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Il lutto: Fu una visione folgorante - Un ricordo per Laurent Fignon

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Laurent Fignon - Foto da 20minutes.frLaurent Fignon non è stato per me solo un grande campione, era il mio campione. Uno dei pochi, pochissimi, che m'hanno spinto al tifo fra quella massa di ammirati che sono da sempre, nelle mie orbite, i corridori in bicicletta. Uno a cui sono giunto, pur senza la spinta che viene da chi ha in qualche modo steso il tappeto della predestinazione, dell'annuncio. Mi sono sempre chiesto come mai e me lo chiedo anche oggi, nel giorno in cui alla commozione e alle lacrime per la sua grave malattia che le mie debolezze non han mai trattenuto, si sono aggiunte le ragioni dell'irreparabile.

S'era alla Tirreno Adriatico, l'anno era il 1983, l'arrivo di tappa era posto sulla collina di Acquaviva Picena, il paesaggio era quello tipico delle Marche: bella terra, un po' troppo dimenticata, dove tanti paesini sono posti su quei cucuzzoli che li trasformano in vedette sul mai lontano Adriatico. Lì, su quelle pendenze, in un gruppetto di corridori tutti bravi, c'era anche lui, quel biondino con gli occhiali e la fascia di spugna sulla fronte, che s'era già ben comportato qua da noi al Giro d'Italia dell'anno prima. Lo vidi partire a ridosso di un ponte, quando già l'ascesa aveva imposto le sue leggi di fatiche suppletive. L'immagine la ricordo bene, anche se giungeva a me da un vecchio televisore posto su un salone di un circolo d'una piccola frazione, nel baccano e nel fumo che rendeva tutto più grigio, offuscando i contorni già attenuati di quell'anziano strumento.

Ma erano ugualmente belli, perché l'azione di quel poco più che puntino era potente, persino armoniosa e fra le curve in salita che portavano all'arrivo, il suo passo si mostrò impossibile anche per gente assai più conosciuta ed adattissima a simili arrivi, come il più volte campione di Spagna Juan Fernandez, il talento croce e delizia del belga Fons De Wolf, l'astuzia e la progressione di un olandese che stava sempre nelle attenzioni di Martini, come "Fritz" Pirard e l'epica abnegazione dell'italiano Wladimiro Panizza. Non so perché e non lo saprò mai, ma quando Laurent giunse ad alzare le braccia in segno di vittoria, era già nel mio cuore, era il mio corridore: sì, dopo Merckx, era lui che mi risvegliava le corde del tifo. Urlai un liberatorio: "Sei un campione!". Attorno a me, c'erano persone che mi conoscevano in ben altra veste e ricordo lo sguardo di stupore dietro ai baffoni dell'anziano "Gianin", un vecchio partigiano, che s'affrettò subito a dire: "ma è un francese!". Chissà, forse quel coinvolgimento nazionalistico che contorna lo sport e che ho sempre odiato, presentandosi da subito nel mio intorno, cementò decisamente in me quel caleidoscopio di sentimenti che si schiudono, appunto, nel tifo.

Laurent giunse a me così. Ed in tutti gli anni seguenti, per sempre potrei dire, non ho mai abbandonato quel solco. Ho scoperto e vissuto come tutti il campione che divenne, vivendolo però nell'intensità emotiva e per questo umanamente straordinaria, di chi lo portava nel cuore. Ho così gioito al massimo possibile per le sue vittorie, ed ho sofferto con forza uguale e contraria, le sue sconfitte. Non mi sono mai sentito in crisi, perché Fignon lo scoprii eccezionale anche come uomo, proprio per quella dote in possesso di pochi, di non cercare di farsi vedere per quello che non si è, e di mostrare con la quotidiana narrazione di se stessi, le proprie debolezze e distinzioni. Un uomo chiaro e di spessore, divenuto campione in uno sport come il ciclismo, dove il valore di una persona si testimonia soprattutto sulla strada, poiché l'ambiente sa scartare, omettere e giocare oltre misura col comune vezzo di ipocrisie e falsità, le realtà intellettuali ed umane dei singoli. Un personaggio pure scomodo, anche se in molti non lo voglion dire, proprio per il gioco di quei vezzi; onesto nella quantificazioni di fondo e denso di quella dignità che ha saputo insegnare anche ai tifosi come me. Ci lascia, al di là del suo ricordo e degli insegnamenti venuti dalla sua voce e dalle sue pedalate, un libro-capolavoro, da considerarsi testo fondamentale per chi studia e vive il ciclismo e le sue trasformazioni. E lo ha scritto veramente lui, di suo pugno. Un campione uomo che ha saputo azzerare la banalità, ed intenso su taluni passaggi dimenticati, perché considerati comuni. Sì, un professore, con le gambe di un fuoriclasse e la testa di uno splendido essere umano che sa spiegare l'incoscienza della gioventù, come la fontana d'acqua fresca nell'estate della vita.

Caro Laurent, ti piango perché son debole, ma sei stato e sei così grande, da farmi sentire migliore per esser stato tuo tifoso.

Morris
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