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Dagnoni, il primo “post” o l’ultimo dei dirocchiani?

Elezioni FCI, a sorpresa ma non troppo Cordiano Dagnoni si impone su Silvio Martinello, in un’assemblea ancora dominata da Di Rocco e dalle solite forzature. Al nuovo presidente un leale in bocca al lupo

Si apre il quadriennio di Cordiano, viva Cordiano. Cordiano Dagnoni, il nuovo presidente della Federazione Ciclistica Italiana, è stato eletto questa mattina nell’assemblea di Roma nella quale ha superato al ballottaggio Silvio Martinello con il 55.9% dei voti, 128 per lui che al primo turno era arrivato secondo (83-78 per il padovano, con Daniela Isetti terza a quota 68 e Fabio Perego ritiratosi prima della tenzone).

Al secondo turno c’è stata un’evidente convergenza di voti da Isetti a Dagnoni, del resto i due candidati erano apparsi abbastanza in sintonia nel corso della campagna elettorale, mentre dall’altro lato si vedeva in filigrana un fronte Martinello-Perego. E mentre da parte di questi ultimi non sono mancati – nelle scorse settimane – attacchi alla vicepresidente uscente, accusata di essere stata troppi anni all’ombra di Renato Di Rocco, Dagnoni manteneva un più basso profilo.

Ecco, il basso profilo, quello che ha fatto del 57enne lombardo l’underdog per eccellenza di una sfida in cui i riflettori finivano puntualmente sugli altri, mentre lui ha saputo evidentemente muovere le leve giuste, agendo sottotraccia, in maniera peraltro dichiarata, dato che sin dal primo momento si è proposto come l’uomo venuto dalla base e pronto a spendersi unicamente per la base. Sicché quello che all’esterno è potuto sembrare un programma elettorale privo di troppi voli pindarici, eccessivamente concentrato sul piccolo e senza una visione del ciclismo (globale, intendiamo) nel suo insieme, all’interno dei meccanismi federali ha toccato le corde giuste, parlando la stessa lingua di tanti rappresentanti di società a cui magari interessa più la certezza di poter “pagare la bolletta del gas a fine mese” che non la teoria dei massimi sistemi su World Tour e dintorni.

Questo in prima analisi, e sicuramente è un’interpretazione che risponde al vero. Se Dagnoni ha un merito è la sua capacità di essere improntato alla massima concretezza, un valore aggiunto nel momento storico che viviamo, con decisioni impattanti da prendere praticamente tutti i giorni dalla poltrona federale (una poltrona che in altri tempi è stata sicuramente più comoda).

Poi c’è un secondo livello di analisi, anche questo valido, e che abbiamo l’obbligo di sviscerare.

Questa elezione 2021 avrebbe dovuto (o potuto) sancire la fine del dirocchismo. Se avesse vinto Silvio Martinello, possiamo star certi che la FCI sarebbe stata rivoltata come un calzino, destalinizzata in pochi mesi, e probabilmente ne avremmo viste delle belle: quello che succede quando un nuovo inquilino va a ripulire gli angoli più nascosti di una casa in cui la polvere si è qua e là accumulata. Paradossalmente anche Daniela Isetti, ansiosa di dimostrare una cesura rispetto al suo stesso passato, avrebbe rappresentato una forte novità rispetto al predecessore.

Con Cordiano Dagnoni invece rischiamo, anziché di avere il primo presidente post Renato Di Rocco, di avere l’ultimo esponente del dirocchismo. In campagna elettorale il presidente entrante ha sempre – e legittimamente, sia chiaro – manifestato un senso di continuità rispetto ai 16 anni che ci lasciamo alle spalle.

Purtroppo la continuità di certi metodi (non attribuibile a Dagnoni, ci mancherebbe) l’abbiamo sperimentata già in questi giorni. Non diciamo del fatto che la Federazione abbia elargito sussidi a 5 giorni dal voto: sicuramente il presidente uscente dirà che tutto è nella norma, e non ne dubitiamo. O meglio, non dubitiamo della liceità delle elargizioni a società che molto hanno sofferto a causa della pandemia. Ma del tempismo, vogliamo parlarne? Un po’ come quelle amministrazioni comunali che aspettano l’ultimo mese prima delle elezioni per dare una stesa di asfalto sulle strade più sgarrupate della città.

