Michele Acquarone ai tempi in cui guidava RCS Sport © RoadCyclingUk.com
Michele Acquarone ai tempi in cui guidava RCS Sport © RoadCyclingUk.com

Do you remember Acquarone?

L’ex direttore generale di RCS Sport si professa innocente e da anni attende che si faccia giustizia. E il suo appello lo facciamo nostro

Cari lettori, cosa pensereste se vi sfiorasse il sospetto che qualcuno di vostra conoscenza potrebbe essere stato vittima di una grave ingiustizia? Qualcuno di voi si indignerebbe, qualcuno empatizzerebbe con il malcapitato, qualcuno magari farebbe spallucce, ma dubitiamo che – in generale – la curiosità di sapere come effettivamente stanno le cose vi resterebbe estranea.

Parliamo di Michele Acquarone. Passato come una meteora nel ciclismo, portatore di idee a volte discutibili ma comunque degne di essere analizzate e dibattute, per certi versi visionario (alcune delle sue previsioni sul destino di questo sport si stanno puntualmente avverando), per altri sin troppo estraneo alla cultura comune del nostro ambito e quindi eretico, non è stato simpatico a tutti. Anzi, forse è stato simpatico a pochi.

Ha guidato RCS Sport (e quindi il Giro d’Italia e annessi e connessi), ha contribuito a fortificare il marchio rosa in ambito di marketing, ha preso qualche granchio, non è stato un dirigente migliore o peggiore di tanti altri. Il tempo giudica e giudicherà, ma qui non ci interessa tornare ad analizzare il suo impatto sul ciclismo, quanto capire qualcosa di più della vicenda che l’ha coinvolto.

Chi scrive ha conosciuto Michele Acquarone ovviamente ai suoi tempi in RCS Sport, ricavandone l’impressione di un tipo che si atteggiava a compagnone ma che forse era molto più scafato di quanto volesse far apparire. (Sempre) chi scrive ha approfondito la conoscenza di questo ligure trapiantato a Milano dopo la sua defenestrazione, e nel tempo ha cambiato radicalmente idea sul suo conto: vuoi vedere che questo Michele, alla fine, è uno vero? Sempre felici di cambiare in meglio la valutazione su una persona.

 

17 milioni di ammanco dai conti di RCS Sport
Ci piacerebbe avere gli strumenti per analizzare a fondo i fatti che hanno portato RCS Sport a disfarsi di lui. Possiamo riportare quanto è noto: la storia partì dalla scoperta di un ammanco di 17 milioni di euro dai fondi di RCS Sport, e le indagini successive alla denuncia presentata dalla società filiarono due ulteriori filoni, che paradossalmente si ritorsero contro di essa: uno per falso in bilancio, uno per truffa verso la pubblica amministrazione.

Il pm scoprì che RCS Sport aveva ricevuto contributi pubblici senza averne i requisiti; la società volle evitare il processo e patteggiò una multa di circa 250mila euro. Acquarone oggi dice: “In un mondo normale RCS non avrebbe patteggiato, ma sarebbe andata a processo per andare a fondo e capire quale fosse la genesi della frode e quindi di chi fossero le responsabilità dei suddetti reati. Ma visto che RCS vuole far passare tutta la vicenda sotto silenzio ha pagato senza batter ciglio. Per me è esattamente il contrario. Avendo la coscienza pulita, io voglio andare a processo”.

Acquarone, rinviato a giudizio insieme a un’altra decina di persone (ognuna con addebiti diversi), non è accusato di aver sottratto fondi ma – sostanzialmente – di non aver vigilato abbastanza. Eppure ha sempre sostenuto di aver scoperto lui (e segnalato all’azienda) gli ammanchi milionari.

In una lettera aperta dello scorso anno l’ex dg del Giro riassumeva: “Il 16 settembre 2013 scopro e denuncio che qualcuno sta rubando in azienda; il top management del gruppo mi ringrazia e mi chiede di collaborare con l’azienda per far emergere la verità; nei giorni successivi emerge che sono spariti diversi milioni di euro e che la banca già nell’aprile 2012 aveva comunicato alla Tesoreria Centrale di RCS Mediagroup che dai conti di RCS Sport stavano fuoriuscendo grossi quantitativi di denaro”.

