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The best Debesay

02.03.2019 12:27

Tour du Rwanda, fuga vincente per il giovane eritreo. Secondo Fedeli, sfortuna per Kudus ma mantiene la maglia. Domani la chiusura con il muro di Kigali


Dal nostro inviato


Di questi tempi il ciclismo eritreo è più vivo che mai e se da una parte c'è un Merhawi Kudus che ormai è professionista molto apprezzato e alla sua quarta stagione consecutiva nel World Tour, dall'altra ci sono una serie di ragazzini di talento che stanno mettendosi in evidenza a suon di risultati nelle gare del calendario UCI: prima era stata la volta di Biniam Girmay, oggi qui al Tour du Rwanda ad esultare è stato Yacob Debesay, giovane classe 1999 che proviene da una famiglia con il ciclismo nel sangue.

Yacob è fratello minore di Mekseb Debesay che ha militato per tre anni nel Team Dimension Data, ma anche gli altri fratelli Frekalsi e Kindishih sono stati ciclisti capaci di ottenere buoni risultati, così come la sorella Mossana che attualmente difende i colori della formazione astigiana Servetto. In famiglia Mekseb era stato capace di ottenere validi risultati anche in corse di primo livello, pensiamo al terzo posto nella tappa regina dell'Abu Dhabi Tour 2016 lasciandosi dietro Contador e Nibali o al decimo posto nella generale del Tour of Guangxi 2017, ma adesso è il 19enne Yacob Debesay ad attirare le attenzioni su di sé: bravo in Cina lo scorso novembre, vincitore in Coppa delle Nazioni al Tour de l'Espoir a inizio febbraio e adesso vittorioso anche in Ruanda dopo aver sempre corso all'attacco negli ultimi giorni.

La storia di Carlo Scandola, figura chiave della crescita del ciclismo locale
Prima di concentrarci sulla cronaca e sull'analisi di una tappa ancora una volta bellissima, oggi vi vogliamo raccontare la storia di Carlo Scandola, 77enne originario della provincia di Verona che è stata una delle figure chiave nella crescita del ciclismo ruandese di questi anni. Da giovani ha corso fino ai dilettanti, poi qualche problema fisico e la famiglia l'hanno spinto a concentrarsi sulla carriera lavorativa che l'ha portato a girare l'Africa ed il mondo. Nel 1997 arriva la pensione e Carlo vola per la prima volta in Ruanda per dare una mano con alcuni lavoretti in un orfanotrofio gestito da italiani: qui conosce Nsinga, un ragazzino di appena 9 anni con una grave infezione al bacino e alle anche; da lì nasce un legame fortissimo, Carlo aiuterà Nsinga a venire in Italia per curarsi e poi diventerà prima genitore affidatario, poi padre adottivo.

Tra svariati interventi chirurgici, per recuperare il tono muscolare Carlo mette Nsinga in sella ad una bicicletta, tanto che arriverà a partecipare ad alcune granfondo e campionati italiani paralimpici. Nei primi anni 2000 Carlo Scandola tornerà poi in Ruanda e da lì inizia il secondo capitolo. Carlo nota l'esistenza di uno sparuto gruppo di ciclisti che pedala su mezzi di fortuna, poi tornato in Italia legge un articolo su ciclismo africano e decide di organizzarsi per inviare del materiale: iniziano i contatti con Jock Boyer e la federazione locale, e così nel giro di pochi anni dall'Italia partono due container con centinaia di biciclette e altro materiale da corsa con destinazione Ruanda; una terza spedizione è in procinto di partire. Quasi tutti i ragazzi ruandesi in gara oggi al Tour du Rwanda, hanno iniziato a pedalare grazie a ciò che ha fornito Carlo che da un paio di giorni si è unito alla carovana: adesso sta provando ad aiutare Raisi, un grande appassionato di bicicletta che ha perso una gamba a causa di una mina e che adesso continua a pedalare proprio grazie alle bici e ai pezzi di ricambio che arrivano dall'Italia.

Solita partenza veloce, si vedono gli italiani
Tra pioggerellina leggera, strade tortuose, muri e pavé oggi sembrava di essere nelle Fiandre, ma una temperatura comunque gradevole era lì a ricordarci che anziché in Belgio ci trovavamo in Africa per la settima e penultima tappa del Tour du Rwanda 2019. La Nyamata-Kigali misurava appena 84.1 chilometri, ma la distanza ridotta non deve far pensare ad una giornata tranquilla: gli ultimi 40 chilometri in particolare erano assolutamente massacranti con continui cambi di pendenza e diversi strappi molto ripidi. Anche oggi molti corridori sono andati all'arrembaggio fin dal via ufficiale della tappa e dopo appena cinque chilometri c'era già una fuga di quindici corridori tra cui gli eritrei Sirak Tesfom e Yacob Debesay (quinto e dodicesimo in classifica), lo spagnolo David Lozano (sesto) e anche il vicentino Luca Mozzato (Dimension Data) che si è messo in evidenza dopo aver sofferto l'altura ed i percorsi impegnativi dei primi giorni.

Sulla prima salita di giornata, il gap tra testa della corsa ed inseguitori rimaste fisso attorno ai 30" ma è nella successiva discesa e nel primo dei quattro tratti di pavé che i battistrada iniziano a guadagnare in maniera più netta. In questa fase arriva anche la mossa della Delko-Marseille che già aveva davanti il polacco Przemyslaw Kasperkiewicz e che ha fatto uscire dal gruppo Joseph Areruya e l'italiano Alessandro Fedeli quando il gap era di 1'45": per loro un lungo lavoro di inseguimento, ma davanti la situazione è cambiata prima ancora che loro potessero dire di esserci.

