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Fignon - Il ricordo: Se n'è andato un gigante - Un campione mai banale

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Laurent Fignon - Foto da Novopress.info1983. "Alé Fignon! Vai biondino"... No, a dodici anni non puoi amare uno solo perché ha vinto il Tour de France e dicono che gli assomigli. Anzi, che ti assomiglia. Perché senti che la storia del ciclismo, il podio di Parigi in realtà non aspettano che te e quindi quello che altri pronunciano come un complimento è un'onta inaccettabile. Pedali pensando a quei buontemponi che a Meensel-Kiezegem avevano urlato che so, "vai Stan Ockers" a un ragazzino ancora senza basette ma già con un appetito da Cannibale. A dodici anni non puoi che tifare per uno come Luis Lucho Herrera, che all'essere il migliore scalatore del mondo aggiunge il fatto che da buon extracontinentale non minaccia quanto hai di più caro a dodici anni, la tua unicità. O piuttosto per le magnifiche sorti e progressive di Francesco Conconi e Francesco Moser, con le loro ruote lenticolari a cui nemmeno ET, appena uscito, aveva pensato.

1984. Però, mentre la tua strada verso i Campi Elisi inopinatamente si complica, il biondino (lui) ci sa fare, e ridicolizza e ingigantisce Hinault in uno dei più belli e scontati Tour di tutti i tempi. E allora come si fa a non tifare per Hinault, per come ogni giorno le prende e ogni giorno ci riprova come nemmeno Willy Coyote, mentre il "professore" impartisce una perfetta (visto che la perfezione esiste, quanto poco è lontana dal Tour '84 di Fignon?) noiosa "lectio magistralis" dopo l'altra?

1986. Poi lui sta fermo, perde, rivince. Anche tu impari a fare i conti con l'impostura della vittoria e della sconfitta e finisci per appendere in camera proprio il Bicisport di "quella" Freccia Vallone. Se c'è una cosa (forse l'unica, anzi le uniche due) che sanno fare a Bicisport sono i titoli e le foto, e senti che quel "Fignon, il sole splende ancora" e quelle braccia fangose e faticosamente alzate sono molto simili a come vorresti uscire dagli alti e bassi dell'adolescenza.

1989. Lo vedi vincere il Giro, poi perdere un'altra crono finale contro un altro dell'altro mondo, quel Lemond così amerikano, così miracolato (ma li fanno tutti così?), così vincente. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8. Tremiladuecentottantacinque chilometri, otto secondi accumulati sui Campi Elisi bastano per perdere un Tour de France e passare alla storia come la statua di sale sul podio di fianco al troppo più giovane (in realtà durerà ancora un anno) Lemond, cancellando in un rettilineo altrimenti memorabili fughe in maglia gialla e ancora braccia alzate (come a Villard-de-Lans: ma quanto andava forte, ma che fantastica azione è stata?).

1992. Tu hai definitivamente capito che non vincerai un Tour de France, ma il biondino è più in declino di te. Infatti vi incontrate per davvero, sul Valico di Scheggia, nomen omen dei tempi che cambiano, dove fra un'ora vedrai sfrecciare il siluro Indurain. Ma adesso, un po' perchè non c'è troppo casino di ammiraglie e un po' perchè quel codino che balla è un faro irresistibile, lo segui a distanza e ti godi la vostra massima vicinanza, con te che (mai andato così forte!) sei lì, ti stacchi solo quando c'è troppa gente e pensi che tutto sommato se non un Tour, un Giro avresti potuto portarlo a casa. Mentre lui, l'ex-burbero e intoccabile, è ormai felice quando gli chiedono autografi. Corre da gregario di Gianni Bugno, c'è chi critica "il professore" perchè ormai porta borracce, ma sono critiche dettate dall'ignoranza, di chi non sa che è dei campioni saper capire la corsa, la bellezza di tutta la corsa (non per niente, racconta Gianni Mura, Fignon si ritirerà dal suo ultimo Tour dopo avere voluto assaporare, ultimo, staccato e solo, una salita della leggenda per "vivere un momento di tristezza e di grazia senza condividerlo con nessuno").

2010. No, a dodici anni non puoi amare uno solo perché ha vinto il Tour de France e dicono che gli assomigli (e cioè che lui assomiglia a te). Ma gli anni hanno sopito la vostra rivalità a distanza. Anzi, ti ha finalmente vinto. A quarant'anni non puoi amare nessuno come chi ha vinto il Tour de France quando ne avevi dodici ed eravate "giovani e spensierati". Hai capito che Laurent Fignon è stato un gigante. Attaccante nato: classe, coraggio, avversari forti o fortissimi e un saldo con la fortuna quantomeno complesso: passerà alla storia per avere perso un Giro e un Tour per due innovazioni tecnologiche diverse (ruote lenticolari e manubrio da triathlon) che pochi mesi prima nessuno conosceva, che nel giorno decisivo vennero usate solo dai suoi avversari, che pochi mesi dopo erano patrimonio di tutti. Straordinario vincitore, straordinario sconfitto. Sempre un'idea originale o un silenzio piuttosto che una banalità. Una parola in più piuttosto che un compromesso di troppo, con i soliti lampi negli occhi e forse più gusto del solito quando la chemio e il cancro gli arrochivano la voce, godendosi un nuovo momento "di tristezza e di grazia".

Guido Legnante
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