“Due giorni dopo vengo sospeso dal lavoro e mi viene chiesto di lasciare immediatamente il mio ufficio: la notizia della mia sospensione diventa pubblica. L’opinione pubblica non ha dubbi: soldi spariti, Acquarone sospeso, Acquarone colpevole. Come direbbe Churchill: ‘Una bugia riesce a raggiungere mezzo mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni’. Con il mio licenziamento RCS ha fatto cadere tutte le cose su di me. Ma io non ho rubato, né ho mai compiuto alcun illecito. Ho sempre lavorato con diligenza e passione”.

 

Le spiegazioni e le domande di Acquarone
Oggi Acquarone entra nel merito: “Per far sparire i soldi, sono stati contraffatti molti documenti e di conseguenza il pm indagando ha trovato delle irregolarità nei bilanci di RCS e delle irregolarità nei rapporti che RCS aveva con le pubbliche amministrazioni che contribuivano (anche economicamente) all’organizzazione degli eventi”.

“Io sono considerato del tutto estraneo all’appropriazione dei fondi ma sono chiamato a rispondere dei contratti e delle fatture che sono serviti a sottrarli, ‘in quanto direttore generale di RCS Sport‘. Rispondo, cioè, per la carica che ricoprivo all’epoca (anche se io sono diventato dg alla fine del 2008 e le appropriazioni sono avvenute a partire dal 2006)”.

“Come dicevo prima, io non patteggio, anzi, voglio andare a processo perché ho molte domande da fare su questa vicenda. Durante le indagini i miei poteri di intervento nel procedimento erano purtroppo limitatissimi. Durante il processo potrò finalmente fare domande ed esigere che mi si risponda. In pratica respingo anche l’accusa di ‘omesso controllo’ perché io non potevo controllare ciò che non ho mai visto e vorrei provare a capire come tutti quei documenti falsi (contratti e fatture) possano essere stati utilizzati per contraffare la contabilità di RCS”.

 

La lentezza della macchina giudiziaria
Il sospirato processo è iniziato lo scorso 9 giugno, ma la prima udienza è stata rinviata una prima volta per motivi tecnici e una seconda (proprio stamattina) per un errore di notifica. I tempi si allungano, Michele Acquarone si dice sfinito per l’allontanarsi del momento della chiarezza sull’intera vicenda.

Ancora pochi giorni fa girava alla stampa (rimanendo piuttosto inascoltato) un’altra lettera aperta, in cui – tra le altre cose – poneva ancora una volta le domande di sempre: “Ma come è possibile che nessuno voglia sapere dove siano finiti tutti quei soldi e chi li abbia presi. Possibile che a nessuno interessi capire come 17 milioni di euro abbiano potuto tranquillamente sparire dalle casse di un’azienda quotata? Perché, dopo che la banca ebbe avvisato la tesoreria di RCS MediaGroup che migliaia di euro in contanti venivano periodicamente prelevate dai conti bancari di RCS, nessuno fece scattare immediatamente l’allarme per bloccare l’emorragia?”.

“Sono passati tre anni da quando ho denunciato gli ammanchi e sembra che nessuno voglia sapere. Non è strano che RCS non voglia avere delle risposte? Da dove nasce questa omertà? Perché nessuno si scandalizza quando vede che in Italia si possono rubare 17 milioni di euro e farla franca? Vogliamo davvero che l’Italia diventi il paradiso di banditi e delinquenti? Perché tutto tace? Non è strano che io sia rimasto l’unico a voler sapere e a denunciare pubblicamente l’accaduto?”.

L’amarezza che emerge dalle sue parole è tanta: “A volte mi chiedo se invece dovrei dimenticarmene anche io. Dimentica Michele, il tempo aggiusta tutto. Dimentica Michele, evidentemente hai di fronte un avversario troppo potente. Ma io non voglio dimenticare. Io voglio sapere. Io voglio sapere chi sono i responsabili e voglio vederli puniti per i loro crimini. Inizialmente era rabbia, poi frustrazione. Oggi è solo fermezza, coerenza e un po’ di quell’inguaribile ottimismo che non mi ha mai abbandonato”.

Archivio

La vignetta di Pellegrini