Questo è quasi il meno, onestamente. La cosa che più infastidisce è invece il cambio in corsa delle regole del voto, uno dei leggendari magheggi assembleari a cui il Di Rocco ci ha tristemente abituati. Ora, non era previsto da nessuna parte nello Statuto della FCI che si andasse al ballottaggio in caso nessuno dei candidati raggiungesse il quorum elettivo al primo turno (nel nostro caso 115 voti): stando alle regole vigenti, si sarebbe dovuta fare una seconda votazione con gli stessi candidati della prima, e in caso di persistente mancanza del quorum (fissato al secondo turno nel 50%+1 dei voti) si sarebbe dovuta riconvocare l’assemblea.

Però quelle regole sono scritte in maniera abbastanza fumosa (chissà perché), per cui per desumere la norma si devono mettere insieme tre o quattro articoli diversi. E in questo spiraglio è facile mettere la zeppetta, fare appello a chi di dovere (in questo caso il CONI) chiedendo “ci dirimi la questione?”. E il CONI, non limitandosi a dare un’interpretazione di quanto scritto nello Statuto FCI, ha estratto dal cilindro un ballottaggio al secondo turno che non era previsto da nessuna parte.

Sia chiaro: le cose sarebbero probabilmente andate nello stesso modo, perché al secondo turno in ogni caso i voti di un candidato si sarebbero potuti far convergere su un altro, o ancora uno dei candidati si sarebbe potuto ritirare (come ha fatto Perego prima del primo turno). Per cui ugualmente oggi avremmo avuto Dagnoni presidente. Ma è il modus che urta, il solito impunito prepotente modo di fare, la solita marchesata del Grillo, il fare le cose semplicemente perché si ha il potere di farle, io so’ io e voi eccetera eccetera.

Sin dall’inizio si sapeva che Dagnoni e Isetti erano i candidati meno sgraditi a Di Rocco, sin troppo facile immaginare che a un certo punto ci sarebbe potuta essere convergenza, come in effetti è stato: segno che a dominare l’assemblea è ancora una volta lui, l’immarcescibile lupo abruzzese. Poi Cordiano sarà il miglior presidente nella storia della FCI, e Daniela magari si consolerà con un posto all’UCI. Ma non possiamo fare a meno di dire: perché dobbiamo passare sempre dalle stesse forche caudine? Perché dobbiamo baciare sempre la stessa pantofola pontificia? Quale sarà la prossima trovata? Basta così o ci ritroveremo il baffetto in qualche modo tra le scatole, prossimamente?

Tra l’altro lo spettatore neutrale non capisce perfettamente certe dinamiche, in tanti oggi restano di stucco nello scoprire che la spinta modernizzatrice di cui Martinello si faceva portatore è rimasta al palo. Fosse stata una gara di popolarità, non ci sarebbe stata partita. Ma non era una gara di popolarità.

A Cordiano Dagnoni, da queste colonne, facciamo il più grande in bocca al lupo per il lavoro che lo aspetta. Con lealtà guarderemo ai fatti senza preconcetti, e giudicheremo sulla base di quello che il nuovo presidente saprà, potrà, vorrà fare del ciclismo italiano. Ora sarà investito di un grande potere tutto insieme, diamogli il tempo di inebriarsene e tornare sobrio, diamogli il tempo di iniziare a dispiegare la propria opera, è il primo presidente nuovo dal 2005, anche noi dovremo abituarci a lui.

Lo aspettiamo alla prova della realtà, le sfide da affrontare sono tante, a partire dalla necessità che il ciclismo italiano ritrovi centralità nel mondo, dal bisogno che si torni a fare scouting tra i giovani, dalla fondamentale richiesta di sicurezza sulle strade che si leva da tutti i pedalatori della Penisola. Serve un colpo d’ala, del presidente e del movimento tutto. Serve uscire dalla sclerosi degli ultimi lustri. E da parte nostra aggiungiamo al novero un’altra istanza: che si cambino finalmente le regole del voto elettorale, che si modernizzino certe procedure stantie, che si superi l’asfittismo di un’assemblea degli oligopoli.