Steven Kruijswijk dopo aver tagliato il traguardo di Risoul © Bettiniphoto
Steven Kruijswijk dopo aver tagliato il traguardo di Risoul © Bettiniphoto

Lo spettacolo della tenacia ha un nome: Kruijswijk

Caduto in discesa, l’olandese (pur con una costola fratturata!) ha dato tutto per difendere la maglia rosa, ma è finito spodestato dalla vetta del Giro

Sei in maglia rosa da quasi un’intera settimana; hai mostrato di essere il più in forma lungo gli oltre 3000 km sinora affrontati; hai 3′ tondi di margine sul rivale più vicino in classifica, che per giunta di esperienza ne ha meno di te; hai appena scollinato senza problemi la salita più alta della corsa, ed una delle più faticose d’Europa; sei a ruota del secondo e del quarto della generale, mentre il terzo è perso più indietro. Tutto sembra andare per il meglio fino a che…

Il colpo di scena è dietro l’angolo
Fino a che sbagli ad entrare nella prima curva in discesa del Colle dell’Agnello. E un secondo ti basta a farti perdere quanto seminato lungo tre intere settimane. Cade Steven Kruijswijk, che piroetta in aria prima di trovarsi a terra di schiena; subito, come una molla, scatta in piedi, alla ricerca della bici a sua volta scaravoltata più volte in aria. Giusto il tempo di un controllo al casco prima che l’adrenalina in circolo lo porti a riprendere la compagna di sventura, che ha però patito qualche guaio di troppo.

Un paio di soste con la macchina del cambio ruote, quindi finalmente l’arrivo dell’ammiraglia del team, distanziata dai tanti gruppuscoli formatisi sul Colle, con il povero direttore sportivo disperato a cercare di farsi largo a suon di clacson per ogni possibile pertugio. E poi via, ripartire per quel lungo tratto ancora mancante di questa maledettissima discesa, che rimarrà impressa per sempre nella sua memoria, fra tanti pensieri in testa che sicuramente si saranno accumulati. Il gomito sanguina, copiosamente; le botte a spalla e costole iniziano a farsi sentire.

Lotta e resiste, ma finisce la benzina
Bisogna stringere i denti, andare verso il traguardo: c’è una maglia rosa da difendere, c’è un Giro da conquistare! Nessun olandese l’ha mai fatto suo e l’ultimo tulipano sul podio di una corsa a tappe è Joop Zoetemelk, primo in Francia nel 1980 quando il signor e la signora Kruijswijk probabilmente dovevano ancora conoscersi. Rientra, stoico, su Jungels, Amador e compagnia e con la maglia bianca (e il suo gregario Carlos Verona) si danna nel falsopiano prima dell’ascesa finale verso Risoul.

Le forze, che erano tante nei giorni passati, volano via istantaneamente non appena la strada si inerpica. Lo staccano Jungels e Atapuma, lo staccano Amador e Cardoso, vanno via anche i secondi che si accumulano diventando minuti. Con lo sguardo che mira sempre più verso il basso continua la sua lenta agonia, patendo ma non sbracando come quasi tutti avrebbero fatto in una situazione simile. Alla fine è sedicesimo, a 4’54” da chi un simile calvario in sella (ma non originato da una caduta) lo aveva patito neppure una settimana fa.

«This is the end» dice. Mentre il team non è impeccabile
In classifica è ancora terzo Kruijswijk, a 1’05” dal neoleader Chaves. Ma piange Kruijswijk, versa lacrime di rabbia non appena tagliato il traguardo. «È tutto finito» dichiarerà più tardi «Ho fatto uno stupido errore nell’impostare la curva; dopo la caduta avevo male dappertutto, la schiena e le costole, e il morale era sotto i tacchi». «Già sull’Agnello ero al gancio perché il ritmo di Chaves era elevato: volevo mangiare e bere perché sentivo di essere in riserva, e la caduta ha peggiorato tutto. Ho perso il Giro».

Tuttavia anche dall’ammiraglia del Team LottoNl-Jumbo non è che la situazione sia stata gestita alla perfezione: il direttore sportivo Addy Engels (che, curiosamente, è lo stesso che a settembre guidava per il Team Giant-Alpecin Tom Dumoulin alla Vuelta a España) avrebbe potuto cercare, sapendo che la sua non è una formazione costruita per gestire la corsa in salita, di inserire un uomo nella fuga creatasi dopo il traguardo intermedio di Sampeyre. Cosa che hanno fatto le rivali Astana, Katusha, Movistar, Orica e Tinkoff: si è vista l’utilità di Rubén Plaza e Michele Scarponi per i rispettivi capitani, compito che avrebbero potuto replicare anche nomi quali Martijn Keizer o Bram Tankink.

Bici non adatta? Forse. Da decidere se ripartirà
Rivedendo le immagini del fatidico momento si vede che l’olandese, oltre ad impostare una traiettoria in curva meno stretta rispetto ai due rivali che lo precedevano, non ha la medesima direzionalità nel suo ferro del mestiere rispetto alle altrui bici: la sua Bianchi non risponde repentinamente come la Specialized e la Scott di Nibali e Chaves e gli impedisce di correggere la linea nella seconda metà. Secondo quanto sta emergendo nelle ultime ore Kruijswijk sta utilizzando, invece che la bici “da salita”, il modello che l’azienda di Treviglio predispone per le tappe pianeggianti in quanto più a suo agio su tale mezzo (che è più rigido rispetto all’altro tipo).

Domani sarà l’ultimo appuntamento per provare a smuovere la classifica, in una frazione franco-italiana composta solo da lunghi e insidiosi saliscendi. Il morale è bassissimo e il fisico lo segue a ruota: gli esami effettuati in serata hanno riscontrato una piccola frattura costale oltre che botte varie a piede e fianco. Domattina si deciderà se potrà ripartire o se, vinto dal dolore, il suo Giro sarà finito un momento prima della gloria; tuttavia, come dimostrato oggi e come dimostrato in passato, il quasi ventinovenne di Nuenen è un cagnaccio che non molla. Per la vittoria finale i giochi non lo riguardano più, e così verosimilmente anche il discorso podio, con Valverde alle calcagna: c’è da provare, se il fisico lo consente, a resistere per giungere comunque a Torino, pur in una posizione diversa da quella che avrebbe meritato sulla strada.

«C’est l’histoire d’un homme qui tombe d’un immeuble de cinquante étages. Le mec, au fur et à mesure de sa chute il se répète sans cesse pour se rassurer : jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien. Mais l’important n’est pas la chute, c’est l’atterrissage».
«È la storia di uomo che cade da un immobile di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio, per farsi coraggio, si ripete: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio»

(Mathieu Kassovitz, La Haine, 1995)

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