Debesay va da solo a circa 35 chilometri dall'arrivo
A poco più di 50 chilometri dall'arrivo c'è stato l'allungo che poi si è rivelato decisivo. Il sudafricano Rohan Du Plooy è andato a caccia dei punti del traguardo volante per assicurarsi la maglia di questa speciale classifica e si è portato dietro il francese Aurélien Doleatto e soprattutto il giovane eritreo Yacob Debesay che, dopo aver sofferto nel tappone di Rubavu, da alcuni giorni ha provato in ogni modo a recuperare tempo in classifica ed a cercare una vittoria di tappa. I tre hanno guadagnato sia sui più immediati inseguitori che sul gruppo principale nell'ultimo tratto di tappa abbastanza scorrevole, poi entrati negli ultimi 40 chilometri s'è dato il via ad una guerra totale con attacchi e gruppetti dappertutto.

La salita di Rebero si divideva in due parti, la prima abbastanza dura in asfalto, la seconda era un chilometro in pavé con una pendenza media dell'8% e massima sopra al 10%: è stato qui che Yacob Debesay s'è disfatto della compagnia di Du Plooy e Doleatto e si è involato tutto solo verso la vittoria di tappa; dalla cima mancavano ancora 34 chilometri, ma questo non ha fermato il giovane eritreo che è riuscito a gestire alla perfezione sia le salite che le relative discese, anche quelle dove la strada era bagnata. Ai meno 20, al primo passaggio sotto al traguardo, Debesay era inseguito a 45" da Doleatto, Tesfom, Kasperkiewicz, Guillonet e Mugisha, mentre a tre minuti c'era il gruppo maglia gialla ridotto a sole 14 unità, tra cui gli italiani Mozzato e Fedeli che nel frattempo erano stati raggiunti.

Kudus attacca e cade; bravo Fedeli, secondo
Sulla salita di Gisozi, il quarto gpm del giorno posto a 14 chilometri dall'arrivo, c'è stato l'attacco della maglia gialla Merhawi Kudus che cercava di mettere più margine in classifica tra sé ed i rivali in vista della non semplice tappa di domani. La talentuoso corridore dell'Astana però è stato vittima di una scivolata in una curva molto infida a 7 chilometri dall'arrivo ed a quel punto tutto è cambiato: perché non solo la maglia gialla è stata ripresa dai corridori che aveva staccato in precedenza, ma poi sull'ultimo durissimo strappo è andata in difficoltà (anche per un tubolare che stava sgonfiandosi) con il solo Rodrigo Contreras come compagno di squadra a darci un aiuto più morale che altro, almeno su certe pendenze.

Nel finale è quindi successo di tutto e quasi ogni corridore ha fatto gara a sé anche perché era davvero impossibile organizzarsi. Yacob Debesay era imprendibile e ha tagliato il traguardo a braccia alzate per festeggiare la terza vittoria stagionale dopo una tappa e la generale del Tour de l'Espoir in Camerun. Le braccia le ha alzate anche il veronese Alessandro Fedeli che si è reso protagonista di un finale da applausi superando Adrien Guillonet e Sirak Tesfom: è secondo a 21", ma lo scopre solo pochi metri dopo il traguardo come testimonia il cambio di espressione sul suo volto. «Ho fatto una fatica bestiale, non sapevo ce ne fosse uno davanti» riuscirà a dire.

Classifica cortissima alla vigilia dell'ultima tappa
Come detto, sul durissimo strappo finale con 200 metri in pavé a pendenze vertiginose tutto si è riaperto e quello che poteva essere il colpo del ko di Merhawi Kudus, si è trasformato in un'iniziezione di fiducia per i suoi rivali: il colombiano Hernán Aguirre chiude quinto a 24", Mulu Hailemichael, Matteo Badilatti ed un combattivo David Lozano (era in fuga, ha perso un minuto per una foratura, è rientrato davanti e ancora è riuscito a reggere) sono arrivati a 26", Rein Taaramäe è finito a 43" mentre Merhawi Kudus ha chiuso a 53" e dopo il podio si è dileguato rapidamente per valutare l'entità dei danni provocati dalla caduta.

Alla vigilia dell'ottava ed ultima tappa del Tour du Rwanda 2019, quella in cui si scalerà per tre volte il Mur de Kigali, la situazione di classifica è clamorosamente incerta: Merhawi Kudus ha salvato la maglia gialla di leader nonostante qualche timida protesta della Direct Energie per spinte che non sembrano esserci state, Rein Taaramäe adesso è a solo 7" ma si sono riavvicinati tantissimo anche Matteo Badilatti, ora terzo a 18", e Hernán Aguirre che è quarto a 31". Certo, anche oggi Kudus è sembrato il più forte in gara, ma bisognerà vedere gli strascichi della caduta: se la gamba non dovesse essere brillante, allora gli altri tre potrebbero provare ad approfittarne, mentre il buon Yacob Debesay, dopo essere risalito in settima posizione e aver preso la maglia dei giovani, ha già promesso battaglia per tentare di portarsi a casa un'altra vittoria.
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