale, ruolo esercitato specialmente nel momento in cui vi risiedette il cardinale Egidio Albornoz. Successivamente, nel corso del XVIII secolo visse a Montefiascone Santa Lucia Filippini, fondatrice della congregazione delle Maestre Pie. Tra le architetture religiose vale la pena di segnalare la Chiesa di San Flaviano, di stile romano-gotico ed eretta nell’ XI secolo, e la Cattedrale di Santa Margherita, caratterizzata dalla sua maestosa e splendida cupola.

Una veduta aerea di Montefiascone © Facebook

Il 21 maggio 1983 si disputò la nona tappa del sessantaseiesimo Giro d’Italia, la Terracina-Montefiascone di 225 chilometri. La frazione, interamente in territorio laziale, presentava una prima parte priva di difficoltà altimetriche, per poi farsi nervosa nella parte finale, con l’ascesa di Poggio Nibbio sui Monti Cimini (ad una ventina di chilometri dal termine) per poi giungere agli ultimi sei chilometri di gara in costante ascesa verso Montefiascone (pendenze regolari con brevi punte attorno al 10%). La Corsa Rosa, che aveva visto l’annullamento del prologo di Brescia per via di uno sciopero dei metalmeccanici, vide il successo della Bianchi nella cronometro a squadre da Brescia a Mantova, per poi lasciare spazio alle sfide tra gli sprinter Guido Bontempi e Paolo Rosola. Giuseppe Saronni, splendido vincitore a Todi, prese poi la maglia rosa a Salerno (dove s’impose Moreno Argentin), dopo i due giorni di leadership di Silvano Contini, caratterizzati da altrettanti successi spagnoli con Eduardo Chozas a Vasto e Alberto Fernández a Campitello Matese.

La tappa, disputata in una giornata molto calda, fu caratterizzata da una sostanziale assenza di tentativi di fuga per tutta la prima parte, per poi animarsi decisamente proprio sulle rampe del Poggio Nibbio, in cui si segnalò un sestetto composto da Lucien Van Impe (primo al GPM), Wladimiro Panizza, Mario Beccia, Roberto Visentini, Tommy Prim e Giovanni Battaglin, con Saronni ben vigile e il solo Baronchelli sorpreso dall’attacco. Nella successiva discesa provarono ad evadere Riccardo Magrini, Simone Fraccaro e il belga Alfons De Wolf, decisi a tirare dritto fino all’arrivo. Proprio quando la rimonta del gruppo sembrò farsi sempre più veemente, fu proprio Magrini ad operare la stoccata decisiva a sei chilometri dalla conclusione. Il corridore pistoiese, che militava nella Metauro Mobili con il compito di assistere Van Impe nella corsa rosa, sfruttò al meglio l’occasione concessagli e con una valida resistenza nell’ultimo chilometro, riuscì ad imporsi a braccia alzate. Fu la seconda affermazione tra i professionisti per colui che oggi è divenuto popolarissimo come commentatore tecnico di Eurosport e che alcune settimane dopo fu capace di ripetersi anche nella settima tappa del Tour de France.

Alle sue spalle, a lanciare l’attacco più deciso fu lo spagnolo Marino Lejarreta, che andò a conquistare la seconda posizione distanziato di appena 3″ mentre più indietro si piazzarono Moreno Argentin a 9″, Vittorio Algeri a 11″ mentre a 14″ giunsero Visentini e Beccia, col gruppetto di Saronni, preoccupato di controllare i rivali più che contrattaccare su un arrivo fatto apposta per le sue caratteristiche, ancora più indietro. L’indomani il Giro ripartì sempre da Montefiascone alla volta di Bibbiena, in Toscana, dove ad imporsi fu un altro uomo di fatica, vale a dire l’abruzzese Palmiro Masciarelli.

Saronni, poi vincitore anche nella cronometro Reggio Emilia-Parma e sul traguardo di Bergamo, mantenne la leadership fino alla fine, sfruttando anche abilmente i corposi secondi di abbuono previsti in quell’edizione per il vincitore e gli altri piazzati nelle prime cinque posizioni. In questo modo riuscì a respingere l’assalto di Roberto Visentini, che concluse il Giro al secondo posto con un distacco di 1’07” mentre lo spagnolo Alberto Fernández (vincitore in salita anche ai Colli di San Fermo) chiuse al terzo posto a 3’40” (lo sfortunato iberico perirà poi l’anno seguente in seguito ad un incidente stradale). Per Giuseppe Saronni fu il secondo ed ultimo successo in carriera nella classifica finale del Giro d’Italia.