Nairo Quintana, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Christopher Froome sorridono davanti ad un monitor © ASO - Bruno Bade
Nairo Quintana, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Christopher Froome sorridono davanti ad un monitor © ASO - Bruno Bade

Corro ma non corro. Il caso spinoso dei giorni di gara

I favoriti per il Giro si sono visti poco o nulla: meglio allenarsi sul Teide che gareggiare. Ipotesi su come (e se) cambiare questo andazzo

Tom Dumoulin 14. Wilco Kelderman 16. Michele Scarponi 17. Adam Yates 18. Simon Yates 20. Rohan Dennis 21. Alexandre Geniez 22. Nairo Quintana 22. Mikel Landa 23. Domenico Pozzovivo 23. Davide Formolo 24. Bauke Mollema 24. Thibaut Pinot 24. Tejay van Garderen 24. Bob Jungels 25. Steven Kruijswijk 25. Geraint Thomas 25. Vincenzo Nibali 26. Alberto Rui Costa 27. Ilnur Zakarin 27.

No, non stiamo elencando l’età dei soggetti né tanto meno i numeri scelti per la prossima estrazione del lotto. Questi saranno, con la possibilità di lievissime discrepanze, i giorni di gara che i principali indiziati per la classifica del Giro d’Italia del Centenario avranno disputato nel 2017 prima del via di Alghero.

Ne converrete, un po’ pochino per molti di loro. Fra le sette corse a tappe World Tour in programma da gennaio a maggio (Down Under, Abu Dhabi, Paris-Nice, Tirreno, Catalunya, País Vasco e Romandia) si sommano 44 tappe distribuite su altrettanti giorni. E mancano all’appello, oltre alle prove di un giorno, anche altre qualificate gare a tappe dei calendari continentali (Oman, Andalucía, Tour of the Alps, Croazia, giusto per citare quelle più adatte a tal tipo di corridori).

In uno sport che spesso viene accostato al ciclismo in quanto ipotetico modello da prendere ad esempio per diversi aspetti organizzativi (calendario, ranking, marketing e via andare) ma profondamente diverso dal punto di vista dello sforzo agonistico e tecnico come il tennis, gli appassionati possono ammirare Federer e Nadal, Djokovic e Murray, Wawrinka e Nishikori battersi faccia a faccia lungo tutto l’arco di una stagione.

A livello di redazione questo è un tema molto sentito e che ci induce a riflessioni su come tale andamento possa venir modificato. Lontanissimi i tempi della poliedricità dei Merckx, Gimondi, Moser, Hinault e Kelly (eppure anche su questo tema si potrebbe discutere a lungo: perché non si prende più in considerazione la polivalenza ad alto livello? Maggiore concorrenza globale, minor qualità fisica e/o tecnica dei protagonisti o varie ed eventuali cause?) ma il problema odierno pare essere più culturale.

Ha senso che delle regole sul numero minimo di giorni di gara da disputare prima del Giro (e prima del Tour e della Vuelta) vengano introdotte? Oppure, tralasciando nel ragionamento il fatto che “il numero dei giorni non è un problema”, tornando alla questione culturale, non è con le regole che si creano le buone norme? Eppure nel ciclismo esistono esempi, anche non troppo antichi, di come l’introduzione di leggi abbia sconfitto una brutta e dannosa pratica comune per la stragrande maggioranza del gruppo.

Prendiamo a modello l’adozione dei caschi. Nel 1991 i corridori scioperarono a tal proposito prima alla Paris-Nice (dove, per protesta, gareggiarono tutti senza caschetto) e poi alla Tirreno-Adriatico, vincendo il braccio di ferro contro l’UCI e bloccandone l’obbligatorietà. Dodici anni più tardi, sempre alla Corsa verso il Sole, la caduta e la successiva morte di Andrei Kiviliev rappresentò il punto di svolta; da allora casco obbligatorio per tutti (fino al 2005 poteva essere tolto in caso di salita conclusiva di tappa). Oggigiorno, quale ciclista penserebbe di correre senza casco?

Ebbene, per tornare al paragone col tennis, dal 2009 l’ATP (Association of Tennis Professionals) ha inserito nel proprio regolamento una norma valida per i migliori 30 tennisti del ranking dell’anno precedente. Costoro sono obbligati a partecipare nel corso della stagione ad almeno quattro tornei 500 (di cui uno seguente allo US Open, vale a dire in ottobre), ossia il terzo scaglione degli eventi. Un po’ come sei i migliori 30 ciclisti del rinnovato UCI World Ranking fossero obbligati a prendere parte a quattro corse (a tappe, magari) Hors Categorie.

A livello tennistico la “pena” per la mancata partecipazione tocca un aspetto primario per un atleta come il piazzamento nel ranking: non partecipi ad uno dei quattro tornei 500 obbligatori? Bene, prendi 0 punti in classifica, scivolando così in graduatoria e patendo le conseguenze di un tabellone più complicato nei tornei principali come i Grandi Slam.

Nel ciclismo il UCI World Ranking non interessa a nessuno, corridori compresi. Quale potrebbe essere dunque il deterrente per favorire la partecipazione dei ciclisti alle corse di preparazione, invece degli interminabili ritiri fra Teide, Sierra Nevada ed Etna? La mancata partecipazione ai grandi giri, ad esempio.

Prendiamo chi del prossimo Giro è il favorito assoluto e che, con coraggio più unico che raro (e proprio per questo lo prendiamo ad esempio, perché il “meno peggio” della compagnia da questo punto di vista), punta a realizzare la storica doppietta con il Tour; ovvero Nairo Quintana. Dal termine della Vuelta a España 2016 all’inizio del Giro 2017 ci sono, togliendo i buchi nel calendario da metà ottobre a metà gennaio, circa 150 giorni, quindi 5 mesi pieni di appuntamenti. Il colombiano (ma ripetiamo, questo discorso vale per Aru, Froome, Nibali e tanti altri) si attacca un numero sulla schiena in poco più di 20 occasioni, ovvero un giorno ogni sette.

Non è illogico che chi campa con il prodotto ciclismo, quindi UCI, squadre e corridori stessi, non cerchi di rendere ancor più appetibile la propria merce? Per fidelizzare i tifosi, i nuovi proprietari della Formula 1 hanno in cantiere l’allargamento del calendario a 25 gare, con lo scopo, appunto, di conquistare nuovo pubblico grazie alla lunga serialità (un weekend su due ogni anno).

Non sarebbe più auspicabile sedersi ad un tavolo per valutare se vedere le sfide dirette fra Froome e Contador, fra Chaves e Quintana, fra Aru e Nibali per più due/tre volte all’anno possa giovare a tutto il movimento? Dieci-quindici giorni in più di gara nell’arco di dieci mesi scombinano tutti i programmi? Oppure, e questo è il nostro timore, quasi nessuno vuole osare con la paura di concedere un vantaggio all’avversario diretto, puntando solo ed esclusivamente al bene della propria bottega?

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