Peter Sagan annunciato dallo speaker Stefano Bertolotti al via da Milano © Bettiniphoto
Peter Sagan annunciato dallo speaker Stefano Bertolotti al via da Milano © Bettiniphoto

Lunga vita ad Iron Peter!

Colto da possessione diabolica, il Tony Stark del ciclismo ne annienta le regole. Compresa la principale, “correre per vincere”

 

Has he lost his mind?
Can he see or is he blind?

«I risultati non c’entrano niente, l’importante è fare spettacolo per gente. Altrimenti che cosa è venuta a vedere?». Dopo aver vinto un Giro delle Fiandre ed essere stato bi-campione del mondo, Peter Sagan può permettersi di fare certi ragionamenti a voce alta. Ragionamenti che sicuramente hanno sempre fatto parte del suo bagaglio guascone, che hanno vacillato dopo le tante sconfitte subite tra 2013 e 2015, e che spesso ha dovuto tenere a freno. Ora non più: l’ultimo biennio ha permesso al campione slovacco di liberarsi ed essere veramente quello che vuole. Un personaggio da fumetto proiettato in uno dei mondi sportivi più conservatori e conformisti tra tutti. E noi non possiamo che ringraziarlo per il solo fatto di esistere.

Affinità e divergenze col compagno Tony Stark
Se il look attuale fatto di liberi capelli lunghi e pizzetto luciferino classicista può suggerire un accostamento a Jack Sparrow (manca solo un po’ di trucco) oppure, osando verso il sacro, quel signore secondo in fama solo ai Beatles (ma bisognerà vedere cosa combinerà durante la Settimana Santa), non vi è ombra di dubbio che in Peter Sagan alberghi, probabilmente da sempre, lo spirito di Tony Stark, supereroe della Marvel meglio noto come Iron Man. Entrambi sono nati con la camicia, amano la bella vita e le donne, ma hanno quel tarlo dentro che non li fa sentire compiuti: si sentono stretti in un mondo nel quale bisogna subire certe regole, e bramano per l’evasione. Se Stark trova la sua catarsi in modo umanitario, ribaltando la sua figura da fabbricante di armi a difensore dell’umanità, il comportamento anticonformista di Sagan è più anarchico e pro domo sua, ma finisce per avere una forte influenza sull’ambiente circostante.

Dall’evasione nelle interviste a quella in corsa
Ultimamente, Peter si è contraddistinto per una certa insofferenza verso il canovaccio delle interviste post-gara, mettendo non poco in difficoltà il nuovo inviato Rai Stefano Rizzato il quale si è dovuto inventare ogni tipo di formula per estorcergli informazioni. Ma dalla conversazione con un panino in bocca alla sarcastica apologia della signora che ha tentato di ammazzare Sagan attraversando col cane nel bel mezzo della crono di San Benedetto del Tronto, passando per una serie di frasi ad effetto sulla falsa riga di un personaggio hollywodiano, tali interviste sono diventate presto virali, sfondando anche il muro degli addetti ai lavori e aumentando la popolarità di tutti: Sagan, l’intervistatore, la corsa. In una parola, show-time. Il personaggio offre sé stesso per quello che è, in maniera tale da offrire un ritorno d’immagine a questo sport.

E oggi, nel dopo gara della Sanremo, è andato ancora oltre, con la frase sopra riportata riguardo allo spettacolo. Un concetto rivoluzionario, che a dir la verità in pochi potrebbero permettersi di supportare senza essere sbeffeggiati (nessuno meno di Sagan, ovviamente). Ma che è una verità alla base della tendenza alla decadenza di questo e di altri sport: come si può pretendere uno sport di successo, se si tradiscono i gusti del pubblico e i valori cardine della contesa?

La natura tradita dello sport in bicicletta
Il problema principale del ciclismo post-caso Festina non è stato tanto il doping, tutt’ora invitto ma probabilmente marginale rispetto a un tempo, quanto la risposta masochista che si è data. A un certo punto la percezione dominante era quella che qualunque cosa che facesse parte della natura più brutale di questo sport – le lunghe distanze, i tapponi alpini, gli attacchi da lontano – fossero un indice sicuro di doping, e che chiunque eccellesse nelle situazioni più difficili fosse necessariamente un dopato: di riflesso, anche cose naturali per una corsa, come fare la differenza sul Poggio per giocarsi la vittoria, diventavano gesti impossibili: un concetto aberrante, che per assurdo ha alimentato l’attaccamento morboso verso la farmacia; se negli anni ’90 tale concetto si esprimeva come doping libero, adesso si chiama marginal gains, passaporto biologico, ritiro sul Teide. La differenza tra le due epoche è che allora era ancora lecito improvvisare: e forse per questo il ciclismo era molto più seguito.

E se fosse l’inizio di una svolta epocale?
Poi è arrivato lui, dimostrando come non solo le azioni degli attaccanti sono ancora possibili in una corsa dove 195 corridori su 200 arrivano al traguardo (un record, per una classica monumento: e complimenti in particolare agli 8 atleti diabetici del Team Novo Nordisk), ma soprattutto come farle non serva tanto a vincere, quanto a riempire le strade, a incollare la gente alla TV, a far vivere a tutti una grande festa. E pazienza se a esultare è qualcun altro. Questa è la lezione di Sagan (che, per inciso, poteva benissimo vincere e invece ha perso soprattutto per un suo errore) e fa il bene del ciclismo più di migliaia di controlli antidoping: perché se per i giovani atleti passa finalmente l’idea che non è vincere la cosa che conta di più, quanto fare del ciclismo uno sport comunitario nel quale tutti vincono quando vince lo spettacolo, l’esasperazione della farmacia verrà naturalmente meno. Specie se è il modello comunque più vincente a dettare questa linea.

Un ultimo appunto: tra le altre cose, Peter ha auspicato un ritorno delle Manie per rendere la corsa più interessante. Inutile dire che ha ragione da vendere, nonostante un’edizione più godibile delle altre. Sarà il caso di accontentarlo: di questo passo è capace di attaccare sul Turchino. Attenti perché lo fa davvero.

Running as fast as they can
Iron Man lives again!

(Black Sabbath – Iron Man)

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